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  • Maurilio Barozzi

Fine anno con Borges 2/1/2023


Mucche a riposo sulla spiaggia di Goa

Perché tutti attendiamo con trepidazione l'anno nuovo? Lo coccoliamo, lo vezzeggiamo e lo evochiamo per una serata intera, fino alla mezzanotte del 31 dicembre. Già, ma perché? C'è qualche cosa di misterioso nel rito planetario dell'attesa del nuovo anno. Qualche cosa che difficilmente può essere spiegata esclusivamente con il perpetuarsi di una tradizione o con il più banale pretesto per festeggiare. Qualche cosa che probabilmente ha a che fare con l'idea leopardiana del sabato del villaggio, l'attesa di un domani che solo per il fatto di essere futuro – e dunque ignoto – possiamo ancora permetterci di ipotizzare magnifico. Qualche cosa che sconfina anche nel concetto metafisico di morte. Che temiamo, cerchiamo di procrastinare il più possibile, e frattanto ci costruiamo di lei e dell’aldilà l'immagine più desiderabile. Chi può dire cosa accadrà dopo? C'è una poesia giovanile di Jorge Luis Borges che s'intitola proprio “Fine d'anno”. Una poesia che tratta di questo tema ma, anziché assecondare il valore dell’attesa del domani, rovescia completamente lo schema, elogiando non la speranza nel futuro, quanto la capacità di fissare il passato: un momento, un istante, magari un anno intero. Ecco, Borges, cento anni fa esatti (nel 1923, lui ne aveva 24), scriveva questi versi che cristallizzano l’idea di valorizzare le nostre esperienze e il nostro vissuto rendendolo a suo modo perdurante e immobile. Dunque eterno. «Né la minuzia simbolica/ di sostituire un tre con un due/ né quella metafora inutile/ che convoca un attimo che muore e un altro che sorge/ né il compimento di un processo astronomico/ sconcertano e scavano/ l’altopiano di questa notte/ e ci obbligano ad attendere/ i dodici e irreparabili rintocchi./ La causa vera/ è il sospetto generale e confuso/ dell’enigma del Tempo;/ è lo stupore davanti al miracolo/ che malgrado gli infiniti azzardi,/ che malgrado siamo/ le gocce del fiume di Eraclito,/ perduri qualcosa in noi:/ immobile».

Jorge Luis Borges, Fervore di Buenos Aires, Meridiani Mondadori, 1984.

(L'Adige 2/1/2023)



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