• Maurilio Barozzi

Carpentier: l'uomo è ribelle e felice - 23/5/2022


Mucche a riposo sulla spiaggia di Goa

Leggere le pagine dello scrittore cubano Alejo Carpentier proietta in mondi lontani, tropicali, caldi, barocchi e, soprattutto, magici. Non per niente è considerato il precursore del real-meraviglioso che tanto ha dato alla letteratura latinoamericana e non solo. Ma leggere le pagine di Carpentier in questi tempi di guerra costringe a pensare al senso della storia, alla sua ricorsività, e alla drammatica degenerazione in cui cade – sempre, per la natura stessa dell’uomo – qualsiasi rivoluzione.

Il tema centrale della sua poetica risulta evidente ne “Il regno di questo mondo” scritto nel 1949 e che racconta il succedersi delle dominazioni nell'attuale Haiti. Prima la rivolta contro i coloni francesi bianchi dà luce al regno del nero Christophe e poi la successiva ribellione porta al potere i «mulatti repubblicani». Tutti passano da lottatori a padroni a schiavi in un susseguirsi rapido e incalzante (del resto: il meraviglioso/magico non ha bisogno di transizioni e spiegazioni).

Protagonista del romanzo è Ti Noel, un nero che ci accompagna attraverso le varie fasi della vicenda. A un certo punto, dopo un lungo cammino, si rende conto di transitare la Storia. Stupefatto, scopre che «quel mondo prodigioso, come non ne avevano conosciuto i governanti francesi del Cap, era un mondo di neri». Capisce di trovarsi a Sans Souci «la residenza prediletta del re Henri Christophe, colui che un tempo era stato cuoco» e che «oggi fondeva monete con le sue iniziali, sopra l'orgoglioso motto: Dio, la mia patria, la mia spada». Ma anche Sans Souci – e Christophe – ha vita breve, saccheggiata e data alle fiamme. Ti Noel, ormai vecchio torna schiavo e, come una specie di Sisifo, sostiene che «l'uomo brama sempre una felicità sita oltre la porzione che gli è stata assegnata. Ma la grandezza dell'uomo consiste proprio nel voler migliorare quello che è. Nell'imporsi dei Doveri. Nel Regno dei Cieli non c'è grandezza da conquistare, visto che là tutto è gerarchia fissa, incognita disvelata, esistere senza termine, impossibilità di sacrificio, riposo e diletto. Per questo, oppresso da pene e Doveri, bello nella sua miseria, capace di amare in mezzo a piaghe, l'uomo può trovare la sua grandezza, la sua piena misura solo nel Regno di questo Mondo».

Alejo Carpentier, “Il regno di questo mondo”, Einaudi, 1990.

(L'Adige 23/5/2022)



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