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In Vallarsa alla ricerca dell'oro tra storia e leggenda 06/07/1997

Aggiornamento: 14 lug 2023


Mucche a riposo sulla spiaggia di Goa

VALLARSA (TN) – E comunque una volta, qui, l’oro dev’esserci stato. Non si spiegherebbero, altrimenti, tutti quei toponimi che fanno riferimento all’estrazione dei metalli, come la Valle della Miniera, oppure alla fusione: l’abitato di Foppiano, deriva dal latino planum forni, il piano del forno. E, ciclicamente, qualcuno si presenta ai piedi del Pasubio con le più svariate motivazioni: domanda informazioni, raccoglie qualche sasso, setaccia l’acqua del Leno, prova a farsi accompagnare in Val Gerlano, laddove il Polenta all’inizio del secolo - per circa quindici anni - ha attivato una miniera, anche se nessuno ha mai saputo con certezza cosa effettivamente estraesse. Oggi tocca ad una ditta di Mori, la Sesi, chiedere alla Provincia di Trento il permesso di effettuare ricerche e studi, con tanto di carotaggi e prelievi idrici, in Vallarsa. «Per conto del perito minerario Mario Bertolini», dicono. Ma intanto pagano la concessione, le spese degli scavi e tutto ciò che comporta un’operazione di questo tipo.

Nel 1900, il Polenta, epiteto affibbiato ad un certo Arlanch ed in valle divenuto un esornativo fisso, aveva un’impresa edile, «lavorava per costruire le strade, sì insomma, faceva la ghiaia e l’inverno, per tenere lontani dalle tentazioni dell’ozio i suoi operai, li faceva scavare nella miniera», spiegano Olivo Pezzato e Severino Broz, che qui a Pezzati - quattro case di numero sopra Speccheri - rappresentano un patrimonio inestimabile in termine di memoria storica per la vallata. Cosa cavassero, questi operai, però non lo sanno nemmeno Severino e Olivo. «Si dice fosse Zinco», spiegano. Ma non scommetterebbero. Certo è che, se hanno scavato per quasi quindici anni (dall’inizio del secolo fino alla Prima guerra mondiale), qualcosa tiravano fuori. E potrebbe anche essere stato oro: «Il Polenta portava un grossissimo anello d’oro - ricorda Olivo Pezzato - e si dice fosse fatto con una delle pepite che aveva estratto proprio lassù, nella miniera». Una miniera così distante dalle case, che anche gli abitanti del posto si sono sempre chiesti come quei cercatori avessero fatto a trasportare il materiale che estraevano dalla miniera fino a Speccheri, dove c‘era il forno per fondere i metalli. E’ tanto lontana che anche se te la indicano fatichi a vedere il luogo che la ospita, una pietraia a metà tra dove finisce il bosco ed inizia il cielo: «E’ proprio là, poco sopra il verde, dove si vede la roccia della montagna - mostra, aiutandosi allineando il braccio teso all’occhio, Severino Broz, ex guardia forestale -, ma non ci si può arrivare ora perché la pioggia di questi giorni ha cancellato le tracce del sentiero». Più giù, in fondovalle, dove il vento è incanalato dal profilo delle montagne e offre un’areazione costante, ci stava il mulino - in cui venivano appunto fusi i metalli. E’ lì che, secondo la leggenda, si facevano le famose bocce d’oro. E di oro ce n’era così tanto da farci giocare i bambini. Un giorno però venne un cavaliere dal mantello nero. Quando stette per attraversare il ponte sul Leno, il cavallo si inciampò nelle assi di legno e costrinse il cavaliere a scendere dal destriero. Si accorse così delle bocce d’oro ed in un attimo - come d’incanto - le fece sparire tutte. Ripartendo gli si scostò il mantello: gli abitanti giurarono poi di aver riconosciuto il diavolo. Da allora si è abbattuta sulla zona la maledizione dell’oro. Che pare nessuno abbia più trovato.

Se davvero fosse così, anche il Polenta di oro non ne avrebbe mai estratto. Sta di fatto che, scavando, i suoi operai riuscirono a costruirsi un mestiere. «Pensi che uno di loro - spiegano Olivo e Severino -, se ne andò in Colombia. Si sposò ed ebbe una famiglia che mantenne grazie ad una miniera che attivò là, in Sudamerica. E qualche mese fa sono venuti a Raossi sua figlia, ormai anche lei avanti con gli anni, ed il marito - colombiano - per vedere la miniera e per mostrarci dei campioni del materiale che estraggono oltreoceano». Insomma, in quegli anni di immense fatiche si sono costruite anche delle competenze. Utilizzate da alcuni in senso imprenditoriale. Può essere anche questo, forse, l’oro della Vallarsa. Una terra che più la vivi e più ti sorprende per il modo in cui riesce a mischiare realtà e leggenda, storia e fantasia. Dopo alcuni minuti di conversazione con il signor Broz, ti accorgi che il nome non suona nuovo. Non si chiamava proprio Broz, Josip Broz, anche Tito, il partigiano che guidò la Iugoslavia comunista “non allineata”? «Certo! - ti raccontano subito Olivo e Severino - Il padre abitava qua sopra, a Maso Geche. Non ricordiamo se si chiamasse Ferdinando o Francesco, ma la storia è questa: il Broz faceva il legnaiolo e un giorno, quando ruppe la slitta, scoppiò: “Basta, io non ne posso più”. Così se ne andò in Iugoslavia e si sposò». Qualche tempo dopo, nel 1892, a Kumrovec vide la luce Josip, il futuro presidente jugoslavo a vita, Tito.




Ma torniamo all’oro. Remo Bussolon, professore in pensione, appassionato di storia ed autore di una tesi di laurea proprio sulla Vallarsa, ricorda che le attività estrattive sono documentate già dal 1200: «In quegli anni il vescovo Federico Vanga necessitava di metalli per coniare monete e fece scavare in tutte le zone che avevano delle tradizioni minerarie. La Vallarsa era una di quelle». Ma se nel Tredicesimo secolo già si conoscevano tali tradizioni, si può supporre che gli scavi risalissero già ad un periodo precedente. «Certo - precisa il professor Bussolon -, un deposito di “slacchere”, residui della fusione, ritrovato nella valle del Restel, farebbe datare le estrazioni all’ultimo periodo del bronzo: due millenni avanti Cristo. Ma qui siamo nelle supposizioni». Così come nel campo delle supposizioni siamo quando ricordiamo che qualcuno, a proposito della miniera di Val Gerlano, quella del Polenta, parlava addirittura di ricerca di uranio. Intorno agli anni ‘50, l’allora sindaco Costa, fece riaprire la miniera, dopoché era rimasta chiusa dall’inizio della Prima guerra. Così, solo per vedere cosa ci fosse dentro, aveva spiegato. Il fabbro Bepi Lorenzi prese dei campioni e li mise in una pentola per fonderli sulla forgia. Appena scaldati, questi campioni esplosero: di lì la convinzione che si trattasse di uranio.

Storia o leggenda che sia, rimane comunque un vuoto che va grosso modo dal Quindicesimo secolo all’inizio del Ventesimo. Perché non si parla di oro in quei secoli, né di altri metalli? «Dopo la scoperta dell’America era diventato inutile scavare alla ricerca dell’oro - spiega il professor Bussolon -. I costi, rispetto ai benefici che potevano arrivare dai ritrovamenti, erano troppo elevati. In America chi trovava l’oro diventava ricco mentre qui le quantità di minerali estratti, qualsiasi fossero, erano sempre esigue». Tant’è vero che anche Olivo Pezzato, che per anni ha avuto una concessione provinciale per estrarre dalla terra il caolino (con il quale si fanno le ceramiche) ha smesso di cavarlo. «Non conveniva», spiega.

Nonostante tutto, resta il mistero di cosa avesse estratto per quindici anni il Polenta. E quello che spinge geologi, periti, ditte, o semplici curiosi a raccogliere sassi, dragare il fiume o scavare il suolo della Vallarsa. Alla ricerca di un oro, che non è detto sia luccicante.


Maurilio Barozzi

L’Adige 06 luglio 1997

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