• Maurilio Barozzi

Il grande viaggio di Bruce Chatwin 22/8/2022


Mucche a riposo sulla spiaggia di Goa

La quarta di copertina dice, sobria: «Il libro-simbolo di tutti i viaggi». Punto. Tanto basta per descrivere “In Patagonia” il primo libro pubblicato da Bruce Chatwin. Imprescindibile per chi ama i viaggi, diventa lettura urgente nell'estate in cui abbiamo ricominciato a muoverci, dopo il blocco dovuto al Covid.

Dall’Inghilterra, nel 1974 Chatwin parte per la Patagonia alla ricerca del milodonte, un bradipo gigante di cui la nonna conservava il frammento di pelle speditole dal cugino da Punta Arenas, in Cile. In realtà, Chatwin coltivava il desiderio di andare in Patagonia già dalla fine degli anni Quaranta quando, sentendosi minacciata dall’Urss di Stalin, la sua famiglia aveva individuato quella terra come meta di salvezza. Stalin morì, la guerra mondiale non ci fu ma il piccolo Bruce non dimenticò la Patagonia.

Tra Cile e Argentina, Chatwin s'imbatte in storie d’ogni tipo. A Cholila, ad esempio, ritrova la lettera di tal Robert Leroy Parker che si rivela essere il noto bandito Butch Cassidy. Da lì prende le mosse l'avvincente ricerca con il racconto del menage a trois con Sundance Kid ed Etta Place. La fuga in Bolivia e la morte nel 1909 subito dopo aver rapinato gli stipendi in una miniera. Ma anche i dubbi su quella morte, tanto che l’autore scrive che la sorella di Butch aveva mangiato col bandito nel 1925...

Poi Chatwin illustra Ushuaia, «la città più a sud del mondo» che un tempo era una colonia penale.

Approdato a Puerto Deseado, lo scrittore si reca a visitare una colonia di pinguini. E da qui trova lo spunto per ripercorrere la storia della nave Desiree e del capitano Davis: nel 1591 i marinai uccisero a colpi di bastone ventimila pinguini. Li salarono e ne immagazzinarono 14 mila nella stiva. «Quando arrivarono all'Equatore i pinguini si presero la rivincita. Dai loro corpi nacquero vermi schifosi che, eccetto il ferro, mangiavano tutto: vestiti, coperte, stivali, cappelli, lacci di cuoio e carne umana viva».

Insomma, Chatwin ci mostra come un reperto, una lettera, la (presunta) pelle di un animale preistorico, un racconto, un ristorante, un treno possono originare una nuova conoscenza.

E ci insegna che per questo è impossibile rinunciare a viaggiare.

Bruce Chatwin, “In Patagonia”, Adelphi, 1982.


(L'Adige 22/8/2022)



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