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Palestro d'Algeria, tomba per 50 trentini 08/01/1998

Aggiornamento: 17 lug 2023


Mucche a riposo sulla spiaggia di Goa

Giovedì 8 gennaio 1998

Il ricordo di una strage a metà del secolo XIX LAKHDARIA (Algeria) - C’è un Paese nel quale la civiltà si allontana sempre di più. Ogni giorno che passa sempre di più. Questo paese è l’Algeria. Un paese che giorno dopo giorno vede appassire le proprie speranze di avere un futuro. Ma che sta vivendo giorno dopo giorno raggomitolata nella barbarie degli innumerevoli massacri. Una barbarie nata e alimentata da una storia di colonizzazioni, di libertà negate, di terra e sangue. Lo sanno bene a Lasino, in Val dell’Adige. Da dove erano partiti, verso la fine del secolo scorso, nel novembre del 1867, una cinquantina di contadini per raggiungere l’Algeria. Vi arrivarono. E nel nord che si affaccia sul Mediterraneo - poche decine di km a est di Algeri, proprio nella regione in cui oggi impazzano i terroristi - fondarono una colonia, cui diedero nome Palestro, in onore della vittoria franco-piemontese contro gli austriaci durante la seconda guerra d'indipendenza (30 maggio 1859). Non passarono nemmeno quattro anni e tale colonizzazione si risolse in un disastro. Nell’aprile del 1871 la città fu infatti presa d'assalto e distrutta dalla rivolta delle tribù berbere della Cabìlia. Qualche giorno dopo una pattuglia dell'esercito francese guidata dal colonnello Fourchault trovò una cinquantina di persone morte, massacrate: tutti uomini e tutti trentini. Nessun altro. Di questo eccidio non si seppe più niente altro. Né si seppe nulla della sorte che era toccata alle donne ed ai bambini del villaggio. La storia l’hanno raccontata Albino Zenatti, Aldo Gorfer e Fulvio Gardumi, ma l’aveva ripercorsa alcuni anni fa - nel 1992, all’indomani dello stato di emergenza che il regime di Liamine Zéroual aveva proclamato dopo la sospensione delle elezioni legislative del dicembre 1991 con un coprifuoco dalle 22.30 alle 5 del mattino (ancora oggi in vigore) - un caro amico oggi scomparso, Riccardo Armani. Attratto da questa storia e dalla situazione algerina, aveva deciso di visitare quei luoghi per cercare qualche testimonianza e per prendere diretta coscienza degli avvenimenti di quell'epoca. Alcuni dettagli della vicenda, da un punto di vista storico, lo avevano colpito. In particolare l'Algeria come luogo atipico d'emigrazione. Secondo le testimonianze a disposizione, raccolte proprio a Lasino da alcuni discendenti degli sfortunati emigranti, la toponomastica della città di Lakhdaria (il nome attuale di Palestro) avrebbe dovuto rispecchiare la cultura trentina, innanzitutto con la coltivazione della vite, le usanze e l'edilizia, e dunque si sarebbe dovuta distinguere nettamente dal resto del paesaggio e dalle tipiche città nordafricane. E Riccardo era in possesso solo di una fotografia del monumento innalzato a Palestro dai francesi a ricordo dell'eccidio dei trentini. Solo, a bordo della sua motocicletta, aveva percorso tutta la costa sud della Spagna ed era entrato in Algeria dal Marocco. «Sono dovuto rimanere diverse ore sotto la pioggia battente, aspettando che gli addetti facessero tutte le loro commissioni: essere solo, europeo ed arrivare verso mezzogiorno, sono stati dei requisiti di presentazione evidentemente non troppo apprezzati alla frontiera, visto che prima di interessarsi al mio passaggio i militari mangiarono e digerirono con calma», raccontava. Era il primo impatto con un popolo freddo, ostile. Completamente diverso rispetto ai confinanti Marocco e Tunisia che hanno individuato negli occidentali una fonte di ricchezza. Gli algerini no. Loro sono freddi. Dal 1962 si tramandano la paura dell’occidente. Poi l’arrivo a Lakhdaria, la città che un tempo si chiamava Palestro. Dei costumi trentini si vedeva ben poco: niente viti, niente edilizia occidentale, non c’era più nemmeno il monumento commemorativo. Solo dalle risposte, stentate, degli abitanti del luogo poté capire che quella era proprio la vecchia Palestro. E la polizia del luogo non offriva sicurezza. Riccardo ricordava spesso la paura che aveva provato in quei giorni. Erano tutti stupiti dall’interesse per vicende ormai remote e comunque non legate al diretto albero genealogico dell’esploratore. E diffidenti. «Lei non è gradito - gli dissero i poliziotti - è opportuno che lasci la città al più presto». L'unica cosa che riuscì a sapere di quegli anni dagli abitanti di Lakhdaria fu che al posto del monumento innalzato dai francesi a ricordo dei trentini uccisi, era stata costruita una moschea. Solo all’ufficio comunale riuscì a trovare qualche documento e un minimo di attenzione. Un impiegato raccontò che in seguito al massiccio esodo francese, conseguente ai trattati di Evian del maggio 1962 ed al referendum del primo luglio 1962 che sancì definitivamente l'indipendenza dell'Algeria, tutto quanto aveva qualche relazione con l'occidente fu sostituito o distrutto. E questa è la sorte che è toccata anche a Palestro, alle sue origini trentine, alle sue tombe ed ai suoi monumenti. Oggi quella storia pare non essere mai esistita. Non ha insegnato nulla. Come nessuna altra storia pare avere insegnato nulla a molti, in quella terra. Anzi, almeno nel massacro di Palestro le donne e i bambini erano stati - probabilmente - risparmiati. Forse un briciolo di pietà esisteva ancora. Oggi no. Non più. Maurilio Barozzi L’Adige 8 gennaio 1998


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