• Maurilio Barozzi

Polemiche sui Mondiali in Qatar: in ritardo, si sapeva già tutto prima del 2010

Aggiornamento: 22 nov


Doha, cantiere aperto (dicembre 2010)

A voler essere positivi, un risultato il mondiale di calcio in Qatar lo ha già ottenuto: tutto il mondo parla delle rigidità di quello stato, della sua oscena esibizione di ricchezza, del totale disinteresse verso i diritti dei lavoratori, le libertà personali, i costumi liberali, le comunità Lgbtq+. Si dirà: parlarne è poca cosa. E in effetti è vero. Tanto più che i soprusi che oggi sono narrati con l’enfasi della novità, sono invece noti da decenni.

Nel dicembre 2010 ero a Doha inviato dall’Adige per seguire il mondiale per club di volley (trovi le mie CARTOLINE DA DOHA qui). In quei giorni la Federazione internazionale del calcio (Fifa) aveva appena assegnato l’organizzazione della Coppa del mondo di calcio 2022 al Qatar e sui giornali del posto, alla tv Al Jazeera, sui manifesti in strada non si celebrava altro. Sulle vetrine dei negozi, appiccicate alle bancarelle, sui vetri delle macchine trionfava l’effige dell’emiro Hamad bin Kahlifa al Thani (il padre di Tamin, emiro attuale) in abito blu con un sorriso a trentasei denti e la coppa Rimet in braccio come fosse un pargolo. Già allora si era ipotizzato che il mondiale di calcio del 2022 si sarebbe giocato in inverno: lo aveva detto chiaro Beckenbauer, lo aveva ribadito Platini, lo aveva sussurrato Blatter. Oggi, nonostante i vertici Fifa di allora siano stati metaforicamente decapitati (e l’assegnazione del mondiale al Qatar non è affatto estranea a tale ghigliottina), tutto segue pedissequamente le cronache dei tempi. Qualcuno aveva starnazzato che non si poteva organizzare un mondiale d’inverno, nel bel mezzo dei campionati in tutta Europa, che non si può assegnare un Mondiale a una nazione che il calcio manco sa cosa sia… Se l’è messa via in fretta: il denaro di petrolio e gas naturale ha coperto ogni dubbio e chi sbraitava ha chiuso in fretta il becco.

Già allora, nel 2010, l’emiro padre aveva sviluppato l’idea di farsi notare nel mondo grazie allo sport. Così aveva organizzato il gran premio di Moto Gp, il torneo Atp Exxon Mobil Open di tennis più il master femminile, i Giochi asiatici di atletica, i Mondiali per club di volley, la coppa del mondo under 20 di calcio. Tali manifestazioni illustravano a perfezione le sue brame, ovvero che il mondo gli facesse visita in Qatar così da vedere quanto lui è bravo. Del resto, guardando bene: senza tali richiami che ragione avrebbe un turista per recarsi a Doha? Una città-cantiere dove già nel 2010 si lavorava anche la notte con le gru illuminate a giorno e in un batter d’occhio si costruiva un edificio. Se serve anche fintamente invecchiato. Già, fintamente. Perché a Doha non esistono cose vecchie: quando si è stufi, si abbatte. O, più generosamente, si esporta. Si regala, come si farà con gli stadi dopo i mondiali.

Dal suo punto di vista, lo sceicco è stato davvero una persona generosa. Quando poteva aiutava, anche all’estero (ciò che ora fa il figlio). Salvo poi, al giusto momento - e il momento arriva sempre - incassare a sua volta i frutti della beneficenza.

Finto per finto, ciò che si dice facciano oggi per gli stadi (regalando biglietti e magliette da calcio a falsi tifosi) lo avevano già sperimentato nel 2010. Allora, durante il mondiale di volley avevano assoldato schiere di militari e ragazzini delle scuole per riempire il palazzetto dove si giocavano le partite. E sarebbe filato tutto liscio con nessuno di noi reporter ad accorgersi della gabola se non fosse stato che alle 17 in punto terminava l’orario di lavoro degli “assoldati” e così questi se ne andavano senza alcuna remora, lasciando il palazzetto vuoto nei momenti finali, dunque topici, delle partite.

C’è poi il capitolo diritti e libertà. Già allora denunciate e note. Nel 2009, sempre a Doha, la Trentino volley aveva conquistato il suo primo titolo iridato per club. Stava festeggiando sul campo come sempre fa una squadra che vince e un giocatore – l’opposto brasiliano Leandro Vissotto – saltò tra il pubblico per abbracciare la moglie Natalia e baciarla. Apriti cielo! Un membro dell’organizzazione inorridì per quel casto bacio pubblico. E assieme a due poliziotti si presentò a Diego Mosna, ai tempi presidente della squadra, lamentando il comportamento licenzioso. A farla corta: il giocatore dovette farsi intervistare a bella posta dall’emittente Al Jazeera per porgere scuse formali a favore di telecamera.

Nel 2010 fecero le spese dell’integralismo qatariota anche i tifosi della squadra russa della Dinamo Mosca. Giunti all’aeroporto con ragguardevoli scorte di birra e vodka (dovevano durare per quattro giorni di annunciata penuria), si sono visti requisire fino all’ultima lattina dalle solerti guardie aeroportuali. Dopo qualche timido tentativo di discussione, i supporter hanno dovuto chinare il capo e lasciare tutto il loro ben di dio al check point.

Venendo poi a cose più serie dell’astinenza da alcol imposta ai tifosi, già nel 2010 le operose maestranze che si vedevano in ogni cantiere (in azione a qualsiasi ora, giorno e notte) erano pakistane, indiane, cingalesi. E già allora – lo raccontò un italiano che, dopo essere stato licenziato da una compagnia aeea, aveva trovato lavoro là – i datori di lavoro ritiravano il passaporto agli operai per riconsegnarglielo solo al termine del periodo di lavoro. Insomma, una sorta di catena invisibile che li inchiodava in Qatar. Come vogliamo chiamare una permanenza coatta? Prigionia? Rapimento?

Ecco, già allora i fatti erano noti. Già allora erano stati raccontati, ma non molti avevano prestato troppa attenzione alla faccenda. Ove mai il mondiale servisse ad aumentare la consapevolezza su quanto accade si potrebbe dire che un risultato è stato raggiunto. Temo purtroppo che, una volta spenti i riflettori sui rettangoli erbosi, ognuno tornerà ai fatti propri. E il Qatar cercherà qualche altro palcoscenico dove ostentare la propria ricchezza, come un esibizionista fa con le pudenda.


(l'Adige 20 novembre 2022)





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