• Maurilio Barozzi

Addio a Mennea, freccia del Sud


«Dai, non sono mica Mennea». Sto lacrimando. Dico sul serio. So che può essere difficile da credere per un guascone come me che ha sempre preso tutto alla leggera, ma Pietro Mennea non è stato solo un uomo. Pietro Mennea è un poster. Il poster della velocità. Quando avevo quindici anni e un compagno di squadra – parliamo di calcio – ti lanciava il pallone troppo lungo ti giravi e lo apostrofavi con la formula «non sono mica Mennea».

Ecco, questa frase – che hanno detto tutti negli anni Ottanta, declinata in diverse specialità sportive – offre l’idea di quello che Mennea è stato a tutti i livelli. Unico caso, assieme a Alberto Tomba nello sci, a fare emergere l’italianità in uno sport individuale. E lui, Mennea, è diventato un simbolo per tutti.

Aveva diverse lauree e era eurodeputato, ma chissenfrega: lui era la freccia del Sud. Ora – vedo sui giornali online - lo chiamano freccia d’Italia, ma è farisaico. Lui, Mennea, ha sempre impersonato la rivincita del Sud, dell’Italia povera, della forza del lavoro sopra quella che era la grazia della vita. La sua medaglia d’oro alle Olimpiadi di Mosca nel 1980 ce lo ricorda: dietro, sempre dietro. Eppoi davanti.

Era in ritardo nella voce del telecronista Paolo Rosi. Molto in ritardo. Invece alla fine avanti, con la mandibola pronunciata, il fisico asciutto e quasi emaciato - niente a che vedere con gli attuali velocisti -, Pietro ha percorso gli ultimi metri di quei 200 come un missile. Ha ripreso tutti e li ha sorpassati, tagliando il traguardo con lo sguardo spiritato. E il dito alzato che nessuno può dimenticare. Uno. Sono io, il primo. Io, uno sfigato nato a Barletta, metto tutti in fila. È il treno del Sud che arriva. In ritardo. Con fatica. Tra le maledizioni dei passeggeri che detestano questa partenza ‘fraca’, questo ritardo perenne. Però è il treno del Sud che arriva a destinazione prima di tutti.

Mezzo gobbo, con la mascella che fagocitava l’immagine del volto, Pietro era lì: aveva superato tutti, aveva portato a casa il treno dell’Italia del Sud prima di tutti gli altri. E noi abbiamo dovuto essergliene grati. Volente o nolente. È lui. Pietro, il più grande. «Non sono mica Mennea», ci dicevamo. E valeva per il calcio, per il tennis, naturalmente per l’atletica. Mennea, l’icona.

Poi lui ci si era abituato, parlava in terza persona: «Mennea dice, Mennea pensa…». Si lamentava dei pochi soldi che gli atleti guadagnano rispetto ai colleghi di altri sport, si batteva – giustamente – per la rivalutazione delle specialità olimpiche. Aveva capito la sua popolarità e il senso della sua vita.

Ecco, forse è proprio qui il concetto della sua grandezza, del suo mito. Il fatto che lui aveva colto che la sua esperienza atletica poteva essere un veicolo per qualche cosa di più grande. Più grande di lui e più grande di noi.

«Ho visto le sue tabelle di allenamento, se io dovessi farle oggi morirei», ha detto un eccezionale velocista giamaicano, di fronte ai carichi di lavoro che sopportava la freccia di Barletta per arrivare ai risultati che poi ha ottenuto. Infatti…

Mennea è il simbolo dell’Italia del dopoguerra, povera, consunta, costretta in povertà da un conflitto che l’ha messa in ginocchio. Ma con la voglia, la fame, la sete di una rivincita. Pietro Mennea, di Barletta, che vince senza il fisico di un Big Jim come poteva essere Valerij Borzov, storto sul traguardo, il mascellone esposto senza pudore e il dito alzato al cielo sono l'emblema dell’Italia che può farcela. Anche se parte male, se non sembra avere le qualità richieste: arriva.

Ingobbito in quell’ultima retta, come un’Italia che tutti aspettano ma che non sembra arrivare. Oggi – ieri – la sua corsa è finita. Ma per tutti noi continua ancora, nel simbolo, la voglia, il carattere. Anche la presunzione, se vogliamo.

Grazie, Pietro. (L’Adige, 22 marzo 2013. Prima pagina)