• Maurilio Barozzi

Doha, dove il volley è Mondiale


DOHA (Qatar) - Nel giorno della festa nazionale del Qatar, il volley iridato si ferma. In compenso non si ferma il traffico. Se possibile, in questi giorni Doha è ancor più caotica del solito. La festa nazionale viene celebrata sulle strade. Con parate di mezzi militari e beduini sui cammelli, il mattino. Caroselli di automobili, la sera prima e durante tutto il giorno. Come se il Qatar avesse vinto il mondiale di calcio, per capirci. Da una parte è ben vero che i loro mondiali li hanno già vinti, soltanto per il fatto di organizzarli nel 2022, ma il delirio urban-viario di ieri evoca più un trionfo popolare, che una ricorrenza storica. Da un giorno e mezzo si vive assordati da clacson e petardi che sovrastano anche la voce che dalle moschee richiama i fedeli alla preghiera. E attraversare la strada può diventare un problema, se non si intende approfittare dei momenti in cui le colonne d’auto si fermano.

Seduti o in piedi sui tetti delle macchine, giovani con camicione bianco e turbante sventolano la bandiera bianca-granata. Alcuni portano agghiaccianti parrucche, altri - sempre in equilibrio sulle capote - fanno strane coreografie con le scimitarre. Le stesse auto sono il trionfo del kitch, dipinte ad hoc con spray colorati e la scritta «Qatar» o con gigantografie dello sceicco Hamad e del suo rampollo Mohammed appiccicate sui parabrezza. Tra parentesi, mi chiedo, come faranno i guidatori a vedere la strada? Il problema non pare turbarli: procedono incolonnati per ore lungo la via che costeggia il Golfo Persico e strapazzano il clacson senza tregua. Qualcuno lancia petardi. Altri ci danno dentro con fragorose accelerate che assommano al casino anche un gran bel puzzo di benzina, che male pare non faccia, qui.

Certamente non preoccupa per il costo, vista l’abbondanza di materia prima su cui posano il sedere. Basti pensare che pullman e taxi che sostano in attesa di clienti sono sempre rigorosamente accesi. Magari senza autista dentro, ma accesi. Ecco, un’altra cosa di cui da queste parti non hanno paura sono i furti. Anche se il sistema per evitarli non pare essere propriamente dovuto alla cultura del luogo, quanto alla ricchezza che ogni qatarino - dal tempo di petrolio e gas, grosso modo il 1939 - può vantare. Qualcuno dirà: ma se i due terzi della popolazione è costituita da immigrati, che sono le maestranze dei lavori pesanti e umili, che c’entra la ricchezza dei quatarini? Potrebbero essere loro a rubare, gli immigrati, no? Per controllare quelli pare sia in voga un sistema non troppo liberale: il ritiro preventivo del passaporto. Un italiano, licenziato dall’Alitalia ed emigrato in Qatar per lavoro (ah, le bizzarrie della globalizzazione!), l’altro giorno era a vedere la partita di volley della BetClic, per sentirsi un po’ a casa. E raccontava che a molti lavoratori immigrati viene ritirato il passaporto per tutto il tempo della durata del contratto d’impiego, e restituito solamente al termine dello stesso. Questo per evitare che lo abbandonino prima (il lavoro) oppure che facciano qualche fesseria.

Insomma sarebbero inchiodati alla penisola del Golfo Persico da una sorta di catena invisibile, moderna e indissolubile. Tornando alla festa nazionale, sono i qatarini a sfilare. Sotto gli occhi e gli obiettivi di cingalesi, egiziani, malesi che li guardano da bordo strada. Loro - ammesso che sia divertente - non partecipano alla parata automobilistica. Guardano questi allegri signori festeggiare sulle fiammanti Toyota, Mercedes o Porsche Cayenne che per l’occasione vengono anche violentate temporaneamente con spray e manifesti. Festeggiano lo storico 18 dicembre 1878, quando lo sceicco Jassim Bin Mohammed Bin Tahmi, considerato il fondatore del Qatar, successe a suo padre e mise le basi per l’indipendenza dello stato. Allora erano poveri e senza speranza, vista la posizione geografica che li cuoce tutto l’anno e lascia solo pietre e polvere color ocra. Le uniche loro risorse venivano dal mare, da dove pescavano perle, ma non era molto. Però evidentemente credevano nelle loro forze: anni dopo arrivarono le battaglie con ottomani e turchi, il protettorato britannico, il petrolio e la ricchezza e, nel 1971, l’indipendenza definitiva. Ma proprio il 18 dicembre 1878 è stato scelto come data simbolo. E così oggi lo sceicco Hamad (discendente di Mohammed) gode. Si compiace di veder sbucare i suoi bei baffoni neri in ogni dove, sotto il garrire delle bandiere biancogranata, alla luce dei fuochi d’artificio che illuminano di mille colori la notte di Doha. Venerato e osannato da aerei da guerra, soldati in uniforme e automobilisti mezzo tamarri. A proposito, non ditelo troppo in giro, in Italia. Conosco almeno un paio di persone che adorerebbero prendere esempio.

(L’Adige, 19 dicembre 2010)