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La partita europea in Trentino 20/06/1997

Aggiornamento: 14 lug 2023


Mucche a riposo sulla spiaggia di Goa

E’ un anno decisivo, questo, per il futuro del Trentino-Alto Adige. Salvata la Regione in Bicamerale, alla necessità di riformare il sistema di voto e di preparare la scadenza elettorale, si sovrappone - minacciosa come la spada di Damocle - una data: il primo gennaio 1999. Il giorno dell’Euro, la moneta unica. Per nessun altra regione nazionale quella scadenza, peraltro nelle ultime settimane non più così inderogabile, risulterà altrettanto decisiva. Se l’Italia non riuscirà a centrare l’obiettivo indicato nel Trattato di Maastricht e mediato dopo il vertice di Amsterdam, e ammesso che anche Francia e Germania riescano e in particolare vogliano farlo, il Trentino-Alto Adige da zona di raccordo tra l’area mitteleuropea e quella mediterranea - dunque geostrategicamente fondamentale - sarà relegato a semplice regione di periferia, tagliata fuori dalle grandi rotte economiche. Perdippiù costretta a ricompattare le spinte centrifughe di chi - spinto dalle omogeneità linguistiche - cercherà di ricongiungersi al mondo germanico e chi, specularmente, sarà risucchiato nella normalità italiana - senza però possedere le provisions economiche sufficienti per contare effettivamente. Di una cosa, infatti, si può stare certi: l’Euro, come sempre più commentatori fanno rilevare, non sarà un fenomeno esclusivamente economico-finanziario. L’Euro rappresenta la sineddoche geopolitica della nuova Europa concepita a Maastricht e partorita ad Amsterdam allo scopo di tracciare una linea che distingua chiaramente gli stati affidabili (politicamente ed economicamente) da quelli inaffidabili. E’ il criterio - immediatamente percepibile - che individuerà il cosiddetto “nucleo duro degli stati” (Kerneuropa) il quale, una volta reso tale, si allargherà ad est, verso la Polonia, la Repubblica Ceka, l’Ungheria. Colmando così il vuoto di potere colà lasciato dall’implosione dell’Unione Sovietica e del progetto comunista. La prospettiva geopolitica dell’Unione europea, i tedeschi hanno trovato il coraggio di indicarla con chiarezza. A parole, nel famoso Documento Schäuble: «E’ di fondamentale interesse per la Germania assistere all’ampliamento verso Est dell’Unione oltre a un suo approfondimento che ne sia il presupposto». E poi ci sono i fatti, inequivocabili, che dimostrano l’attenuazione dell’interesse manifestato dal cancellierato per l’asse politico nord-sud a tutto beneficio di quello ovest-est. Si pensi, a titolo di esempio, ai progetti di linee transeuropee (le ferrovie veloci): stop ai finanziamenti tedeschi alla Berlino-Verona, convogliati sui miglioramenti viari Berlino-Mosca (ferrovia e strada) e sulla strada che collegherà Norimberga a Praga. Il disegno è più che legittimo: questo scenario risponde all’esigenza di sicurezza in un’area storicamente instabile (per la quale ha offerto un’ancora anche la Nato dopo il recente accordo con Boris Eltsin) che minaccia direttamente i confini della Germania e, nel contempo, accompagna politicamente le iniziative economiche che gli operatori tedeschi intraprendono nell’Est. L’esclusione dell’Italia - questa, se stabilita pregiudizialmente prima del maggio 1998, un po’ meno legittima - sarebbe inoltre funzionale allo scenario (e non è un caso che fosse già prevista nel Documento Schäuble, datato 1994): con una sola decisione, la Germania, autentico motore immobile dell’Unione, contribuirebbe ad indebolire il fronte interno dei paesi particolarmente interessati ad assegnare priorità alla politica mediterranea (Francia in primis) e dunque ad uno sviluppo dell’asse politico nord-sud. Nel contempo, l’Italia proscritta dall’Europa - pur in una posizione strategicamente fondamentale - fungerebbe da cuscinetto nel fronteggiare l’emergenza immigrazione dal nord dell’Africa, dall’Albania e oggi vediamo pure dal Kurdistan, dal Pakistan e dallo Sri Lanka: definitivamente fuori dalla moneta unica e dagli accordi di Schengen, il problema della permeabilità delle frontiere marittime italiane (toccato con mano durante la recente crisi albanese) non farebbe più parte dell’agenda dei problemi europei, orientati casomai sulla linea che separa l’Italia dall’Austria. Che rappresenterà così una imperscrutabile frontiera [politica economica e sociale - e non sembra scontato che resterà collocata] sul valico del Brennero. In questo quadro, infatti, il rischio che corre il Trentino-Alto Adige risulta evidente. Se dal primo gennaio 1999 sarà ai margini dell’Europa con l’Italia, tutte le categorie già integrate con il mondo germanico (per lingua o anche per interessi economici) saranno davvero ammaliate dalle Sirene secessioniste. A quel punto, da regione strategicamente fondamentale sull’asse continentale nord-sud - non fosse altro che per il transito -, il Trentino-Alto Adige sarebbe relegato ad un ruolo periferico sia dell’Unione europea che dell’Italia. E per di più macerato dall’interno da una convivenza tra i gruppi linguistici sempre più precaria. Per evitare tale scenario [uno scenario geopolitico] a tinte fosche, l’unica arma in mano ai politici locali pare quella di una costante pressione da esercitare sul governo perché utilizzi tutti i mezzi pur di non fallire l’obiettivo europeo. Innanzitutto prendendo atto che non sta scritto da nessuna parte che la Germania ci deve accettare ad ogni costo in Europa. Dunque: o l’Euro ritarda per tutti (forse la soluzione migliore, e a questo punto maggiormente prevedibile visti i problemi sociali e “di parametri” che investono tutto il continente) oppure ci deve essere anche l’Italia. Il Trentino-Alto Adige, non fosse altro che per la consapevolezza del rischio, dovrà fungere da traino in questo dibattito: da una parte cercando di dimostrare - nei contatti quotidiani con il mondo mitteleuropeo - l’infondatezza degli streotipi che ci fanno etichettare da Bonn come “inaffidabili”. Dall’altra, stimolando una notevole intensificazione degli sforzi diplomatici nazionali rivolti soprattutto alla Francia, la quale - degli stati che contano - è l’unica che ha davvero interesse ad un’Italia europea per rafforzare la politica mediterranea, dunque l’asse nord-sud. Solo in tale prospettiva il Trentino-Alto Adige (italiano, bilingue ed europeo) potrà mantenere quella posizione centrale (sia nell’asse nord-sud che anche ovest-est) che oggi detiene in Europa. Ed i trentini o altoatesini di lingua italiana non dovranno temere di essere costretti a pronunciare correttamente il termine “Shibollet” per poter varcare i propri confini, così come erano obbligati a fare i fuggiaschi biblici di Efraim - conseguenza inevitabile delle secessioni e dei localismi.

Maurilio Barozzi L'Adige 20 giugno 1997 Prima pagina


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