• Maurilio Barozzi

Vasco Modena, il Carneade che batté il grande Coppi


LEGNANO (MI), 30 SETT. 1956 - Quando il sole si era ormai smarcato dallo zenit, e i suoi raggi illuminavano le teste della folla tagliandone gli ovali per obliquo, erano appena passate le sei, quel pomeriggio. Fausto Coppi era da poco rientrato nel tempo e nello spazio umani, dopo aver pedalato accompagnato dal ticchettio del cronometro dei campioni per più di due ore e mezza ad oltre 42 di media. Sul gradino più alto del podio, in compagnia di Baffi e Albani, aspettava di essere premiato. Il suo volto era stravolto, distrutto dalla fatica. Albani, terzo in classifica, era contento più di lui: con quella gara, grazie a quella gara, era diventato campione d’Italia.

Il trambusto cominciò ad essere più insistente, al traguardo della Coppa Bernocchi, lì a Legnano. Giù, tra i lombardi sotto il palco, si fece strada un brusio: «Ghe on che gh’à de vekk brusà i pedai. I diss chel gha ciavà ‘nca ‘l Copi. Dess i controla» («C’è uno che deve aver bruciato i pedali. Dicono che abbia battuto anche Coppi. Adesso controllano»). La verifica durò poco. Poi l’ordine d’arrivo fu cambiato. Primo: Vasco Modena, di Mori (Trento), che ha coperto i 108 chilometri della gara in due ore, 31’ e 53″. Secondo Coppi, a 42″. Terzo Baffi e quarto Albani (che rimaneva comunque campione d’Italia).

Mentre l’Airone — piuttosto scuro in volto, da Re Triste — scendeva dal gradino alto del podio, organizzatori e giornalisti corsero negli spogliatoi, dove Vasco Modena, ancora ignaro del successo, si stava facendo massaggiare le gambe, nello stesso tempo robuste e magre. «Modena, venga su. Si metta un paio di pantaloni che ha vinto il Bernocchi. Deve venire alla premiazione», gli disse uno dello staff. «No, no. Si vesta di nuovo da ciclista: ci serve una foto sul traguardo — gli fecero eco alcuni giornalisti —. Non siamo riusciti a fotografarla mentre passava perché eravamo al podio, per Fausto Coppi. Così lei potrebbe rifarci gli ultimi cento metri e noi le scattiamo alcuni flash». Modena si tirò su i pantaloni della tuta. Poi guardò i fotografi e i reporter: «No, la foto finta non la faccio».

Questo era Vasco Modena: un ciclista libero. Uno che non si piegava a compromessi. Uno che quello che valeva lo dimostrava sulla strada, pestando sui pedali più forte che poteva. Vincendo 8 prove sulle 18 disputate nel ‘50 tra i dilettanti (e mai andato dietro il quarto posto). Era fortissimo nelle gare contro il tempo, a cronometro, dove è fondamentale saper amministrare le energie, dosare i ritmi e gli sforzi. Ma ottimo anche in salita, grazie alla sua leggera struttura fisica: veniva su bene — anche lui — «dalla fatica e dalle strade bianche».

Uscito fuori, Modena andò sul podio per la premiazione tra gli applausi della gente attonita e lo sguardo di Coppi, a metà tra l’incredulo e il deluso. E lì, aspettando il suo turno, ripercorse mentalmente quei 108 chilometri: un’eternità. Completamente solo, mentre affrontava il circuito (quattro giri da 27 chilometri l’uno), rivedeva lo splendido terzo posto dietro Baffi e Cainero alla Milano-Vignola disputata pochi giorni prima, ad agosto. Proprio tale risultato gli permise di qualificarsi per il Bernocchi: lui al primo anno che si poteva misurare con i professionisti. Riviveva quel momento e pedalava, forte.

Passava al primo giro in 38’e 09″. Bene, e la fatica non era nemmeno eccezionale. Qualcuno lo consigliava di rallentare, che l’andatura era poco più scarsa di quella di Coppi. Ma lui non diede retta. Le gambe giravano, la testa c’era. Avanti. Poi sapeva che la fidanzata Luisa sarebbe andata a vedere la corsa alla televisione, in qualche bar della zona. E anche i suoi paesani: Valentino, Ivano, Lino e tutti gli altri. Non poteva rallentare.

A testa china sul manubrio, la concentrazione era al massimo. Sul colpo di pedale; sulla respirazione regolare, aiutata dal diaframma; sul bere e mangiare più spesso di quanto avrebbe voluto. Ma una volta trovato l’equilibrio, il ritmo, restava il tempo per pensare. Per esempio alla prima competizione, un circuito per amatori a Mori, nel 1948, che lo stregò. Aveva 19 anni e una grande voglia di imitare lo stile elegante dell’amico Attilio, che abitava vicino e arrivava tutti i giorni a cavallo della bici, come su un destriero. Da lui fu trascinato in quell’avventura. Vinse superando proprio il compagno-rivale in volata. E da allora per Modena ci fu il ciclismo. ″Olivo″ di Arco, ″Ciclistica″ di Mori, poi Giannino Piccorloaz lo volle alla ″Cofler″: erano state le sue prime squadre. Pedalava e gli passavano in rassegna, tutte.

Intanto, al secondo giro, il cronometro sembrava inchiodato: la velocità non era cambiata, ancora poco sopra i 38 minuti. Tenere duro, primo comandamento del ciclismo. Gli stimoli certo non mancavano. Ripensava alla squadra ″Pedale Carpigiano″ che nel ‘50 gli aveva chiesto di andare a correre per loro. Purtroppo i tempi non erano fulgidi: la guerra appena terminata aveva fatto stringere la cintura a molti e pure le formazioni ciclistiche dovevano fare i conti con bilanci poveri. I soldi per pagare la permanenza di Vasco a Carpi non c’erano, così non si arrivò alla conclusione del contratto. Ma questa era una nuova occasione, valeva la pena di spingere ancora, a fondo, con quelle maledette gambe. Ora avrebbe preso anche la simpamina, pur di andare più forte. Fine del terzo giro: 38’ netti. Modena in progressione si stava addirittura migliorando e Coppi, decisamente in testa, era in calo.

«Ora bisogna dare tutto. Non devo mai scordarmi che se io sto faticando, anche gli altri sono nella mia stessa condizione. È adesso che si fa la differenza», pensava Vasco affrontando l’ultimo giro. Altri 27 chilometri in quella zona tra Gallarate e Milano da calcare fino a spremersi.

Certo, mentre pedalava dando anche l’anima mai più avrebbe sospettato che proprio quella sua gara, brillante — capace di sospendere il ricordo di una caduta che un paio di anni prima, in discesa verso Comano Terme, lo aveva bloccato per mesi —, sarebbe stato l’inizio della sua fine-carriera.

Non poteva immaginare che l’anno dopo, nel ‘57, avrebbe corso il giro d’Italia professionisti per la società Arbos con appena tre magliette a disposizione. E di doversele lavare da solo alla fine di ogni tappa. Poteva supporre che si sarebbe felicemente sposato, quello sì. Luisa, che in quel momento era andata fino a Nomi pur di trovare un bar con la tv e tifare il suo Vasco («E quella volta fecero vedere di tutto, tranne il ciclismo», ricorda la signora Modena), lo aspettava. Anche se i giornalisti pettegoli scrissero che il ciclista si era sposato in Toscana, lei — novella Penelope — non diede retta a quelle voci infondate. Non disperò mai. Attese. Con l’entusiasmo di chi vuol bene davvero.

Da tutta quella fatica che stava facendo sulla strada, da tutto quel sudore poteva essere messo in conto pure un buon piazzamento alla Milano-Sanremo dell’anno successivo: dopo aver tirato i suoi capitani Fornara e Baffi arrivò stremato al traguardo, solo poco staccato dal vincitore spagnolo Poblet. Ma il ritiro dal ciclismo, a metà 1958, nemmeno trentenne, per andare a fare l’impiegato all’Enaip, certo non era ipotizzabile.

Infatti Vasco pedalò, quel giorno, in Lombardia. Con la rabbia di chi vuole arrivare. Di chi sa che può arrivare. E l’ultimo giro fu splendido: 37’ e 30″. Meglio di tutti gli altri tre passaggi. Molto meglio del campionissimo di Castellanìa. Il tempo totale lo confermò.

Dieci anni prima, nel 1946, alla Milano-Sanremo il radiocronista Niccolò Carosio commentò così: «Ecco l’ordine d’arrivo: primo Fausto Coppi dopo 147 chilometri di fuga solitaria. In attesa del secondo trasmettiamo musica da ballo». Dopo 14 minuti arrivò il francese Teisseire. Vasco, a Mori, in bici ancora non ci sapeva andare.

Alla Coppa Bernocchi del ‘56, la faccenda cambiò. E quando ormai tutto era pronto per una nuova festa da fare al FenomEno, Modena fece registrare un ultimo passaggio da favola. L’alloro cambiò collo. Per il moriano fu un meritato trionfo. Interviste, fotografie, nuove proposte. Lui telefonò subito a casa, per raccontare ai famigliari e agli amici trepidanti: «Ho battuto Coppi».

Poi il sole scese giù, del tutto. Via sportivi, via giornalisti, via manager. E quando la luce di settembre era ormai sparita assieme a quel giorno memorabile, Vasco fu di nuovo solo, nella sua stanza d’albergo. Come poche ore prima quando stava ignaro nello spogliatoio, tutto tornò ad essere immobile. Tranne i suoi pensieri. Era così contento per la vittoria eccezionale. Ed era certo di poter fare anche di più. Disposto a sacrificare quasi tutto per quello splendido sport. Già a pensare al domani che avrebbe potuto essere.

Che poi non è stato.

(l’Adige 19 dicembre 1999)