• Maurilio Barozzi

Vai a Cancun!

Viaggio nel Messico che nasce


CANCUN (Quintana Roo, Messico) - Cancun è il Messico che muore. Cancun è il Messico che nasce. Ricorda un dollaro americano che ha passato la frontiera nel culo di un contrabbandiere. Ora, ripulito, può essere sventolato. Cancun è figlia di quel dollaro.

Se vai nella penisola dello Yucatan e non vai a Cancun sei un idiota. Non ascoltare quelli che ti dicono di evitarla “perché è troppo turistica”, “perché quello non è Messico”.

E allora cosa sarebbe Messico? Tulum, Chichen Itza?

Stronzate! Quello era il Messico. Archeologia di migliaia d'anni fa. Importantissima storia. Ma sarebbe come dire che l'Italia è il Colosseo. Ora a Chichen Itza ci sono i venditori di statuette, calendari maya e tappeti arzigogolati. E da qualche anno sul Castillo manco ci puoi più salire.


Chichen Itza, El Castillo

Sbattitene di chi ti dice di non visitare Cancun. Ficcaci dentro il naso.

Guadagnati il diritto di dire ciò che pensi su una città che 40 anni fa non era neanche sulle mappe. Non ci credi? Prendi l'atlante dei tuoi genitori e controlla. Città che oggi – solo perché attorno al 1970 negli Stati Uniti hanno calcolato: in 2 secoli nessun uragano – ha preso il posto di meta turistica internazionale che era di Acapulco. E conta 750 mila abitanti (dei quali solo 260 mila residenti).

Devi conquistartelo il diritto di vedere cosa possono fare alle tradizioni i dollari o i capitali stranieri in generale, visto che non sono solo americani ad investire a Cancun ma anche europei, italiani compresi.

Certo, visita il sito maya di Chichen Itza e apprendi la cultura dei sacrifici umani, un rituale che nel Messico intero pare aver ritrovato rinnovati adepti, specie tra le famiglie dei narcos.

Devi vedere


E vai anche a Tulum, o – col suo antico nome maya – Zamna (prima luce). Fatti raccontare la storia delle mura, fatte di pietra vulcanica barattata col sale di Coba, il cacao e le pelli di giaguaro e poi tagliata con la giada del Guatemala. Fatti dire di come gli indios indicavano alle navi al largo la via per attraversare la barriera corallina permettendo loro di attraccare. E di come la notte usavano le torce a mo’ di faro. Magari resta a dormire in una cabana sulla spiaggia e goditi le stelle. Osserva il cane messicano (xotintle), senza pelo, a guardia delle tombe e impara la storia di Gonzal Guerrero e del primo matrimonio meticcio. Non scordarti i cenotes, pozzi dove veniva raccolta l’acqua piovana. Fai il bagno nella splendida Xel-Ha, nuotando immerso nell'acqua calda e cristallina in mezzo a centinaia di pesci gialli con striature nere, oppure azzurri. Una volta era una laguna incontaminata; ora è riservata e per entrare si paga.

Apprendi il segreto delle tortillas, fatte con un impasto d’acqua, farina di mais e calce – sì, calce –; del chewing-gum, il chicle, che si estrae dall’albero chicozapote. Bevi tequila derecho mischiato a cerveja.

Guardati le piccole città coloniali, come Valladolid. Vai a Merida. Loro, adesso, sono il Messico.

Ma sappi che questo è il presente, e il presente è istantaneo. Ha i giorni contati. E' stato concepito dal passato – un passato illustre, lustro come i brillanti che i maya ancor oggi si conficcano nei denti – ma è gravido di futuro. E nel futuro di quella terra, di quella gente non ci sono pesos.

Il dollaro lercio svolazza. Dalle mutande del passatore si sposterà - pandemico virus - e farà pure di quelle città qualcosa che ora neanche immagini, se non vai a vedere Cancun.

E allora vacci, a Cancun. Vedi la “zona vecchia”. Che poi, vecchia: ha 40 anni. Gli edifici bianchissimi e bassi. Il mercato 'vecchio stile' dove si vendono collanine e pietra giada.  Crepa di caldo, allucinato dal sole, nelle stradine periferiche tra macchine scassate e coi pezzi di ferro che spurga l'asfalto squagliato e rotto. Compera in un ‘supermarket’ con segnati dalla pelle olivastra che ti chiedono carità.


Cancun

Poi prendi l’autobus e fatti un salto nella zona hotelera. Fermati a vedere la Isla, un centro commerciale sgargiante che i messicani ti indicano entusiasti, baciandosi le dita. Mentre, tra i denti, ti sibilano gringo de mierda. Lì nessuno ti chiederà l’elemosina. Forse sarai tu a doverla implorare – sottoforma di uno sconto – visti i prezzi.

Cancun è il costo di uno stupro infame, consumato approfittando di strade sporche e buie, di piedi scalzi ed elemosine costrette da 5 dollari al giorno di stipendio in cambio di otto ore di lavoro. E di vita. Ma lo stupratore è ricco. Vuole mantenere rispettabilità. Mentre abusa riveste tutto con scarpe nuove. Mance. Palme. Ristoranti. Discoteche. Night club. Fari di auto che procedono lenti, a caccia di puttane. Luci. Hotel scintillanti. Signori: la zona hotelera. C’è da godere per tutti.

Finto piacere, prepotenza gentile. Equivoco ossimoro generato dal lavoro che Cancun elargisce ai suoi nuovi figliastri arrivati da Città del Messico, Oaxaca, Monterrey… Lì per sfuggire ad un destino di morte precoce da spacciatore; lì per guadagnarsi qualcosa nella zona hotelera: 20 km di alberghi extralusso affacciati su una supposta d’asfalto a quattro corsie che sembra i viali di Miami. E sul mare. Già, c’è anche il mare. E che mare! Azzurrissimo. Con sabbia bianchissima! Certo, c'è l'inconveniente degli squali. Ma cosa sarà mai...

E allora, proprio a cominciare dalla zona hotelera, quel dollaro lo tocca anche chi ne ha un dannato bisogno. Per mangiare. Per vivere. In un posto dove i prezzi sono ormai tarati sui 500 mila turisti, non sui residenti.

Chi tocca perdona. A forza di spostarsi di mano in mano, quel lurido dollaro si pulisce. Assieme alla coscienza di chi l'ha portato lì, in un paradiso di mare da cartolina.

Vai, vai a vederla Cancun. E ricordati: non dire mai a nessuno di evitarla. Saresti un idiota.

(Playa del Carmen, dicembre 2004)