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Nord Est italiano, un modello per l'Europa 1/12/1997

Aggiornamento: 16 ago 2023


Il modello indicato dalla nuova Europa sociale è il Nord est italiano. Anche se nessuno lo ha citato esplicitamente, i quindici capi di governo che si sono riuniti nei giorni scorsi a Lussemburgo per il vertice straordinario sull’occupazione hanno ufficializzato proprio questo dato: l’esempio da seguire per creare occupazione e dare risposte sociali ai 18 milioni e rotti di disoccupati che abitano in tutta Europa è quello della piccola media impresa. E di fatto questa è stata l’unica vera, concreta decisione di programma presa a livello comunitario in Lussemburgo. Bisogna “promuovere lo spirito imprenditoriale e, soprattutto, sostenere le piccole e medie imprese migliorando la loro possibilità di accedere ai mercati del capitale - ha sostenuto il presidente del Parlamento europeo Josè Marìa Gil-Robles al recente Consiglio lussemburghese - perché nello scorso decennio sono state proprio loro a creare l’80% dei posti di lavoro generati nel settore privato”. Si aggiungano poi i dati divulgati dall’Eurostat. Nel 1996 le regioni del Nord est italiano hanno fatto registrare complessivamente un tasso di disoccupazione del 5,3% (il trentino Alto Adige è la migliore con il 3,4%) contro un dato medio europeo del 10,9%. Dunque: perché non prenderne a prestito il modello tutto intero, così com’è?

A pochi giorni da quel vertice, però, l’anima del Nord est italiano si è ripresentata alla cronaca per ribadire di non essere un’immagine degna di essere riprodotta tout court. E, per essere certo che tutti capissero, parte del Nord est si è coperto di merda. Sì, gli agricoltori inferociti hanno imbrattato le strade di liquame, lo hanno cosparso sulle rotaie dei treni, ne hanno schizzato a ettolitri sui vestiti dei poliziotti, dei giornalisti, di tutti coloro che si trovavano a transitare dalla parte versa rispetto alla loro. Insomma: merda su tutti quelli che non rappresentavano in quel momento l’interesse di una parte della società o che esibivano di rappresentare lo Stato. Che per loro è sempre identificato nello slogan: Roma ladrona. Così, dopo i carri armati telecomandati di S. Marco, è il letame lo strumento d’azione politica del Nord est. L’anima genuina di una zona che produce più di quanto consuma - e dunque che dimostra un’ottima capacità imprenditoriale - ma che dimostra di mancare completamente del concetto di politica, significante tutto quanto si riferisce alla vita in società. Lo ha rilevato proprio recentemente Ilvo Diamanti per conto della Fondazione Agnelli sulla base delle interviste effettuate ad un numero piuttosto elevato di leader appartenenti a tutto lo spettro politico-partitico. Lo stanno testimoniando oggi, a suon di schizzi, gli agricoltori organizzati.

Nonostante tutto ciò, l’area rappresenta il riferimento dell’Europa sociale e politica, quella nata dagli accordi di Amsterdam nel giugno scorso, quella che non dovrebbe pensare solamente ai parametri economici inseriti nel Trattato europeo a Maastricht, quella che si prende a cuore la sorte sociale dei suoi concittadini, che ne aumenta le chanches di libertà, che pensa ai 18 milioni di senza lavoro. Un modello legato alla piccola e media impresa, la quale da una parte è in grado di offrire risposte al problema occupazionale (e dimenticare questo merito costituirebbe una peccato capitale), ma dall’altra produce una classe dirigente sostanzialmente inadeguata. Incapace di regolare una protesta che -sebbene possa avere tutti i sacrosanti motivi di questo mondo - sta uscendo dai canoni della civiltà. Un’area che si dimostra frammentata in mille interessi con un unico denominatore comune: “far sghei”.

Ed è questo il modello che i Quindici hanno saputo delineare, nell’unico passo concreto che hanno fatto nel vertice straordinario sull’occupazione in Lussemburgo, voluto ad Amsterdam per dimostrare che l’Europa non è solamente una faccenda economica. Ma se l’Europa politica e sociale che i leader di governo hanno in mente ricorda vagamente questa, rimane ancora molta strada per fare quadrare il cerchio tra le esigenze economiche e le istanze politiche, di civiltà e libertà. Concetti che non sono riducibili soltanto alla possibilità di non pagare le tasse.


Maurilio Barozzi

L'Adige 1 dicembre 1997

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