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Rio de Janeiro, la città meravigliosa, vanitosa e bugiarda (3/6/2024 - l'Adige)


La brasiliana Rio de Janeiro è una città meravigliosa, vanitosa e bugiarda.

La sua vanità evapora dai cosiddetti morros, le alture che la circondano, ognuno dei quali rappresenta anche un belvedere da cui rimirare lo splendore del panorama. Il più famoso è il Corcovado, dove sorge il Cristo Redentore che rende il rilievo assimilabile alla montagna degli dei. Sotto, la baia di Guanabara: frangiflutti alle onde dell’oceano Atlantico e bugia originaria della città. Quando vi sbarcò, il primo gennaio 1502, Amerigo Vespucci confuse quelle acque per il delta di un fiume. Così appellò la città “Rio De Janeiro”, fiume di gennaio.

Su un equivoco si fonda il battesimo di Rio. E da un altro equivoco nasce la locuzione “città meravigliosa” - ormai vero e proprio cliché - divenuto invece il bersaglio iconoclasta di scrittori e poeti. Primo tra tutti Coelho Neto al quale molti attribuiscono l’epiteto di “città meravigliosa” all’inizio del Ventesimo secolo. Nel suo racconto eponimo “Cidade maravilhosa”, però, Coelho aspira a dimostrare la caducità del lemma. Pubblicato nel 1928, narra di come l’apparenza sia diversa dalla realtà. Adriana e Sandra, vedendo da lontano Rio in fiamme ne sono incantate. Dice Adriana: «Che bellezza! Da lontano sembra una città d’oro, come quelle dei racconti delle fate». Il giorno successivo, il padre di Sandra conduce le due ragazze a Rio e le lascia per un po’ alla mercé della devastazione e dell’odore pungente che il legno bruciato ha propagato nell’aria. «Ecco la tua città meravigliosa», chiosa infine. «Vista da lontano era bella. Ora guarda: sono illusioni, fanciulla, illusioni…».

È rimasto assai famoso anche l’appunto dell’antropologo Claude Levy-Strauss che in “Tristi Tropici” scrive: «Il Pan di zucchero, il Corcovado, tutti quei luoghi tanto decantati, al viaggiatore che entra la prima volta nella baia, sembrano vecchi denti superstiti ai quattro canti in una bocca sdentata. Quasi sempre annegati nella nebbia fangosa dei tropici, quegli accidenti geografici non arrivano a riempire un orizzonte troppo vasto». Il musicista brasiliano Caetano Veloso criticò questo passo nella sua canzone “O estrangeiro” mentre l’immagine patinata di una ragazza meravigliosa, «piena di grazia» che cammina sulla spiaggia ondeggiando sinuosa come le onde del mare e che pure, grazie al suo incedere «quando passa, il mondo sorride, si riempie di grazia e diventa più bello» è quella che restituisce la poesia di Vinicius De Moraes (musicata nella celeberrima “Garota de Ipanema”). Erano gli anni dell’esplosione della bossa nova, quando Rio manteneva intatto tutto il suo fascino tropicale e il prestigio di ex capitale del Brasile.

Ultimamente, invece, va per la maggiore una visione meno romantica e più disincantata della città meravigliosa. Una visione in linea col cambiamento che Rio ha registrato dai primi anni Ottanta, e raccontata attraverso la storia di Nem da Rocinha, il più famoso narcotrafficante del Brasile, dal reporter Misha Glenny nel suo romanzo-reportage “Nemesis”. Nel 1984 si diceva che «a Rio de Janeiro, città semitropicale, nevica tutto l’anno» e naturalmente il riferimento era alla cocaina che transitava in città - e nella favela di Rocinha – prima di prendere la via dell’Europa. Nacquero allora, secondo Glenny, le gang delle favelas.

Geovani Martins, un giovane scrittore carioca, ottiene il successo grazie a un libro (“Il sole in testa”) di racconti che rappresentano una Rio fuori controllo, senza grazia alcuna e poca poesia. Parlando di una crackomane la descrive come fosse un ratto: «Lo giuro, non so da dov’è spuntata, se ha attraversato il muro della stazione, se è uscita da un tombino…», scrive nel racconto “Stazione Padre Miguel”. Anche molti musicisti contemporanei si allontanano dallo stereotipo, cantando una Rio in mano a polizia violenta e corrotta, con prospettive tutt’altro che rosee: basti dare un’occhiata al video in bianco e nero di “Minha alma” del gruppo carioca O Rappa: l’esatto contrario del “Paese tropicale benedetto da Dio” che affresca con le sue note Jorge Ben.

Il narratore di culto Paulo Lins racconta Rio de Janeiro attraverso la sineddoche di Cidade de Deus, un quartiere dove un tempo «il fiume lasciava battere il cuore sulle pietre, con la sabbia, serpentelli d’acqua innocenti, risate liquide» mentre ora è «una favela, la neo favela di cemento, armata di pacchi e di spacci, sinistri silenzi, strilli disperati nelle corse dei vicoli e nelle indecisioni dei crocicchi».

A Copacabana, sobborgo che ingloba una delle spiagge più note del mondo, vive invece il commissario Espinoza, protagonista de “Il teorema di Rio” di Luiz Alfredo Garcia-Roza. Un romanzo che descrive edifici difesi da grate e inferriate - tipicamente brasiliani – per parlare di una prostituta uccisa e di altri piccoli delinquenti che pagheranno cara la loro, diciamo così, intraprendenza.

Tra gli esclusivi attici tra Leblon e sulle rive del lago Rodrigo de Freitas, Flávio Braga ambienta il suo noir “O olhar cingido”, un giallo che si muove ai piani alti della società, nelle case di produzione dei potenti media brasiliani. E mette a nudo la ricattabilità degli ambiziosi protagonisti, incapaci di frenare i propri appetiti.

Ecco, Rio de Janeiro la bugiarda: vista dall’alto dei suoi morros è un paradiso, se però ti abbassi fino alle sue strade, sprofondi nel Tartaro.


Maurilio Barozzi - L'Adige, 3 giugno 2024







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