• Maurilio Barozzi

Pantani ha sbagliato ma niente prediche

Aggiornato il: 27 feb 2019


Eppure lo dico tutte le sante volte che mi metto in pantaloncini e scarpette da bici: oggi vado via tranquillo, sciolto. Non mi frega niente se qualcuno mi passa sulla strada. Giuro: stavolta non cerco di prendergli la ruota e succhiargliela standogli dietro fino che le gambe e la testa reggono. Balle: lo dico tutte le sante volte e poi, invece, ci casco sempre. Se uno mi supera, mi attacco al gancio. Se passo qualcuno, cerco di farlo a velocità doppia, per coglierlo impreparato e far sì che non possa sfruttare la mia scia. E dopo pochi metri, piegando la testa in basso controllo da sotto il braccio se il sorpassato si sia messo a ruota o meno.

Il fatto è che ciò non succede solo a me; capita a tutti. Concludo che l’apoteosi agonistica inneschi un misterioso meccanismo nelle nostre fragili testoline. Una molla che ci rende competitivi anche quando non serve; un maledetto clik che scatta e che non riusciamo a padroneggiare, che ci eccita e ci fa perdere la lucidità.

Non so se qualcuno ha mai provato fare lo Stelvio con la bici. Salita dura eh, mica scherzi. Su quei tornanti vanno su centinaia di ciclisti e non ce n’è uno che non sia al massimo dell’impegno. Operai e colletti bianchi, panzelmi e polpaccioni, longilinei o brachitipi che siano: sono tutti a manetta. E sono tutti lì che — se potessero, se qualcuno prospettasse loro il miraggio, se qualcuno gliela offrisse — assumerebbero altro che l’Epo, per arrivare in cima senza vedere i fantasmi. Diamine, solo per arrivare in cima!

Ho un modesto passato agonistico in uno sport di resistenza. Per arrivare a dei risultati che definire mediocri è puro eufemismo, dovevo allenarmi circa due ore al giorno. E per farlo, soprattutto in estate, gli integratori salini e gli aminoacidi (ora anche questi in procinto di entrare nella lista dei prodotti cattivi) andavano giù come il pane. Parlavo con i miei colleghi sportivi, più forti di me, e anche loro uguale. Non cito aneddoti e favole varie che giravano nell’ambiente, che altrimenti non si finirebbe più. E comunque circolano ancora.

Ora, se tutti (o quasi: qualche eccezione conferma la regola) noi siamo disposti a eccedere per le nostre effimere soddisfazioni, prova per un attimo ad immaginare di essere sul Mortirolo, o sul Gavia, o a Madonna di Campiglio o dove, in mezzo a folle oceaniche di persone che ti aspettano e controllano la velocità che fai, il rapporto che spingi, il distacco che hai (dato). Fama, soldi, ammirazione a portata di mano. Per i migliori l’immortalità garantita da un albo d’oro. Non certo per quello che dici o per quello che mangi al ristorante, ma per come pedali. Per come spingi quel ferro a due ruote sulla strada. Chi di noi avrebbe la lucidità, la freddezza di rinunciare a qualche cosa che ti migliora le prestazioni di percentuali impressionanti? Che ti può far diventare il numero uno?

Eppoi rinunciare in nome di cosa? Di una vita (forse) più lunga, magari trascorsa a vendere piadine ai turisti sulla spiaggia di Cesenatico, capaci anche di mandarti al diavolo, se gli gira, solo perché loro pagano. Come se qualcuno dicesse ad un professore di smettere di leggere perché si rovina gli occhi (che poi è anche vero). E allora cosa fa? Anche lui a Cesenatico, con le piadine? Niente da fare: battaglia persa.

C’è poco da dire: quella foto di Pantani che taglia il traguardo braccia al cielo e lacrime agli occhi (come purtroppo non ha fatto mai in questo Giro d’Italia, un presagio?) sull’Alpe d’Huez, vale una vita di cartellini timbrati e di nervosi patiti tra le mura di un ufficio o su una catena di montaggio. E per i sentimentali può valere una vita anche il brivido che ha fatto attraversare la schiena di tutti noi ciclismodipendenti Lance Armstrong quando, alla vittoria di una tappa del Tour de France, indicò il cielo per dedicare la vittoria all’amico-collega scomparso per una caduta ciclistica, Casertelli. Chi, in quegli attimi, non sarebbe disposto a pronunciare il fatidico «fermati, sei bellissimo», pur coscienti che si verrà portati via da Mefistofele e i suoi diavoli?

Pantani — toh, anche lui — ha i suoi pregi (che, a differenza di molti, ha saputo dimostrare) e i suoi difetti, le sue debolezze e i suoi diritti, compreso quello di sbagliare. Il fatto che lo si veda in televisione non lo rende un marziano. Eppoi, diciamocelo, se per andare così forte in bici (e dunque apparire così diverso da noi) anche lui ha dovuto ricorrere a un qualche additivo chimico in un certo senso non lo rende più simpatico? In fin dei conti decisamente più uomo che moto. Certo, ha infranto la norma, pure le controanalisi lo testimoniano. Andava fermato, proprio come è stato fatto. Le regole sono regole e vanno rispettate. Se deve essere squalificato, sia. Ma non si rispetti il solito nauseabondo copione da teatro di ottava categoria. Che vede il campione elevato (frettolosamente ed eccessivamente) a esempio per tutti, a modello di vita e poi — quando dimostra di essere un uomo normale — additato a pecora nera del gruppo (dice niente il nome di Virenque?).

No, il pistolotto no. Quello gli sia risparmiato.

Perché sulle sue spalle cascherebbe il retorico giudizio sul ciclismo, ″un ambiente pulito″ dove però tutti gli atleti girano con la loro macchinetta personale per tenere sotto controllo la densità del sangue che in una persona normale dovrebbe essere ben lontana dal limite imposto dai regolamenti (un po’ come se qualcuno di noi andasse a cena con l’etilometro in automobile e giurasse di essere astemio), sullo sport ″che esprime valori in se’″, sulla società dell’immagine ″che si cura dell’apparire anziché dell’essere″. Insomma le solite fesserie che nascondono farisaicamente il giudizio su noi stessi e su questo mondo che mattone su mattone, ognuno con la sua storia fatta di ordinarie mediocrità, di piccole furbizie e ruote succhiate, di microscopiche eccellenze e di incommensurabili (e spesso inenarrabili) invidie ha contribuito a costruire e cementare. La predica, pietà, quella proprio a Pantani non serve.


(L’Adige, 9 giugno 1999. Prima pagina)