• Maurilio Barozzi

Testimoni della fatica

Aggiornato il: 21 mar 2019



Andrea Daprai


TRENTO - Mai pensato di fare uno sforzo fisico di 11 ore? Sforzo da record, intendo, mica sollevare cassette di mele con regolari pause per sigaretta e caffé. Beh, allora non si può capire ciò che prova Andrea Daprai dopo una delle sue imprese. Lui fa proprio questo. Si inventa una cosa, un'idea che scivola su una lama in bilico tra record e follia, e ne costruisce l'impresa cercando di dirottarla dalla parte del record.

Per dire.

Una volta si è messo in testa di fare tutto il Brenta, andata e ritorno, da Cles a Campiglio percorrendo il sentiero Costanzi.

Per chi non sapesse, sono 71 km. con 9.600 metri di dislivello, un su e giù che pare il diagramma dello Tsunami. Cose da pazzi, penserà qualcuno.



E invece lui lo ha fatto. Non solo. Lo ha fatto di corsa, con il cronometro alla mano che ha bloccato a 10 ore e 50, quando aveva dichiarato di fare la cosa entro le dodici ore. Ecco: il record.

L'impresa generò da un mix tra osservazione e desiderio di sfida dello sky runner di Cles: «D'estate, mentre non faccio il maestro di sci né gare d'alpinismo, mi alleno molto a secco: vado in bici e faccio corsa in montagna. E spesso mi sono messo a correre sul sentiero Costanzi, tra Cles e Campiglio. Lì avevo incontrato qualcuno che percorreva tutto il tragitto in un senso, ma mai nessuno si era azzardato fare andata e ritorno. Così ho risolto che io dovevo fare quello, dovevo riuscire a fare di più: quello che nessuno aveva mai fatto.

E ho deciso di provarci».

Hai detto niente... Solo che una cosa del genere, siccome è piuttosto grossa, pare più la spacconata raccontata al bar dopo aver esagerato coi vodka Martini, che un'impresa reale. Lui, per evitare il rischio (che a essere pignoli sarebbe già scongiurato osservandone il fisico asciutto e all'apparenza poco inclinato alle libagioni), ha approfittato di un amico che possiede una ditta di elicotteri. Gli ha chiesto di seguirlo in modo da filmare e documentare tutto, vidimando il record e conquistandosi il sacrosanto diritto di raccontarlo. E non solo al bar, visto che da quelle immagini ne è saltato fuori un video mandato in onda da Sky.

«Sono spinto dalla sfida. Prima con me stesso, poi con gli altri. Ho sempre vissuto lo sport in modo agonistico e con il cronometro in mano. Ora mi invento imprese, ma il tempo non può essere dimenticato».

Già perché Andrea, che ne ha 31, è da quando ha tre anni che scia e che fa gare. Lo ha messo in mezzo alla neve il papà, innamorato di sport invernali. E lui lo ha ripagato, facendola diventare anche la sua passione. Ha gareggiato fino a venti e quasi quasi arrivava anche in nazionale. Poi, si sa, o sei nei primi, o ti tocca cambiare prospettiva perché, se non sei un professionista, allenarti ore e ore tutti i giorni per niente ti costa fatica e soldi.

E non ti resta un tubo.

Dunque si è buttato nell'impresa. Fa il maestro di sci, conosce qualcuno, riesce a tirar su un po' di denaro da sponsor che gli finanziano l'idea e cerca di portarla a termine. Dice: «Non è facile trovare qualcuno che ti dia dei soldi per tentare un record sportivo. Anche perciò tutto deve essere perfettamente documentato. Così quando coinvolgo giornali e televisioni per dar conto delle performance, non lo faccio per vanto. Inoltre, va anche detto che se prepari meticolosamente tutto, coinvolgi altra gente e annunci pubblicamente l'evento, sei anche molto più motivato a portarlo termine».

L'ultima prodezza, quest'estate, lui stesso l'ha battezzata Trentino Vertical. E' partito a mezzanotte da Riva del Garda, il punto più basso del Trentino, e in bici ha raggiunto i boschi dei masi di Stavèl, in alta val di Sole. Di lì è iniziata una fase di corsa che lo ha trasferito ai piedi della Presena. Piccozza e ramponi per scalarla e, una volta giunto in cima, nella mattinata seguente, l'amico elicotterista gli ha calato un paio di sci con i quali si è buttato in discesa lungo la parete nord.

Rischio, eroismo, follia? Cosa spinge una persona ad allenarsi cinque sei ore al giorno per mesi allo scopo di compiere una performance per cui, se tutto fila liscio come l'olio, va al coperto con le spese?

«Io lo faccio perché mi diverto e soprattutto per un senso di sfida che ho da sempre, da quando a quattro anni ho fatto la prima gara di sci. Teniamo anche presente che prima di questa ultima impresa, per cinque mesi mi sono allenato a tempo pieno, sette otto ore al giorno. Il mio preparatore, Pierino Endrizzi, mi ha proposto un programma che prevede un giorno di riposo ogni dieci di allenamento. E io lo seguo. Del resto vorrei che diventasse il mio lavoro».

Bere una birra? «Mai quando preparo queste imprese. E non perché sia astemio. In altri periodi posso anche berne venti in una sera, ma durante l'allenamento no. Sarebbe un'idiozia: facciamo tanto per togliere dalla pancia un chilo e poi il lavoro può essere vanificato in una serata...

Anche se, lo dico chiaro, non sono come quei fanatici amatori che seguono diete rigorose: se mia mamma mi fa l'arrosto, me lo mangio».

Dice di leggere qualche libro, ma la tivù, quando arriva a casa la sera, non la guarda.

«Non ho tempo, verso le dieci vado a dormire. E durante il giorno, se ho un'ora libera, mi piace trascorrerla dando una mano alla mia ragazza, Sonia, che si occupa di modelle». Beh, tra tutti quelli che mi ha raccontato, direi che questo è lo sforzo meno sacrificale.

Riguardo alla filosofia della montagna di Messner o di Bonatti se ne frega. Meglio: lui li reputa due grandissimi scalatori, ma se gli si ricordano le frasi di Bonatti sulla montagna «afflitta da spettacolarità, spinta al recordismo, sponsorizzazioni sfrenate» e tutte quelle storie lì, lui non fa una piega: «Ognuno pensi a ciò che fa. Io la montagna non la rovino di sicuro, non la sporco, non ho mai conficcato un chiodo sulle pareti: però il cronometro lo tengo acceso quando voglio. Sulla pubblicità, poi, lascerei perdere. Innanzitutto perché ormai si fa su tutto e non mi pare che sia un delitto. E poi, vogliamo parlare della pubblicità che si fa Messner?».

Va bene, non fa una piega.

Ora Andrea sta programmando una nuova missione che ancora non ritiene opportuno svelare ma, più a lungo termine, c'è proprio un progetto di vita: «Mi piacerebbe riuscire a sopravvivere facendo queste imprese. Mantenermi così: ora aggiungerò alle mie specialità di gara anche il parapendio».

Insomma, lo sforzo è finalizzato ad un obiettivo chiaro: essere una sorta di nuovo Patrick de Gayardon, quello che aveva progettato una tuta per volare senza paracadute.

Lui accenna un sì con la testa ma, considerando la brutta fine che ha fatto Patrick, cerca di rimettere tutte le cose al loro posto: «Anche se io tengo sempre ben presente il fattore pericolo. Ho una famiglia, non posso correre rischi inutili. Inoltre, vuoi che ti dica una cosa? Quando sono in funivia o in elicottero ho le vertigini».

Diavolo! Proprio come quel tale che trovava le strade sempre meno sicure: «Meglio starci il meno possibile», diceva. E guidava l'auto a duecento all'ora.



Silvano Janes


TRENTO - Vallo a capire, il caso.

Adesso lui lo chiamano Tasso. Che se aprite l'enciclopedia è un animale solitario, combattivo, anche cattivo, se vogliamo. Ma che era anche il soprannome di Bernard Hinault, uno dei più grandi ciclisti della storia. Uno capace di vincere in tutte le competizioni, dal Tour de France ai Campionati del mondo, passando per Giro d'Italia e grandi classiche del nord.

Ecco, lui non ha vinto tutto ciò, ma nel suo ambito si dà da fare a dovere. Per chi non è dell'ambiente, forse è arrivato il momento di precisare che parliamo di Silvano Janes, cinquantun anni, nato e vissuto a Povo e, da quando ha ventitré anni, ciclista amatoriale di qualità sopraffina.

Il caso, dicevo. Beh, lui fino a vent'anni giocava a calcio. Niente male nemmeno lì, per la verità. Aveva fatto anche dei provini con la Fiorentina e altre squadre di rango. Poi, appunto, ci si è messo il caso sotto le spoglie di un infortunio, storie di quelle che se ne sentono a iosa, tra coloro che hanno giocato a calcio. Legamenti partiti e il medico che lo consiglia di fare un po' di bici, così, giusto per tonificare la muscolatura. Lui lo prende alla lettera. «Dopo un po' ho cominciato ad allenarmi con serietà. Ho corso qualche gara con il Povo, prima a livello amatoriale, poi - quasi senza accorgermi - sempre di più.

Fino a quando, nei primi anni '90, è scoppiata la mania per la mountain bike».



Da allora la passione ha subito un'impennata di quelle toste. «Da quei tempi percorro attorno ai 25 mila chilometri all'anno». Alt. Qui chi pratica il ciclismo può saltare qualche riga. Gli altri facciano un trattino a matita e mi seguano nel piccolo calcolo. Può essere utile. 25 mila chilometri in un anno significano grosso modo duemila e cento chilometri al mese, o 480 alla settimana. Tenuto conto che i chilometri in bici si fanno di solito quando non fa troppo freddo, si può dire che primavera-estate e autunno, Janes faccia in bici più o meno cento chilometri ogni giorno.

Tutti i giorni, pioggia o sole, vento o afa che ci sia. Lui la butta giù facile: «Con gli anni faccio meno fatica: conosco meglio il mio fisico e riesco ad adattare senza troppa rigidità le tabelle che mi fa il mio preparatore, il dottor Riccamboni. Se un giorno mi sento stanco, mi alleno meno». 100 chilometri al giorno significano mediamente 3-4 ore al giorno in groppa a un sellino. Per giunta neanche tanto comodo. Ci siamo capiti? Okay, via il trattino e proseguiamo.

Di professione, perché ovviamente si deve anche lavorare, mica solo andare in bici, Silvano faceva il tecnico dell'Olivetti. Poi però, attorno ai 35 anni, si sono fuse insieme due circostanze.

Primo: lui ha cominciato a vincere un fracco di gare. Secondo (ancora il caso che intona la sua sinfonia, a volte soave, a volte stonata): la Olivetti va in crisi. Janes si aggrappa ancora di più al ciclismo che fa l'effetto dell'eroina: si insinua nell'organismo piano piano, ma poi diventa qualche cosa di irrinunciabile. Tanto che la strada non basta più. E anche la bici gli va incontro. Gli si presenta l'occasione per fare il rappresentante di bicicletta e lui accetta. Da allora vende bici andando in bici. Tutt'uno.

Sulle strade e durante le gare, sono i ciclisti stessi a chiedere a Janes quale sia il mezzo migliore. Per poi comprarla. Burroughs osservò che l'eroina è l'unica cosa che non devi vendere ai tossici, sono loro che si offrono a lei. Il ciclismo fa lo stesso effetto. E anche il Tasso non ne è immune: «Se sto qualche giorno senza pedalare mi agito, quasi sto male, non sono sereno», dice. E in quel caso la soluzione è preparare la bici e spararsi la propria dose di chilometri di strada.

A proposito di dosi. Qui il copione, per chi scrive di ciclismo, da qualche anno parla chiaro: serve una domanda sul doping. Lo so, è una domanda del piffero perché non risulta che alcun ciclista abbia raccontato in anteprima a un giornalista che tizio o caio abbiano fatto uso di sostanze illecite o che lui stesso lo faccia. A volte qualcuno lo dice a un magistrato, ma a un giornalista… Comunque, vai con la tiritera. Domanda: «Qualcuno sostiene che ci siano anche molti amatori che fanno uso di prodotti illeciti, di sostanze dopanti». Risposta: «Per quanto ne so, non mi risulta. Anche perché per avere sostanze che facciano davvero un certo effetto i costi sono altissimi. Anche volendo, a questi livelli chi può permetterselo?». C.v.d., come volevasi dimostrare. A domande stupidamente ovvie, risposte scontate. Passiamo oltre.

Tra le gare che ha vinto ce ne sono un filotto infinito che a scriverle tutte stiamo fino a domani. Del resto, i suoi cento chilometri al giorno non è che se li sciroppi come fossero la scampagnata fuori porta. Si allena assieme a un certo Gilberto Simoni, o con Alessandro Bertolini, oppure con Francesco Moser, non so se mi spiego. Comunque, per la cronaca, basti sapere che in Messico lo scorso anno ha vinto una gran fondo di mountain bike; 6 titoli mondiali master (cinque in mtb e uno su strada); 3 europei (due mtb e uno strada) e trentaquattro titoli italiani tra mtb, strada e pista. «Ma è la mtb che mi affascina di più. Non so... mi sembra che si adatti di più alle mie caratteristiche di solitario: lì non c'è il gruppo, ogni gara è una sfida con gli altri e con te stesso, in primo luogo». Ecco il perché del soprannome Tasso. «Quello arriva da una gara che feci a Brescia, anni fa. Era andato via un gruppetto e nessuno mi voleva aiutare per andare a riprenderli. Allora mi sono rotto. Mi sono messo giù e ho cominciato a pedalare da solo per molti chilometri. Li ho presi e poi li ho staccati, sempre da solo». Solitario e tenace. Tasso, appunto. Che ha orgogliosamente fatto dipingere sul suo caschetto da gara.

Chiedendoglielo, si rende conto che fare questa vita è dura: lavoro e cento chilometri al giorno in bici, niente libri, né musica, né cinema, alle dieci a dormire, parlare da mattina a sera di moltipliche e telai, e nei weekend le gare. Solleva le spalle.

«Ormai sono abituato, lo faccio da tanti anni». Casomai si potrebbe dire che lui avverta la noia di un calendario che si ripete.

Dice: «Le gare sono quasi sempre le stesse, gli allenamenti gli stessi, i compagni di viaggio gli stessi. Non ci penso neanche più. Lo faccio e basta». A fargli notare la durezza delle sue sgobbate, e le ore trascorse sulla strada è soprattutto la famiglia, nonostante abbia una signora molto paziente: «Mia moglie è una santa. Penso che fossi stato più giovane e avessi sposato una ragazza di oggi, mi avrebbe già lasciato da un pezzo, a vedermi sempre andar via in bici».

Non so, probabilmente è così. Ma il caso, ancora, ha voluto che Silvano trovasse uno sport di cui è innamorato e anche la donna giusta. Ora deve trovare un avversario che gli dia filo da torcere e magari lo batta. Altrimenti non c'è gusto.


Giorgia Polese

RIVA DEL GARDA - A vederla non penseresti che sia in grado di nuotare per cinquanta chilometri e fischia, in mezzo alle correnti, nel buio e con il sole, galleggiando sopra le profondità del lago di Garda. Non lo penseresti eppure lei lo ha fatto.

Giorgia Polese, trentun anni, non ha niente a che vedere con i nuotatori come siamo abituati a vederli: bestioni da uno e novanta con due spalle così. Lei è tutto il contrario.

Piccola e minuta, porta gli occhiali con una montatura leggerissima, quasi non si vedono, per non nascondere i suoi occhi azzurri come il ghiaccio.

Ecco, il ghiaccio. Freddezza e tenacia non le fanno certo difetto. La tenacia che serve per allenarsi quasi tutti i giorni e realizzare la traversata del Lago di Garda, prima per il largo, da Malcesine a Limone, poi per il lungo da Riva a Sirmione e, se qualcuno non sapesse, parliamo di più di cinquanta chilometri di acqua. Nel mezzo, tra una sfida e l'altra, la traversata del lago d'Iseo. La freddezza di metter su una piccola macchina organizzativa che le consente di realizzare le sue imprese.



Giorgia arriva dal Friuli, terra operosa per definizione, e dopo aver vagabondato con la famiglia per mezzo mondo, si è fermata a Riva del Garda. Al nuoto c'è arrivata per caso, anche se qualche tuffo, ai tempi delle scuole, lo aveva fatto: «Già quando frequentavo le medie facevo nuoto e ho partecipato ad alcune gare.

Poi però ho iniziato la scuola alberghiera e ho dovuto decidere: o studiavo o mi allenavo seriamente. Mi sono messa a studiare. Da qualche anno, finiti gli studi e impiegata in un hotel ho ripreso a fare sport».

È il momento della virata. Una virata secca, senza indecisioni: «Una mattina mi sono svegliata e ho deciso di tentare l'impresa di attraversare il lago di Garda».

Punto. Un pensiero anche strano, per uno che si è appena alzato. Di solito uno si sveglia alla mattina e pensa a che pantaloni mettere. Lei no. Lei ha pensato di attraversare il Garda a nuoto. «Sono fatta così - dice -. E quando mi metto in testa qualche cosa è difficile togliermela».

Così il nuoto, uscito dalla porta della sua vita ai tempi delle scuole, è rientrato dalla finestra una volta diplomata.

«All'inizio, fino a qualche anno fa andavo in piscina per hobby, un paio di volte alla settimana. Poi, quando ho deciso di fare la traversata, ho iniziato ad allenarmi tutti i giorni, in modo sempre più intenso, fino ad arrivare alle quattro ore al giorno circa che dedico oggi all'allenamento».

La giornata di Giorgia inizia la mattina presto. Otto ore ai piani, a rifare letti e sistemare camere in albergo. Poi, una volta finito, a casa di corsa, cambio di abiti e via in piscina. O in palestra. O in bici. O di corsa. Il tempo di mangiare e poi a nanna, a riposare, domani si ricomincia. «Alla sera crollo. Sto leggendo l'ultimo libro di Faletti, ma non riesco a leggere più di una pagina al giorno». A voler essere perfidi si potrebbe dire che magari non è colpa del nuoto, né di Giorgia... Ma sto divagando.

Si diceva della giornata dell'atleta. Già così, sarebbe abbastanza dura. Pensare poi che a seguirla, e a volte spronarla, negli allenamenti c'è una dietista che arriva dall'Est: Alina Suber. Anche lei atleta, anche lei nuotatrice, anche lei capace di fare la traversata del Garda per il lungo nel 2001, vi lascio immaginare. Giorgia dice: «Mangio sette volte al giorno osservando una dieta ferrea: soprattutto carboidrati, frutta e pesce; invece poca carne».

Giornata piena, eh?

«Però ci sono poi soddisfazioni che mi ripagano di tutto. Quando ho fatto la traversata, nell'agosto scorso, è stato bellissimo. Ho visto il lago di Garda di notte, dal mezzo, senza luci e disturbi. Mi fermavo per mangiare e c'era un silenzio spettacolare. Le stelle, l'acqua calma. Sono delle sensazioni splendide che mi fanno dimenticare lo sforzo. E poi c'è la questione dell'orgoglio: ho voluto dimostrare che anche le donne possono farcela; era per me un modo per ricordare a tutti che esisto, che sono in grado di pormi un obiettivo e raggiungerlo».

Ora ha in mente qualche altra cosa, un'altra nuotatina delle sue, ma non vuole raccontarla per scaramanzia. Dice solo: «Sarà in Italia ma fuori regione».

Va bene, torniamo alla Riva del Garda-Sirmione.

Il primo tentativo è stato nel 2005. Due tentativi, per la precisione. Entrambi falliti a causa delle condizioni atmosferiche non ottimali. Infine, nell'agosto scorso l'impresa è andata a segno: «Con me c'erano tre barche d'appoggio: un gommone con a bordo la mia dietista, l'organizzatore della manifestazione, Paolo Soncina, due membri del salvataggio e il medico; la pilotina della Fraglia vela di Riva comandata da Paolo Giovannella come punto d'appoggio. Infine una barca di salvamento con a bordo un equipaggio e il Salvamento cani di Seriate».

È anche un bel costo, a voler guardare. «Eccome. E trovare sponsor è sempre dura; anche se soldi non se ne guadagnano. Quei pochi che si riescono a incassare dagli sponsor vanno per pagare il personale di appoggio».

Però se qualcosa va fatta, va fatta. E allora lei si è data da fare: la dietista sportiva, un organizzatore degli eventi e tanta buona volontà da mettere in acqua per diverse ore al giorno, sei giorni su sette. «Se avessi qualcuno che un po' mi frenasse, forse mi allenerei meno. Il fatto è che sento il vuoto della casa, quando la sera rientro. E soprattutto il vuoto che ho in un angolino del mio cuore. Mi piacerebbe trovare qualcuno che coltivi la mia stessa passione, che capisca cosa significa fare sport. Le mie rinunce. Per dire: non bevo, non fumo, non assumo stupefacenti. Insomma, sono una brava ragazza. Lo scriva pure». «Signorina - faccio presente - non siamo un'agenzia matrimoniale». Ma tant'è. Lei ride. Però è certo che quel vuoto che sente, il vuoto della casa, il vuoto del cuore per intanto è riempito dall'acqua della piscina. C'è solo da capire se, quando arriverà il principe azzurro, la piscina continuerà ad esistere con questa intensità nella sua vita o se, viceversa, questa sua passione sfilerà via, trasfigurando in ricordo. Il ricordo di ore a bagnomaria. Il ricordo delle soddisfazioni, dell'abbraccio del papà o dell'assessora allo sport, una volta arrivata a destinazione. Il ricordo della gente che ha seguito il lavoro e l'impegno. Il ricordo di quella riga nera, sotto la pancia che individua la rotta in allenamento e sembra monotona. Ma solo sembra perché, come disse la nuotarice-teatrante-attrice australiana Annette Kellerman, «il nuoto migliora l'immaginazione». E se lo dice la Kellerman - la prima donna a presentarsi nuda sullo schermo cinematografico e la prima a portare un costume scosciato, nel 1906, con tanto di arresto - direi che c'è da crederle.


Maria Luisa Tavernini


RIVA DEL GARDA - Qualcuno racconta che questo sport sia stato inventato durante la caccia ad un evaso. Fuggito di cella si era gettato in un canale e aveva nuotato per far perdere le proprie tracce. Una volta uscito, aveva gettato i suoi abiti da carcerato, il più in fretta possibile li aveva sostituiti con quelli di un passante a cui aveva anche rubato la bici. Dopo diversi chilometri, anche se non moltissimi, l'evaso bucò. Gettò la bici al lato della strada e incominciò a correre, correre, correre. Fino a quando fu ripreso e riportato dentro. Tornò ad essere un carcerato. Ma non qualunque: aveva fatto scattare la scintilla per inventare un nuovo sport, il triathlon, combinazione di nuoto, ciclismo e corsa. Disse Borges: non so se la storia sia vera, ma l'importante è che sia stata raccontata. E che ci abbiamo creduto. Appunto. Viceversa, quella di Maria Luisa Tavernini è storia certamente vera. Storia di fatica. Di allenamenti all'alba mentre i suoi coetanei dormivano ancora raggomitolati al calduccio di una coperta. Di pomeriggi in cui l'unico suono è lo sciabordare dell'acqua interrotto soltanto dal fastidioso rimbombo di voci disordinate che si avverte nelle piscine. Storia di serate a nanna presto, che la mattina si ricomincia. Ma è anche la storia di gare vinte, di titoli italiani, di viaggi, di Universiadi cinesi, di sorrisi, perché lei, Maria Luisa, mentre parla è sempre sorridente. Pare proprio che problemi non ce ne siano: sorride. Racconta delle sue giornate di intensi allenamenti come se fossero una cosa da niente, come se la fatica non la sentisse. «Il problema è coltivare rapporti. I miei compagni di classe non mi capivano. Io cercavo di spiegare loro la mia passione per quello sport, ma non c'erano santi. Di bello c'è che viaggi, conosci persone, hai soddisfazioni. Ciò ti ripaga di tutti i sacrifici e gli sforzi che hai fatto durante la settimana. Per me era una cosa importantissima», racconta. Anche se poi aggiunge: «A tornare indietro, adesso non so se lo rifarei». E sorride.



Ma tornare indietro non si può. All'inizio era il nuoto. Fu con quello sport che lei iniziò a diventare un'atleta, a conoscere il significato della fatica. «Faccio nuoto da quando i miei genitori mi hanno messo in acqua, a quattro anni e mezzo. Le prime gare le ho fatte a sette. Subito i tecnici si sono accorti che le cose potevano mettersi bene e avrei potuto vincere qualche cosa. Così mi hanno spronato. Durante la scuola, poi, ho praticato diversi sport, dalla pallavolo all'atletica finché a 12 anni ho realizzato il tempo d'ingresso per partecipare ai campionati d'Italia». Da allora ha ordinatamente riposto – anche se non gettato via, ché poi ritorneranno fuori – la passione per gli altri sport, per concentrarsi sul nuoto, specialità dorso. «A mano a mano che gli anni passavano, ho cominciato a praticare quasi solo esclusivamente il nuoto: non potevo andare a sciare con gli amici perché i miei allenatori temevano che mi potessi fare del male, compromettendo importanti appuntamenti agonistici». I genitori erano contenti di questa giovane sirena, che si trovava ad avanzare nell'acqua con la facilità di un pesce. Del resto il nuoto è uno sport formativo, sia nel fisico che nella mente. Uno sport onesto, si dice, come tutti quelli in cui si lotta contro un cronometro. Lì non puoi barare o ricorrere a meschini trucchetti: o il tempo c'è, oppure no. Fine. Si capisce sia il più forte che il valore assoluto della gara. Onestà pura. Ma è anche uno sport che infonde l'idea di una capacità di cavarsela in ogni situazione. «Io sono qui che nuoto nel fiume delle avversità, ma so nuotare. Non pensare neppure per un minuto di essere abbandonata», scrisse Kerouac a sua madre. E pure Maria Luisa, nonostante nuotasse quotidianamente nelle acque della piscina di Riva, non pensò di abbandonare niente. Principalmente la scuola, alla quali i genitori tenevano particolarmente. «I miei mi dicevano: fai ciò che credi ma ricordati che la scuola è la prima cosa». E lei con una obbedienza quasi maniacale esegue.

«Ho frequentato ragioneria e sono sempre andata abbastanza bene, nonostante per tre giorni alla settimana dovessi sostenere due sedute di allenamento al giorno: la mattina e il pomeriggio. E la mattina andavo in piscina prima che iniziassero le scuole, alle 5.30. C'eravamo solo io e la mia allenatrice».

I risultati non le sono certo mancati: 25 medaglie nei campionati assoluti italiani e moltissimi altri nelle gare giovanili. Ha partecipato alle Universiadi a Pechino dove è giunta alle semifinali. Ma nonostante tutto questo, la sua vita cercava anche una svolta di normalità.


«Tutti i rapporti si coltivano ai bordi della vasca: nel 2002 proprio in piscina ho conosciuto il mio ragazzo, Paolo, che praticava il triathlon. Mi ha convinto a provare. E da allora faccio tutto assieme a lui: ci alleniamo a nuoto, in bici e a piedi. Progettiamo viaggi avventurosi: siamo stati in Sardegna in moto, con la tenda. Andiamo ai concerti: l'ultima volta abbiamo visto gli U2. Paolo, per hobby, ha sette arnie di api e produce miele e io gli do una mano, con i guantoni, la tuta, la maschera. Ci piacciono molto anche i fiori, il giardinaggio e nei prossimi mesi, se verrà da nevicare, faremo un corso di sci d'alpinismo». Così ora la passione per il nuoto si è tramutata in quella per il triathlon, dove Maria Luisa è una delle più brave d'Italia. Anche se nel suo futuro le stelle potrebbero aver scritto qualche cosa di diverso: lo scorso dicembre ha finito anche l'università.

«Mi sono laureata in lingue a dicembre e ora sto cercando un lavoro. Mi piacerebbe insegnare, oppure essere impiegata nel mondo del turismo. Sarebbe bello poter continuare a fare sport, ma non so se riuscirò a conciliare con il lavoro: lo studio lo puoi gestire, mentre gli orari di lavoro sono più rigidi. Vedremo».

Per intanto comunque il triathlon resiste, eccome. Ore di bici, di corsa avanti e indietro per la ciclabile e di nuoto, in piscina. Mentre ha chiuso i libri «proprio ora non mi va di leggere, l'ho fatto abbastanza durante la scuola e temo che questo mi abbia fatto venire a noia la lettura. Ora, almeno per un periodo, basta», dice che quando guarda il telegiornale ogni tanto discute le notizie con il suo ragazzo «ci piace scambiarci le nostre opinioni». Le chiedo se anche le sue giornate sono di ventiquattr'ore. Tanto per cambiare, lei sorride. E rilancia: nell'immediato c'è pure il matrimonio... La storia di una vita piena. Come una gara di triathlon, da quando si parte col tuffo in una tonnara di atleti a quando si arriva, dopo aver percorso d'un fiato un chilometro e mezzo a nuoto, quaranta in bici e dieci a piedi. E tra una frazione e l'altra una sorta di strip-tease per cambiarsi, prendere la bici, più tardi riporla e ripartire di corsa, tutto il più in fretta possibile perché i tempi morti non esistono e il cronometro avanza. Anche lei avanza, sorridente, in gara e nella vita senza lasciare respiro al vuoto pneumatico. Quello che ti mette faccia a faccia solo con te stesso. Ma può anche intristire.


Lorenza Beatrici


TRENTO - La storia è grosso modo così: c'è questo tizio, Sisifo, che deve portare un enorme masso su una collina. Il fatto è che ogni volta che arriva al culmine, il masso gli scivola e rotola giù, fino in fondo. Sisifo si deve girare, scendere la collina, riprendere il masso e tornare su. Una volta in cima, il sasso ricade e avanti, sempre così, nei secoli dei secoli, come direbbe Huck Finn. La storia è un mito, il mito di Sisifo. Che era stato condanno alla pena descritta – uno sforzo che non troverà mai fine né soluzione – dagli dei. Lui accetta la sua pena, deve farlo, e per l'eternità farà questo. Pazzesco, vero?

Ma c'è qualcuno – per la verità molti – che lo sforzo d Sisifo lo fa tutti i giorni. La cosa più affascinante, per certi versi eroica, è che queste persone non devono sottostare ad alcuna condanna divina, fare sforzi titanici tutti i giorni è una loro libera scelta. Una missione che si sono autoassegnati. Sentite di quest'atleta, Lorenza Beatrici. Beh, lei è una bella donna, biondo platino, occhi azzurri, fisico tonico, che attorno ai vent'anni ha deciso di mantenersi in forma correndo.

«Verso i vent'anni correvo 2, 3 volte alla settimana così, giusto per fare qualche cosa. Poi mi sono iscritta ad un gruppo sportivo ed ho cominciato ad ottenere qualche bel risultato. Mi sono appassionata. Ho aumentato la frequenza degli allenamenti e con questi sono arrivate anche le vittorie. Da allora correre è diventata una costante della mia vita».

Diciamo che a quel punto anche lei è entrata a fa parte della schiera dei Sisifi che si impongono una sfida. Qualcosa di irrinunciabile. Tanto più quanto la missione è impegnativa.



Lorenza si allena sei giorni alla settimana con un'abnegazione che è davvero invidiabile. «A prepararmi è mio fratello Rolando. Andiamo al campo Coni e poi ci spostiamo sulla ciclabile o su percorsi in salita per gli allenamenti: per esempio ieri ho corso per 8 volte i 500 attorno a 1'38" con 2'30" di recupero però non riesco a correre in pista, è una questione di testa». Non so se qualcuno di voi abbia chiaro cosa significhi correre otto ripetute dei 500 piani, con i tempi di recupero fissi, la strada che è sempre quella - otto volte -, l'acido lattico che ti arriva alla testa e te la fa vedere un po' in salita anche se non lo è. Beh, fare ciò significa costanza, cattiveria, capacità di concentrazione e di sacrificio sull'altare di qualche cosa che sembra evanescente: una coppa, il superare un'avversaria, un record. Allora avanti, tutti i giorni. Dice Beatici:«La mattina lavoro fino alle 12 e mezza. Poi vado ad allenarmi, diciamo dalle una alle tre. Mangio qualche cosa al volo, una doccetta e di corsa a prendere Eric, mio figlio di tre anni, alla scuola materna». Hai detto niente… I risultati, a lavorare così, si vedono. La giovane mamma corre la mezza maratona (21 chilometri e fischia) in 1h20'03" che, per far capire, molti di noi normali non riusciamo nemmeno a starle dietro in bici. Tutto ciò ha i suoi costi, naturalmente.

«Ormai per me correre è una droga. Da anni ormai corro tutti i giorni, sei volte la settimana: non esco solo se ci sono 20 cm. di neve e quella volta mi faccio pure prendere dai sensi di colpa. Tre anni fa ho avuto Eric, il mio bambino e due mesi dopo il parto ero già di corsa anche se prima di ritrovare la condizione sono passati almeno una decina di mesi».

Camus ha notato che la tragicità di Sisifo sta nel fatto di accettare il proprio destino senza porsi obiettivi, consapevole che mai uscirà dalla sua condizione di forzato alla salita. Senza speranza. Ma gli atleti, a differenza dei miti letterari, sperano. Sperano di vincere. Sperano di diventare i migliori. O, se non proprio i migliori, quantomeno migliori. Così lo sforzo e l'impegno hanno una finalità, e ciò ne raschia l'opacità della tragedia fino a far scintillare solo il luccichio della prestazione, della medaglia o della coppa. «Sono arrivata ottava ai campionati italiani di corsa in montagna e, con le colleghe dell'Atletica Tn CMB, siamo arrivate terze nei societari», spiega giustamente orgogliosa. Eppure, visto da lontano, lo sforzo è davvero titanico - per rimanere ancorati ai miti. «D'inverno ci sono i campionati societari, poi da maggio a ottobre tutte le domeniche c'è una gara: ci andiamo tutti assieme: io, mio marito - che qualche gara la fa anche lui -, i nonni (tutti e quattro) con il piccolo Eric e poi, alla fine, stiamo tutti assieme. C'è la premiazione, spesso la pastasciutta per tutti. Insomma quello della corsa in montagna è un bell'ambiente». E, almeno per quanto riguarda le diete, Lorenza non si fa troppo condizionare: «Mangio di tutto, senza preoccupazioni. Eppoi come mamma devo pensare anche al piccolo e a mio marito». Come abbiamo già registrato per alcuni dei «testimoni della fatica» che abbiamo intervistato finora, anche per Beatrici lo sport è stato il Cupido che ha scagliato la sua freccia in pieno cuore. «Mio marito l'ho conosciuto correndo. È stato un colpo di fulmine: in undici mesi ci siamo piaciuti e sposati. Era il 2001». Allora, cosa vuoi di più? Uno corre, passa il tempo, si mantiene in forma e trova anche l'anima gemella… Ma torniamo alle gare, alla lotta coltello nei denti che gli agonisti combattono giorno dopo giorno, gara dopo gara. «Nella corsa c'è competizione, come in tutti gli sport: se non ci fosse agonismo, non si gareggerebbe. Certo, mi piace lo sport anche come movimento e quando smetterò di fare agonismo tornerò a correre senza tabelle. Ma per ora, quando indosso un pettorale mi piace farmi valere. Specie nelle corse in montagna e sulle distanze lunghe, dove rendo al massimo». La ragazza ha grinta. Nel 2005 ha partecipato alla durissima corsa a tappe della val di Fassa, la Translaval, «tutta quella discesa mi ha indurito le gambe», ricorda. Così come ricorda i suoi hobby, al di fuori della corsa. Che in verità – per ovvi motivi di tempo – non sono molti. «Ho fatto il corso di istruttore di nordic walking, camminata coi bastoncini di sci da fondo. Ora sto facendo un corso d'inglese, il venerdì sera. E poi sono abbonata al National geographic». Ma domani, National o non National, ci sono gli allenamenti. Parlando di Sisifo, delle sue fatiche, della sua accettazione del destino, Camus scrisse una cosa tipo: a volte basta poco a riempire il cuore di un uomo (o un donna). Nonostante gli sforzi sovrumani cui è costretto, bisogna immaginare Sisifo felice. Figuriamoci chi costretto non è, si diverte e resta in forma…