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Il Tribunale "antimassacri" azzoppato dagli Usa 17/07/1998

Aggiornamento: 14 lug 2023


Mucche a riposo sulla spiaggia di Goa


ROMA - E’ un quaderno marrone con stampigliati sopra 116 articoli, lo Statuto per il Tribunale penale internazionale permanente. È stato approvato alle 22.50 del 17 luglio 1998, accompagnato da un liberatorio applauso, presso il Palazzo della Fao dopo cinque settimane di discussioni. Ma gli Stati Uniti non lo hanno firmato. Dopo aver tentato fino all’ultimo di bloccarlo (l’ultimo emendamento che hanno presentato alla bozza di testo presentata dal canadese Philippe Kirsch è stato respinto pochi minuti prima del voto sullo Statuto). E nemmeno l’India - neo potenza nucleare - lo ha sottoscritto.

Dunque: a 53 anni dalla firma che a San Francisco, il 26 giugno 1945, istituì la carta delle nazioni unite e a 50 anni dal primo progetto di costituire una corte internazionale, nasce un Tribunale internazionale permanente. «ma nasce zoppo», ha commentato realisticamente Pierre Sanè, direttore di Amnesty International. Infatti per arrivare ad un documento che coagulasse un numero sufficiente di firmatari, sono state necessarie un’infinità di mediazioni che limiteranno il potere della costituenda Corte.

E’ comunque un risultato importante, salutato con entusiasmo da tutti i politici e dai firmatari.

Però - come detto - le cose non sono filate via lisce come l’olio. Come potrebbero quando in ballo ci sono gli interessi nazionali ? E allora, alla faccia delle iniziali dichiarazioni del segretario generale dell’Onu Kofi Annan — «serve una Corte penale internazionale capace di mettere fine al clima generale di impunità, dove non sia sufficiente invocare “gli ordini ricevuti” per discolparsi» —, ancora nei primi giorni si è aperta la disputa tra gli Stati che vogliono un Tribunale sciolto dal giogo del Consiglio di sicurezza e quelli — i membri permanenti, così pochi, ma così potenti — che pretendono un collegamento stretto tra i due organismi. Sembra un esercizio di stile. Purtroppo non è così.

Ci si è accorti subito che non è così. Appena impugnati gli atti della conferenza. Vi trovano costante dimora i termini più ripugnanti. Quelli che nemmeno lo schifo assoluto di una guerra stenta a metabolizzare. Pulizia etnica, genocidio, violenza contro le donne e bambini, sono espressioni sulla bocca di tutti i convenuti. Ma — pur fermamente condannati — non evocano l’emozione violenta che abbiamo provato mentre sentivamo le testimonianze dei sopravvissuti ai macelli della ex-Yugoslavia. Non producono quel senso di vuoto delle foto di Gilles Peress scattate in Ruanda. Qui no. I termini diventano neutri, vacui, inespressivi. La discussione era più legata, per usare sempre le parole di Sanè a «proteggere gli amici dei potenti, anziché le vittime dei crimini». Cinque settimane per decidere se il Tribunale penale internazionale dovrà essere competente anche sul “crimine di aggressione”, oppure no. Alla fine la soluzione, pilatesca: deciderà di volta in volta il Consiglio di Sicurezza - ex art. 39 della carta dell’Onu.

Ma la questione che ha diviso di più i diplomatici presenti al palazzo della Fao di Roma è stata quella che regola i rapporti tra il Consiglio di sicurezza dell’Onu (del quale fanno parte cinque membri permanenti con il diritto di veto : Cina, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Russia ; più dieci a rotazione) e la Corte permanente.

«Se la Corte penale internazionale o il suo procuratore saranno assoggettati al controllo di organismi politici, quali il Consiglio di sicurezza o gli Stati partecipanti, esso non avrà credibilità e la giustizia internazionale sarà seriamente compromessa», ha dichiarato Richard Goldstone, pubblico ministero dei tribunali per la Yugoslavia e il Ruanda, appoggiato anche dal ministro degli Esteri italiano Lamberto Dini e molti altri delegati, i cosiddetti “like-minded”. «Una corte penale non può restare isolata. Essa deve costituire parte integrante dell’ordine internazionale e essere appoggiata dalla comunità internazionale. Il Consiglio di sicurezza resta un elemento essenziale di tale ordine mondiale», ha ribattuto l’ambasciatore Bill Richardson, rappresentante statunitense. Che ha aggiunto : «La proposta qui avanzata di riconoscere al procuratore il potere di avviare di propria iniziativa le richieste e di chiedere il rinvio a giudizio di chichessia e dovunque ci sembra irrealistico e imprudente. Nella migliore delle ipotesi è prematuro».

Dunque, in buona sostanza, l’interrogativo che ha arrovellato i convenuti alla Conferenza è questo : il procuratore di questa benedetta istituenda Corte penale potrà avviare una procedura giudiziaria indipendentemente dalla volontà dei cinque grandi oppure no? Si è deciso di sì, ma la sua azione sarà bilanciata dalla sala delle istanze preliminari e dalla possibilità che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu possa decidere un blocco all’azione penale di 12 mesi, rinnovabili. E questa non è l’unica deroga accettata pur di far partire il Tribunale. C’è compresa pure quella dell’opting out : uno Stato firmatario del documento può decidere di escludere i propri cittadini o il proprio territorio dalla competenza della Corte.

Un tribunale zoppo, è stato detto. Capace, nel migliore dei casi, di riproporre in pianta stabile un Tribunale che funzionerà come quello dell’Aja, istituito per giudicare gli orrori jugoslavi. Figlio di una giustizia lenta e asettica. Con gli avvocati difensori dei criminali di guerra (con capi d’imputazione che solo a leggerne il verbale devi correre a vomitare), pagati profumatamente da tutti noi, che — in toga e parrucca, all’interno di un’aula ovattata — chiederanno ad una donna che è stata violentata da dieci soldati ubriachi di notte se riconosca l’imputato come suo aggressore. «E’ sicura che sia lui? Come l’ha visto? Portava gli occhiali, la barba, anche tre anni fa, quando è avvenuto il fatto?», la interrogheranno con l’insistenza e l’arroganza di chi deve vincere una causa. Nel peggiore dei casi, viste le importanti defezioni, nemmeno questo.


Maurilio Barozzi

Altreconomia luglio 1998

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