Caipirinha Mundial #9 - Essa è a nossa copa
- Maurilio Barozzi

- 31 mag
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 2 giu

Brasile 2014.
In tutto il Brasile, per annunciare il Mondiale, compariva questa effige: un ragazzino sfavilla in maglietta gialla canarino: con la grazia di chi porta un’offerta all’altare, regge un pallone e lo bacia ad occhi chiusi.
Sopra lo slogan:
“Essa è a nossa Copa. Essa è a Copa das Copas”.
Questa è la nostra Coppa. Questa è la Coppa di tutte le Coppe.
Era stata la presidentessa del Brasile, Dilma Rousseff, a lanciare lo slogan. L'aveva usata già nel dicembre del 2013, durante la cerimonia ufficiale del sorteggio a Costa do Sauípe.
Piegando alla sua retorica i più radicati cliché, Dilma aveva ricordato che la Canarinha è l'unica squadra ad aver partecipato a tutte le edizioni dei Mondiali, vincendone cinque: più di chiunque altro. Ne conseguiva logicamente che eravamo nel «Paese del calcio» e quella giocata lì non poteva che essere «la Coppa di tutte le Coppe, indimenticabile, dove i visitanti avranno l'opportunità di conoscere il Brasile, un Paese multiculturale e imprenditore» oggi «settima economia del pianeta e leader nel mondo in diversi settori di produzione e agrari.» «Un Brasile che ha affrontato la sfida di chiudere con la miseria e creare opportunità per tutti.»
Amen.
Del resto, nei giorni febbrili dell’attesa nessuno avrebbe potuto immaginare un epilogo tanto crudele.
Poi arrivò la semifinale con la Germania.
1-7: il Mineirazo.
E quella promessa stampata sui cartelloni sparsi per il Paese assunse all’improvviso un sapore quasi beffardo.
È noto: la realtà è più spietata di ogni supposizione.
Anche questo frullato di attesa, orgoglio nazionale e trauma collettivo ha cominciato a scavarmi dentro l’idea di Maracanã.
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Caipirinha Mundial — Brasile 2014.
L’ultimo Mondiale con l’Italia.
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