• Maurilio Barozzi

Notti ruggenti al night club


TRENTO - «Amico, non lamentarti: il buon toro si vede con la vacca scadente». Si imparano anche interessanti massime in un night club, alla faccia di chi pensa di sapere tutto.

L’insegna davanti all’ingresso promette: night club. 'Carmen', nome strano. Richiama l’opera di Bizet: il carattere libero, scandaloso, ostentatamente pansessuale della protagonista. Carmen, appunto. È questa la promessa che ti porta in un locale come questo, il Carmen appunto, a metà tra il night club e il lap dance aperto a Lavis in questi giorni. Anzi, ri-aperto, visto che aperto lo era stato già ma aveva dovuto chiudere circa nove mesi fa per una faccenda di prostituzione o qualcosa del genere.

Dentro il locale è diviso in due: volti a botte e il banco bar rettangolare al centro. Una enorme finestra lascia intravedere la roccia sull’esterno, come se il locale fosse interrato. La pietra restituisce freschezza, umidità e l’odore di muffa che il periodo di chiusura ha generato. Maledizione, da quando vige la legge contro il fumo si respira meno tabacco nei locali, in compenso – non più coperte dal fumo – arrivano zaffate di afrore e cattivi odori che in alcuni casi te lo fanno rimpiangere.

Se Levi Strauss fosse partito da Trento anziché da Guanabara di Rio de Janeiro, probabilmente avrebbe integrato la sua geometria cittadina. Lui diceva che tutte le città del mondo sono costruite secondo uno schema est-ovest dove i ricchi sono tutti a est mentre a ovest ne rimarrebbero i poveri. Per Trento si potrebbe aggiungere l’asse sud-nord, dove a sud (e al centro) tutto è chiuso a mezzanotte o giù di lì col buio silenzio che ne consegue, mentre a nord si può tirare tardi in due o tre locali: il 'Carmen', appunto, ma anche il 'Gatto e la volpe' o il 'Selen'.

'Carmen Show'. Il bar è molto illuminato e una ragazza in bikini rosa chiacchiera amichevolmente con un tipo dai capelli lunghi e la barbetta. Hanno due birre in mano. Altre ragazze non ne vedo, mentre ci sono cinque clienti che bevono al bancone. Due, sulla sessantina, camice a maniche corte e pantaloni con la riga, se ne vanno. Gli altri sono un po’ più giovani, chiacchierano tranquilli, come fossero in un normalissimo bar.

Questi locali non sono più circondati da quell’aura di peccaminoso che una volta li pervadeva e che faceva consigliare a chi ci andava di farlo di nascosto. Ormai, per quanto riguarda la sfera sessuale, il sentimento di vergogna è qualche cosa da riservare solo a situazioni estreme, un night o un lap dance, cosa volete mai che siano? Tanto più che lo spettacolo della ragazza, chiamata artista anche nel listino prezzi delle consumazioni, è roba per educande che ormai viene tranquillamente superato alla tivù anche in prima serata.

Più in là c’è la sala adibita allo spettacolo.

Lap dance, si chiama. Dal verbo inglese to lap che, tra le altre cose, significa avvolgere. La ballerina, infatti, avviluppa col suo corpo un palo messo in mezzo al palco. Quella danza avvolgente, lap dance, appunto, rappresenta la sineddoche di tutto l’ambaradan, il motore immobile dell’azienda. Anche se sarebbe più esatto parlare della passera come propulsore e calamita per la clientela.

Torniamo alla descrizione. A terra moquette rossa, pareti rosse con alcuni disegni che rappresentano procaci ragazze e di fronte al palco col palo, dei divanetti per assistere comodamente allo spettacolo.

«Purtroppo stasera non c’è molto: è estate sono tutti in ferie e piove. Inoltre anche quattro le lapdancer sono rimaste bloccate a Desenzano. Domani ce ne saranno di più», fa il barista. «Tranquillo, non c’è problema».

Però ricordo che cinque o sei anni fa feci un’altra inchiesta nei locali notturni. Era sempre strapieno: ragazze e clienti. Ora è tutto calato: gente, donne, probabilmente anche i soldi nelle tasche degli avventori.

Mentre mi passano questi ragionamenti compare una ragazza al tavolo. Alta, bionda, vestita. Somiglia vagamente a Amanda Lear. Parla un italiano quasi perfetto. Racconta di essere russa. Dice del cattivo tempo e del fatto che a lei piace molto Trento come città, poi mi chiede se le offro da bere. Normale, è lì apposta. È questo che rende attraenti questi locali ma nello stesso tempo anonimi: al costo di una consumazione una persona sta ad ascoltare le tue cazzate per un quarto d’ora. Contemporaneamente, ognuno di noi lì è ciò che non è, con tanto di nomi falsi – di cui anch’io faccio indegno sfoggio - e tutto passa per il portafogli: compagnia in cambio di soldi, scalpore in cambio di soldi, comprensione in cambio di soldi, spettacolo in cambio di soldi. Ecco, in un night vedi di non finire i soldi. Altrimenti, ciao.

Dicevamo. Io prendo una birra e lei un “messicano”. Che è un vecchio modo per ordinare qualcosa che sembra qualcosa di esotico ma in realtà giurerei essere acqua. Solo che – pur non facendo bollicine – viene versata in un bicchiere da prosecco e costa 20 euro (questo è il costo della consumazione dell’«artista»). Mentre la consumazione del cliente varia dalla prima, 15 begli euretti, alle altre che vengono 10. Così so con certezza che per un quarto d’ora potrò star lì, dire qualsiasi stronzata che mi passa per la testa e lei avrà l’obbligo di far buon viso a cattivo gioco. Funziona così. Mi racconta che è in Italia da un po’. Era questo l’unico lavoro che ha potuto fare da subito, appena arrivata dalla Russia. Ma ora, dopo diversi anni e con un gruzzoletto da parte, non pare molto preoccupata di volerlo cambiare. Ha lavorato anche a Matassone, al New Life. È stata nelle Marche, in Liguria, in Toscana. «Ma Trento mi piace molto. Quando durante il giorno mi muovo in città non posso fare a meno di notare che è davvero bella. E i ragazzi trentini mi piacciono di più dei marchigiani. E anche dei liguri. Sono più belli, fisicamente», aggiunge.

Ah, lo immagino.

Intanto l’altra ragazza, la sudamericana col bikini rosa, sale sul palco e inizia il suo show. Si struscia un po’ sul palo e a un certo punto si toglie il reggiseno. Non è una maggiorata: taglia normale. Si appende alla pertica e fa alcune mosse contro il palo. Usando una litote si potrebbe dire: niente di eccezionale. Anzi, è quasi più interessante vedere il barista che apre le birre col boston facendolo roteare al modo dei bartender.

Devo aver fatto capire tale convinzione perché dietro di me un tipo appena entrato prende dal banco la sua birra, si porta verso il palco e, passandomi dietro, mi dà di gomito e mi indica la ballerina al palo: «Amico, non lamentarti, il buon toro si vede con la vacca scadente». «Certo, capo».

Penso che la russa non abbia capito. Diciamo che me lo auguro.

Finita la canzone, la ballerina smette il suo show.

«Tutto qui?», chiedo alla russa che è ancora lì con me al bancone.

«Se vuoi vedere qualcosa di più devi venire a fare un privè».

«E così vedrei di più?».

«Certo, puoi vedere tutto».

«Urka! Solo vedere?».

Annuisce sorridendo.

«E quanto mi costerebbe?».

«55 euro, là, ai divanetti. Ne vale la pena».

«Non ne dubito».

Penso alla difficoltà di mantenere un locale di lap dance. Da una parte ci sono gli spettacoli che la legge concede alle ragazze: roba da educande che ormai si vedono in tivù in prima serata. Dall’altra i privè come necessità di spingersi un po’ oltre per mantenere vivo l’interesse del cliente. Anche se qui i privè sono strani: senza separè né niente. Il tutto per camminare in equilibrio su una corda scivolosa: qualche politico bacchettone o qualche comandante di forze dell’ordine in cerca di facili encomi saranno sempre pronti ad appendere su quei pali cromati il cappello delle loro ambizioni.

«Allora?», fa la russa. «Allora che?». «Allora facciamo questo privè?». «Tesoro, magari avessi 55 euro. Se vuoi possiamo bere qualcos’altro…». Lei capisce che sto gigionando e nel frattempo sono entrati altri clienti: un gruppo di ragazzi sulla trentina. Così mi saluta educatamente e mi lascia perdere, andando al loro tavolo. Del resto, deve lavorare tutti i giorni dalle dieci alle quattro del mattino: almeno scelga chi le conviene di più, no?

Resto coi baristi, davvero simpatici. Uno racconta di quando era stato chiuso il locale. Ormai è quasi un anno. Portandomi il conto, l’altro mi chiede se può offrirmi un caffè. «Per il viaggio», precisa. Faccio no con la testa. Sorrido: «Sono già abbastanza eccitato, per stasera». «Allora, a presto», fa lui, consapevole che a Trento non ti resta molto altro, se vuoi tirar tardi. Gli strizzo l’occhio: «Puoi contarci».


(L’Adige, 21 agosto 2007)