• Maurilio Barozzi

Moreno Moser, addio al ciclismo a 28 anni


Moreno Moser intervistato da Maurilio Barozzi al ritorno vittorioso del Giro di Polonia 2012

Moreno Moser, hai annunciato di lasciare il ciclismo a 28 anni. Non è un po' presto per fare una scelta di vita così radicale? Poi per te, figlio di Diego e nipote di Francesco, una famiglia legata a doppio filo al ciclismo... «Sicuramente è un momento cruciale. Forse non mi rendo ancora conto di quanto la mia vita stia cambiando visto che sto ancora andando in bici...» Quando hai preso la decisione? Stavi covando questa idea da tempo o la situazione è precipitata negli ultimi giorni? «In realtà non è una cosa dell'ultima ora. Già a inizio anno avevo cominciato sapendo che ero a un crocevia. Sono partito con la speranza che questa sarebbe stata diversa rispetto alle ultime stagioni. Ho trovato un team che mi ha dato fiducia, sia gli sponsor che il manager della Nippo mi sono stati molto vicini e veramente credevo che quest'anno potesse essere quello giusto per rilanciarmi ad alti livelli. Però mi ero ripromesso che se invece fosse andata come negli anni scorsi avrei dovuto prendere una decisione di questo tipo: non sono una persona che si trascina in giro». Nel tuo post d'addio dici che non vuoi rimanere «in una zona di comfort». Vedi il ciclismo come una zona di comfort? «Per assurdo il ciclismo può diventarlo. Non che sia comodo, vista la fatica che questo sport impone e richiede. Però se uno ha vissuto e investito tutta la vita in tale ambiente questo può apparirgli un luogo sicuro. Per ciò mi sono imposto un atto di coraggio. Sono anni che non costruisco niente, anzi, sto "rovinando" quanto avevo fatto. Detto ciò, io ero partito anche quest'anno con tutte le migliori intenzioni per cercare la svolta. Che però non è arrivata». C'è stato un episodio in particolare che ti ha convinto a lasciare? «Ultimamente non ero più in grado di performare . Per tanto sforzo ci mettessi, per tanto mi allenassi, non riuscivo ad essere competitivo. Qualcosa si è rotto e non so cos'è, ma dopo anni e anni che mi sottopongo a visite, test, consulto dottori ho smesso di chiedermi cosa sia che non mi fa andare forte. Prendo atto che non tutto quanto riguarda il mio fisico può essere sotto il mio controllo». Poco prima del recente Tour of the Alps ci siamo sentiti e avevi già detto che questa sarebbe stata una stagione decisiva. Poi ti sei ritirato alla seconda tappa, ma anticipare addirittura a maggio una decisione così importante... «In bici non riuscivo a dare una svolta. Dovevo fare qualcosa». Già allora dicesti che non stavi benissimo. «Il mio dire non stavo benissimo significa che stavo di m... Già al Tour of the Alps vedevo di non andare e questa è stata una botta morale non da poco. Però non è stato quello il momento che mi ha abbattuto e mi ha messo pressione. Diciamo che la decisione era già nell'aria».

Da questo punto di vista il ciclismo ti ha insegnato qualche cosa?
«In otto anni di professionismo ho imparato a incassare qualsiasi colpo. La mia carriera è stata tutto un susseguirsi di sconfitte che ho saputo mettere subito alle spalle».

Ci sono state anche vittorie... Certo. Ma le sconfitte sono state di più. Questo per dire che ritirarmi è stata una decisione solo mia, non forzata da nessun evento in particolare».


Qual è il ricordo più bello che ti porti dietro dalla tua vita da professionista del ciclismo? «Mi sono sempre chiesto se la più bella vittoria sia stata le Strade Bianche o il Giro di Polonia. Forse dal punto di vista tecnico-sportivo è stata il Polonia: due tappe e la classifica finale in una corsa worldtour penso che siano qualcosa che non si dimentica facilmente». Battendo anche Michal Kwiatkowski che da lì a poco sarebbe diventato campione del mondo...

«Sì. Anche se in realtà in quel momento per me andare forte era talmente normale che non mi sono nemmeno gustato la vittoria. Ora che me lo chiedi, a livello di emozioni forse ne ho avute di più dal Laigueglia dello scorso anno. Venivo da stagioni di sofferenza e quella vittoria mi ha dato anche la speranza di essere tornato competitivo. Nei primi due anni mi veniva tutto facile, andavo forte e davo per scontato di essere sempre tra i primi tanto che quando vincevo non mi godevo nemmeno il momento. Quando ho conquistato il Polonia, per esempio, mi sono detto "beh, in fondo non c'era nessuno". Anche se a ripensarci non era vero. E non solo. Ora penso: magari essere andato avanti a vincere corse anche "solo" di quel livello lì». E le Strade Bianche? Oggi è una classica a tutti gli effetti e tu sei stato l'unico italiano a vincerla. «Quando ho vinto sai cosa pensavamo, io e la mia squadra? Che tre giorni dopo c'era la Tirreno-Adriatico da fare bene. E poi la Sanremo. Chissenfrega delle Strade Bianche».

Insomma, questo ciclismo non ti lascia il tempo di godere del presente? «Fa parte del gioco. Se vinci il Laigueglia vogliono che vinci la Sanremo. Se vinci la Sanremo l'attesa è tutta per il Giro... Se te la godi sei finito perché devi essere sempre pronto a puntare a qualcosa di più».

In tutte le interviste che abbiamo fatto, hai sempre minimizzato i tuoi successi. Non credi di essere stato tu stesso il primo a sminuire le imprese che portavi a termine? «Non so, forse è così. Ma magari ho creato troppe aspettative all'inizio della mia carriera e poi, deludendole, mi sono sempre mosso cercando di non stimolarne altre». E il momento peggiore della tua carriera? (Ride) «Sono stati tanti. Direi il Tour of the Alps di due anni fa: ho fatto una fatica tremenda, anche se poi è venuto fuori che avevo il citomegalovirus... Diciamo che tutta la mia carriera, fatta eccezione per il primo anno e forse il secondo, è stata tutta un rialzarsi da delusioni. Anche oggi, in molti mi mandano messaggi esortandomi a tenere duro. Ma sono ormai troppe stagioni che tengo duro senza alcuna soddisfazione». Se ti ricordo la tappa di Pinerolo del Giro d'Italia 2016, quando fosti sconfitto all'ultimo metro da Matteo Trentin dopo che ormai avevi la frazione in mano? «Anche quella è stata una grande delusione, certo. Ma non come le altre che ti ho detto prima. In fin dei conti in quel momento mi sentivo forte. Sono arrivato secondo e pensavo che avrei comunque potuto vincere nei giorni successivi. Invece non è andata così». Hai scritto che hai nuovi progetti per il futuro... «Sì, è una scommessa ma per ora preferisco non rivelarla. Le cose che posso dire è che l'idea riguarda ancora il ciclismo. E che comunque non è per questo che ho deciso di smettere».


in L'Adige, 14 maggio 2019