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Caipirinha Mundial #16 - Prima al Fonte Nova. Crolla la Spagna

  • Immagine del redattore: Maurilio Barozzi
    Maurilio Barozzi
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Strada brasiliana con gente festante in maglia gialloverde
Mondiale 2014 — Stadio Fonte Nova di Bahia. In tribuna stampa si attende il via di Spagna-Olanda

Brasile, Mondiale 2014.

L'angelo vendicatore colpì alle 16.44 di venerdì tredici giugno 2014. Mancava un minuto alla fine del primo tempo di Spagna-Olanda. Staccatosi dall’erba, in volo, è stato tutt’uno con il pallone. Una figura a metà tra il mitologico e il fantascientifico. L’istante perfetto, a mezz’aria. Poi l’angelo è tornato a terra con le sembianze umane di Robin Van Persie mentre la sfera è entrata in porta, vendicando quattro anni di rimorsi olandesi.

Era la prima partita della Coppa del mondo che si giocava al Fonte Nova di Bahia. Ed era la mia prima partita di quel mondiale seguita allo stadio. Di fronte le stesse squadre che quattro anni prima, a Johannesburg, si erano contese la finalissima. E chi poteva dimenticarlo? Fu la benedizione definitiva dei calciatori spagnoli. Da anni i club iberici stavano facendo incetta di titoli internazionali e nel 2008 le Furie Rosse, com’erano chiamati i giocatori della nazionale, avevano vinto il Campionato europeo. E il Mondiale sudafricano fu l’apoteosi.

Di quella finale avevo in testa nitidi alcuni flash. Il volto sorridente di Nelson Mandela. Un paio di sgroppate di Arjen Robben verso la porta spagnola. La sua disperazione per non aver segnato a causa delle superbe parate di Iker Casillas. Un’occasione di Villa sventata sulla linea di porta dai giocatori arancioni. Dunque, quando i tempi supplementari stavano per concludersi, il magistrale tocco di Fabregas che smarcò Iniesta nel cuore dell’area olandese. Stop a seguire e destro sul palo opposto. Quel tiro valse la Coppa.

In Brasile le cose andarono in tutt’altro modo. Anche se, fino al momento in cui è entrato in azione l’angelo vendicatore, le Furie Rosse avevano danzato flamenchi, sardane e un’effimera jota.

In tribuna stampa, come precisava il bollettino ufficiale consegnato ai giornalisti, dovevamo far fronte a quasi trenta gradi e 87% di umidità. Avevo a fianco un italiano, inviato di non so che giornale. Scosse la testa e disse a voce alta: è grande Spagna, stasera l’Olanda può fare ben poco.

Certo amico, non la vedono nemmeno, feci io, per dargli ragione visto che dopo mezz’ora di gioco gli iberici dominavano ed erano anche in vantaggio 1-0 grazie al gol su rigore di Xabi Alonso. Per di più, il tipo stava pontificando da un po’: doveva essere un giornalista importante.

E se si sveglia Diego Costa, gli fanno pure un mazzo tanto, disse un altro con aria solenne, mentre David Silva si mangiava un gol già fatto.

Seduto accanto a illustri colleghi e investito dall’epico alito di un Mondiale, mi adeguai ai commenti salutando la vendemmia spagnola. Non consideravo che il calcio ha delle regole ancestrali, un tormentone mai scalfito dal tempo. Quando butti alle ortiche un gol, quando hai la possibilità di chiudere una partita e non lo fai, senz'altro sarai punito dai tuoi avversari. Magari fino a quel momento sembravano un’accolita di schiappe ma, allo scatto del click, diventano degli assi.

Alla fine, dopo il pareggio di Van Persie, gli olandesi ne fecero altri quattro: una manita che tagliò le gambe alla Spagna campione del mondo in carica, mandò in orbita le quotazioni della squadra di Louis Van Gaal e in estasi i cinquantamila arancioni accorsi allo stadio.



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Caipirinha Mundial — Brasile 2014.

L’ultimo Mondiale con l’Italia.


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