• Maurilio Barozzi

L'odio delle banlieue

Aggiornato il: 27 feb 2019


C’è un film che racconta la realtà metropolitana delle banlieue francesi (periferie) più di mille servizi televisivi e giornalistici: “L’odio” di Mathieu Kassevitz (premio alla regia a Cannes nel 1995).

* * *

Per dire.

Nell’estate del Duemila ero ad Avignone. C’era la finale degli europei di calcio, quella sera: Francia-Italia. Passai la giornata a vagabondare qua e là, bevendo birre e visitando monumenti. Avignone è nota come la città dei papi. E’ bella. Curata. Ci sono chiese e monumenti splendidi, giardini che vale la pena visitare, con calma. Quel giorno c’era gente dappertutto. Perlopiù turisti. E un viavai di uomini affaccendati, con valigette ventiquattrore e abiti firmati.

Stop. Sei ore dopo, in giro per le strade del centro era un carosello di automobili che festeggiavano la vittoria della Francia contro l’Italia. Tutti maghrebini, arabi, negri. Migliaia e migliaia. Clacson, bandiere francesi, maglie col galletto. Mentre li guardavo mi chiedevo: ma dove diavolo si erano nascosti, oggi, tutti questi patrioti? La risposta la trovai ripensando al film “L’odio”. Che racconta la giornata di tre giovani (Said, un maghrebino; Hubert, un nero; Vinz, un ebreo) dopo una nottata di incidenti con la polizia, di macchine incendiate e di un ragazzo “dei loro” ferito a morte.

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E insomma. I tre vivono a Muguets, una trentina di chilometri da Parigi. Case enormi senza poggioli, pareti scarabocchiate, poliziotti in atteggiamento antisommossa con tanto di cani che continuano a passare e chiedere cosa stiano facendo. Quando lo sanno benissimo: passano la giornata a non fare un tubo tra palazzoni che ricordano le nostre case popolari Itea costruite nei primi anni Ottanta (poi, grazie al cielo o a qualche amministratore illuminato, qui la tendenza cambiò), cemento, garage-nascondiglio, scantinati adibiti a palestre per la boxe, vetri rotti, terrazzi dove si cucinano salsicce e si spaccia hashish e crack. Da fumare come unico momento di evasione in giornate senza passato, senza futuro, senza speranza. Nel pomeriggio, i tre vanno a Parigi per trovare un amico. Lì si dimostrano proprio fuori dal mondo. Non hanno contatti con nessuno. Sono tre sfigati, non c’è dubbio. Non hanno dialogo con la famiglia, non vanno a scuola, uno passa il tempo a guardarsi allo specchio imitando Bob de Niro in “Taxi driver” («Dici a me? Stai dicendo a me?»). E non sanno comportarsi. Una volta arrivati a Parigi vanno al vernissage di una mostra: mangiano , bevono, ci provano goffamente con delle ragazze e sono sbattuti fuori. Tentano di rubare una macchina, ma non ci riescono; sono inseguiti dalla polizia; hanno uno scontro con dei coetanei naziskin e all’alba fanno ritorno alla loro periferia. S’imbattono in uno dei nazi con cui si erano scontrati poche ore prima, che è un poliziotto. Per disgrazia parte un colpo e il giovane ebreo ci lascia le penne. Fine. Una tipica giornata nera di tre tipici sfigati da banlieue.

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Ecco, tutto questo mi pare abbia a che fare con l’ignoranza.

L’indubbia ignoranza di quei poveri cristi.

Ma anche l’ignoranza di chi sta attorno a loro e non gli permette di essere in altro modo rispetto a quello che sono. Gli unici contatti che hanno con la società sono quelli con i poliziotti dall’atteggiamento cazzuto che solo li pestano o li interrogano minacciosi. Oppure, se ci sono casini, con troupe televisive dei tg che li intervistano stando a venti metri di distanza e li trattano come bestie da zoo.

Ed ha pure  che fare con l’insipienza di un ministro che li bolla come “feccia”, facendo propria la scorciatoia tipica degli ignoranti che sono convinti sempre di aver ragione dividendo con aritmetica certezza il bene dal male, chi ha ragione da chi ha torto.

Possibile che tali persone - dovrebbero essere quelle illuminate essendosi candidate a governare e essendo state elette - non capiscano che le categorie io/altro; amico/nemico buono/cattivo sono ormai solo dei rassicuranti palliativi per fare un po’ di supposta pulizia temporanea ma che in realtà non servono a risolvere alcun problema?

Oggi tutto quanto ci circonda, persone e cose, è visceralmente impregnato di sangue misto, tratti internazionali, molteplici personalità difficilmente distinguibili. Per esempio, sempre per stare alle figure messe in scena dal film, chiederemmo al ministro francese se sia davvero meno feccia di quei tre sfigati il piedipiatti che di notte indossa i panni da naziskin e va a pestare negri, ebrei e arabi.


Ecco, e qui mi pare si entri nel cuore della faccenda, il problema di fondo che il ministro francese con il termine “feccia” ha fatto emergere è questo. Indeboliti i confini nazionali (che, sia ben chiaro, hanno ceduto essenzialmente sotto i colpi dell’economia, più che per merito di politiche illuminate), permangono quelli sociali. E la domanda è: un modello come questo moderna, che tara la scala sociale e basa il successo delle persone solo sul conto in banca, dove può portare?

Apparentemente il criterio è democratico, popolare, finanche accessibile a tutti: basta avere soldi e sei considerato un figo, al vertice della società. Chiaro come il sole, semplice, alla portata di tutti senza dover possedere gocce di sangue blu. Dove sta il problema? Torniamo al film, a trovarlo: «Per i soldi io ammazzerei» dice Said, uno dei tre sfigati. E ci credo: un gruzzolo di banconote sono appunto l’unico (e certo) lasciapassare che quei tre possono ambire a possedere per non essere più considerati “feccia”. Chissenefrega come vengono fatti, questi soldi (del resto, anche noi qui in Italia, in Trentino, nel mio paese, ne abbiamo diversi esempi, no?). L’importante è averli. La rispettabilità arriva di conseguenza. Garantito.

Nella Francia delle banlieue, le grige periferie, ci sono pugili, breakdancer, disc jockey, writer: ma tutte quelle energie andranno verosimilmente perse, canalizzate in qualche rivolo che conduce più facilmente al motto “pestiamo un poliziotto” che in una effettiva espressione artistica. Se nessuno si accorge di queste energie, se nessuno va mai a vedere ciò che questi sanno fare, cosa resta loro per affrancarsi da quella condizione di sfigati ghettizzati? Niente. Solo i soldi. Che possono ambire a possedere solo rubando.

«Per i soldi ammazzerei», dunque.

Certo, qualcuno si salva. Arriva un produttore, individua il businness, ne manda un paio in orbita facendoli diventare delle star. Ma per due salvi quante migliaia restano a livelli infami, in giro per le banlieue a cazzeggiare, insultare sbirri e bruciar macchine?

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Il film finisce. La voce fuori campo: «E’ la storia di una società che precipita dal cinquantesimo piano e, per farsi coraggio, ad ogni piano si ripete: “Fin qui tutto bene. Fin qui tutto bene”. Il problema non è la caduta. Ma l’atterraggio». Appunto. E la sensazione è che ormai siamo arrivati ai piani bassi di quel palazzo. Occhio al botto.

 (L’Adige, 13 novembre 2005. Prima pagina)