• Maurilio Barozzi

Notte, soldi, sesso

Aggiornato il: 21 mar 2019


1. Musica e birra, vita da pub


28 agosto 2002. Nago - Trento. SS 240. Gasoline road bar. Due pompe di benzina all'ingresso. Stile country. Arredi in legno bianchi e rossi. Alle pareti diademi indiani, cappellini da baseball, teste di vacca, selle da cow-boy, stivali. Sul cd: robaccia dance. Dietro al banco sei barman, birre, cocktail, bottiglie che volano. E dappertutto carni accalcate, sudate, struscianti. Mezzanotte in punto. Il dj mette la canzone Y.M.C.A., dei Village People. Merda anni '70. Salta in piedi sul bancone tutto lo staff, cinque donne e un uomo. Si mettono a ballare. Sotto, sardine in salamoia imitano le coreografie dei baristi, cantano il pezzo. Urlano. Bevono. Una si atteggia a gran fica. Sale sul bancone. Fa le mosse come i barman. Eroe per un'ora, candidata a polvere di stella. Ci sono più di trecento persone. Giovani, meno di 30 anni. Sussulto diacronico. Rispunta un'immagine quasi sepolta. Ho 20 anni. Esco di casa. E' buio. Mia madre brontola. «Dove vai in giro, la notte? Sta a casa, veh, che a quelle ore ci sono in giro solo sfaccendati e poco di buono». Rido di riflesso. Trecento sfaccendati solo lì. E se sono sfaccendati, con cosa pagano il conto? Sui poco di buono giudizio sospeso: non conosco quasi nessuno. Un flusso incosciente devia in coscienza. Prende forma su ritagli di giornale. «Punito il pub fracassone». «Lamentele dei residenti». «Ordine del sindaco: chiusura alle 23». «Parcheggi selvaggi». Denunce. Scassature di minchia. Per i gestori, per i vicini, per i caramba, per i politici. Provo a mettere tutto assieme: lì ci sono trecento rompicoglioni. Quello è l'inferno? Qualcosa non va. Bisogna capire.

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Mi documento. Esamino statistiche. Ne prendo una pubblicata dalla Provincia di Trento. Leggo. Nel 1999 i trentini (in tutta la Provincia) per teatro e musica hanno speso 4 miliardi e 310 milioni circa. Prendo nota. Faccio un paio di telefonate di confronto. Quella è la cifra che hanno incassato nello stesso anno quattro soli pub. Okay, posti alla moda. Ma in Trentino, tra bar e osterie, nel 1999 ce n'erano 3.479. Non conteggio discoteche, autogrill, night club... Appunto un promemoria. Un'ipotesi di lavoro: i trentini spendono molto di più in pub e locali notturni che per la cultura: teatro, concerti, balletto, spettacoli. Vado avanti. Alla cultura cosiddetta alta aggiungo anche quella più popolare (cinema e manifestazioni sportive). La spesa arriva a 13 miliardi e rotti di vecchie lire. Cambio pagina. La statistica si disaggrega. Nello stesso anno i trentini hanno speso per ballare 8 miliardi e 334 milioni. Solo ingressi in discoteca. La statistica non conta tutto ciò che lì dentro viene consumato. Sfoglio ancora, guardo qua e là: i numeri non contraddicono l'ipotesi. Potrei azzardare che ai trentini si possono togliere teatro e cinema, non pub e discoteche. Ma non lo dico: quei numeri non parlano di uomini. Quei numeri parlano di soldi. Allora annoto: la notte girano soldi a palate. Servono basi solide su cui lavorare: andiamo sul campo.

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Mori (TN). Xpoint café. Dà sulla strada statale. Adiacente: un campo da calcio. Niente case. Tutto all'aperto. Palme trapiantate e illuminate da faretti. Una tettoia di canne di bambù come ci sono in Messico. L'edificio dove sta il personale - quattro baristi - ha arredamenti minimi: tre spine per la birra, frigo e bancone superalcolici. Bianco, stile architettonico coloniale. Quattro musicisti suonano dal vivo su un palchetto. Dappertutto la scritta "BACARDI" e "Pampero, il rum più bevuto nei peggiori bar di Caracas". A notte fonda, verso l'una, ci sono duecento persone. E' giovedì. Nella calca, arrivo a fatica al bancone. Ordino una birra in bottiglia: 3 euro e 50. Faccio la conversione in lire: grosso modo siamo sulle 7.000. Diavolo! A controllare che tutto sia a posto ci sono due bestioni con un auricolare nell'orecchio. Buttafuori, si diceva una volta. Security-man, oggi. Quello che vuoi: se ti devono sbattere fuori, lo faranno loro. Uno si chiama Francesco. Francesco è lì per arrotondare. Non è un lavoro vero. Anche se quando c'è da sloggiare qualcuno lo fa. Anche se 50 euro a sera se li mette in tasca. Francesco lavora per un'agenzia di Trento che chiede 100 euro più iva per ogni buttafuori. Dice: «Cosa vuoi che siano i 50 euro che guadagno? Il fatto è che se non lavoro sono in giro a spendere. Allora mi sono detto: meglio che lo faccio per lavoro». Poi attacca col copione: «La sicurezza è l'unico modo per avere un posto tranquillo, senza risse né gente che disturba i clienti. Per avere la bella gente». La bella gente veste decente. La bella gente non rompe i coglioni ai clienti che non conosce. La bella gente si dà dei limiti di comportamento. La bella gente è quella che se ci fossero solo loro la security non servirebbe. Perché sia efficace il servizio di sicurezza deve essere cospicuo. Congruo alle dimensioni. In un locale con mille persone un solo buttafuori è inutile, il gestore può risparmiare 100 euro. Dice Francesco: «Più o meno servono due buttafuori ogni 150 persone. Allora riesci a tenere tutto sotto controllo: dal parcheggio, ai tavoli, al bancone. Lì vai tranquillo: risse non ne saltano fuori. Se uno rompe le balle lo porto fuori prima che la cosa degeneri. Se siamo in tanti controlliamo anche i cessi. E gente che spaccia non ne trovi». Due conti. Un disco pub bello pieno scuce 200 euro più iva a sera. Solo per la sicurezza. Le discoteche sono più grandi e affollate. Si va su. E i prezzi al dettaglio devono andar dietro. All'Xpoint i buttafuori sono due. I baristi sette. Se non c'è musica dal vivo (che si paga), c'è anche un dj. Vedo uscire pizze: ci dev'essere chi le fa. Altri posti di lavoro. Altri costi.

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Seduto al banco c'è Franco. Franco è un imprenditore-operaio. Ha il pallino della musica rock e del cinema poliziesco italiano. Ci sono anche due suoi amici, Dani e Fede. Tutti e tre bevono birra in bottiglia: 10,50 euro a giro. Franco racconta del concerto di Nick Cave che ha visto giorni fa. Di come il cantante fumava. Della Bibbia che ha appoggiato sul pianoforte prima di iniziare il concerto. Dello smoking che indossava. Del fumo delle sigarette che con i fari del teatro creava un effetto magico. «Birra». Parla dei libri di Scerbanenco. Dice anche che ha appena letto Come una bestia feroce di Bunker ed è rimasto folgorato. «Scrive da dio. Racconta i dettagli di una rapina… Solo chi l'ha fatta può raccontarla così. Dev'essere un vero figlio di puttana». Ridono. «Birra». Spara cazzate. Vede uno coi sandali ed elogia le scarpe chiuse. Ricorda Drugo, il protagonista del film Il grande Lebowski. Fede dice che non l'ha visto. Dani sì. Poi passa ad un altro, Paura e delirio a Las Vegas. Un'allucinazione di Terry Gilliam. Dice che Benicio del Toro è un grande e anche Johnny Depp è superlativo. «Chissà cos'avranno pensato le sue fan quando se lo sono viste sullo schermo pelato. Come me». Ride e si tocca la zucca. Ridono tutti. Ora un cocktail: «White russian». Copia Drugo, quello del film. Aggiunge ai suoi soci: «Quando entro in un locale, se non mi sanno fare un White russian come si deve, non ci metto più piede. E sarebbe meglio che lo facessero anche in fretta». Ridono. Ma neanche tanto. Guai aspettare troppo per un drink: baristi bravi e veloci. Se uno per fare un cocktail deve prendere in mano il manuale è out. Se uno lavora con gli occhi bassi, senza vedere i clienti, senza guardarli, senza cogliere al volo l'ordine, in quei posti ha i giorni contati. Roba per dopolavoro aziendale. Se un barista guadagna normalmente suppergiù 1000 euro al mese, nei posti in cui si lavora con maree di persone le cifre lievitano fino a tre volte: servono baristi bravi, niente primo pelo. Ma i baristi bravi e veloci ovviamente vogliono di più. E allora su i costi. E allora su i prezzi.

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Sempre all'Xpoint di Mori incontro Tiziano Sessa, il capo. Capelli ingellati da ventenne. Ne ha trentuno: oltre all'Xpoint cafè, a Mori ha anche il Murphy's pub. Poi il Gasoline road bar di Nago. Incasso annuale complessivo: si viaggia sull’ordine dei miliardi (di lire). Occhiali tondi. Fuma una sigaretta. Sorride mentre parla. Gioca con un accendino. Ha un accento neutro, che arriva da Salerno quasi non si sente più. Dice che è da quando ha 14 anni che gira l'Europa per bar. Cameriere. Barista in Germania. Poi a Torbole. Infine cinque anni fa ha messo su il Murphy's pub. Poi gli altri due: Gasoline e Xpoint. Grana. Non servono le domande. Sa quello che deve dire. Sa quello che vuole dire. Per schiamazzi, gli hanno appena fatto chiudere un locale, il Gasoline a Nago. È in bestia col sindaco di Nago. È in bestia col capo dei vigili di Nago. Lo lascio parlare. Sul sindaco: «Prima mi dà la licenza, poi mi multa. Ha detto che dovrei avere la metà dei clienti, che quel locale è troppo vivace per Nago». Sui vigili: «Erano lì tutte le notti per multare auto. Alle una di notte, i vigili: ti rendi conto?». Sul provvedimento che ha subito: «Mi hanno imposto di chiudere alle 23. In un disco bar alle 23 inizia la serata». Tira una boccata. Butta fuori il fumo subito. «Io faccio tutto quello che posso, ma se uno esce dal locale e parla forte, io cosa posso farci? Ho appeso cartelli dappertutto. Pago un buttafuori in più perché chieda di abbassare la voce fuori dal locale. Di più non so che fare…». Guarda l'accendino. Quasi ci pensa su un attimo. «Vogliono farmi chiudere. Ma non ci riusciranno. Il Gasoline va. Nel Gasoline ci ho investito 400 milioni di lire». Visto il locale, non mi sembrano cazzate, sbruffonate da ciancione. Dice: «La politica deve aiutare a risolvere i problemi. Non dovrebbe aumentarli». Gli cambio traiettoria. Chiedo dei dipendenti. «Tra baristi, sicurezza, pulizie ho 28 persone tra dipendenti e collaboratori». Sillogismo logico: tutta questa gente lavora per la notte. Qualcuno gode della notte. Barista sottende avventori. Avventori significano soldi. Ordino un mojito. Un barman butta nel bicchiere lo zucchero. Poi la menta. Spacca il ghiaccio con un ferro tenendolo nelle mani. Butta dentro. Non dico niente: vedo che fa così con tutti. Ne prepara tre o quattro contemporaneamente. Tira per aria una bottiglia. La riprende al volo. Versa il rum nel bicchiere. Mischia. Me ne allunga uno. «Sono cinque euro e 20» dice. Diecimila lire. Anzi, qualcosa di più. Penso: neanche questi sono cazzate. Sottolineo quell'appunto: la notte girano soldi a palate.

1.CONTINUA


2. Vuoi corteggiare? Spendi


«Dite pure che tirano di più due tette che due carrette» ha scritto una volta Alejo Carpentier. Saggezza da Sancio Panza. Ma spiega a dovere il movente che spinge nei luoghi della notte. La parola magica è sesso. Meglio: promessa di sesso. Per sondare la faccenda vado alla Cripta, un pub di Rovereto (TN). Un pub che va. Molto, molto carino. In pieno centro storico, è scavato nella roccia, una cripta vera e propria: non prendono neanche i telefonini. Una specie di grotta, ma con gli interni curatissimi. Dentro c'è musica. Dentro c'è diversa gente: belle ragazze, bei ragazzi. Hanno tutti - e sono tanti - davanti la loro pinta di birra o il Cuba libre. Sono tutti in ghingheri. Azzimati. Fighetti alla moda. Comincio ad esserne convinto: i prezzi alti - nei locali alla moda - non riguardano il prodotto consumato in sé. Sono il ticket d'ingresso in un universo di bella gente. Il ragionamento è: se posso permettermi di pagare 4 o 5 euro per ogni birra media che bevo vuol dire che sono un figo anch'io. L'avevo già sentita. E proprio per questo ho deciso di retrocedere davanti all'ovvio, di scavare fino a giungere al fondo della faccenda, dove si trova il solido. Possibile - mi ero detto - che uno debba sentirsi contento se i prezzi vanno alle stelle perché ciò significa che il mondo che sta frequentando diventa sempre più esclusivo? Mah… Torniamo a noi, alla roccia della Cripta. C'è lì Emiliano, fisico d'atleta. Un esteta: barman al bar del Mart. E, l'estate, alla discoteca Conca d'oro di Torbole. Un posto, questo, con interni in legno e una grande terrazza sul lago. Una volta ci trovavi tutti i bulli della zona. O i turisti. Buon locale per rimorchiar tedesche. Anche danesi, se parlano il tedesco o l'inglese. Di solito le parlano entrambe. Oggi è frequentata più che altro da stagionali. Baristi e cameriere che lavorano sul lago fino alle due del mattino. Poi chiudono e vanno in disco. Occhiali da sole anche di notte, camicie a collo rigido. Da catalogo D&G. Rimangono fino a chiusura, le quattro. Il giorno dopo, di solito, possono dormire. Qualcuno invece tira dritto chiudendo gli occhi tre, quattro ore al giorno per tutta la stagione. Dormirà quando è vecchio. Emiliano dice: «Di notte, il corteggiamento è tutto. È la calamita che attira i clienti». Poi la butta in vacca: «Però ci vorrebbero delle regole, che so, un tempo massimo... Un tempo entro il quale uno può provarci con una ragazza. Passato il limite, stop: si cede il passo lasciando campo aperto». Gli do corda. «E per le donne?». «Lì non serve. Il corteggiamento è ancora praticamente a senso unico. Escluso qualcuno che può permettersi di essere abbordato. Ma si tratta di eccezioni».

Visto il suo aspetto, lui è certo uno dei superman. Il principio torna. E' lo stesso che spinge molte discoteche a offrire l'ingresso omaggio alle donne. Arriva alla Cripta un ragazzo che vagamente conosco. Saluta, si guarda attorno. Fa per smammare. «Perché te ne vai?» chiedo. «Masa braghe» risponde, in dialetto trentino («Troppi pantaloni». L'esegesi non serve. In altri posti ho sentito anche: «Solo ganci, qui, stasera». Stile diverso. Il concetto non cambia). Teoria sperimentata, archivio come pratica. Requiem per le femministe. Requiem per la parità dei diritti. La donna è la preda. L'uomo spende. E, solitamente, più l'uomo è ricco, più spende. Però, mi guardo attorno, lì alla Cripta: ragazze ce ne sono. Vabbè... Penso: è incontentabile.

Ore 4 A. M. Siamo al Fanum, discoteca di Mori (TN). Assieme allo Spleen di Arco e - da qualche tempo - al Papillon di San Giacomo si contende la clientela della notte fonda. Ci vengono da tutto il Trentino ma anche dall'Alto Adige. Un locale molto grande, con due sale e un privé, colonnati in marmo e arredamento scarno ma curato. Ascolto Silvia. Silvia ha 22 anni. Capelli corti. Piercing dappertutto. Almeno un tatuaggio. La vita a girare attorno ad un bancone di bar: dietro di giorno, dall'altra di notte. «Ci sono quelle che si vantano. Dicono: "Mi ha pagato da bere tutta la sera e io non ci ho neanche pomiciato assieme. Povero scemo". Ma io non sono così». Non afferro cosa vuol dire io non sono così: le offro da bere. Due birre: viaggiamo sui 10 euro. (Avanti, sempre meglio). Ma è discoteca... Lei capisce l'antifona. Sorriso furbo. «Intendevo che non mi piace farmi offrire da bere. Non che se uno paga me lo sbaciucchio tutta la sera». Elaboro a sincrono la figuraccia. Filo via. Al bancone trovo uno che ha l'occhio spento dalle birre e dalla lunga serata. Camicia a righe anni '70. Jeans che gli manca solo la riga della stiratura e poi il peggio ha trovato approdo. Dice di essere di Villa Lagarina. E' l'unica cosa sensata che dice. Ad ogni domanda che gli faccio mi risponde chiedendomi se ho bestie. Gli dico di no un paio di volte. Lui continua a bere. Insiste. Materiale di scarto, perdo tempo. Inutile intervistarlo su come approccia con le donne. Inutile chiedere cosa cerca nel bar: l'ho capito. Gli faccio la domanda che voleva da mezz'ora: «E tu, ne hai bestie?». «Credo bem!». Passo e chiudo. Una ragazza si avvicina. Mi chiede una sigaretta. Faccio il furbo. «Non fumo. Ma se mi dai il tuo numero di telefonino te ne procuro una». Lei prende la mia penna e il mio quaderno. Con grafia rotonda scrive su Elisa e un numero di cellulare. «Ora la sigaretta». Giusto. Chiedo alla barista se me ne offre una. Poi la giro a lei, a Elisa, la mia nuova amica. Mi racconta che quando ha bevuto parla anche tedesco e francese. Anche un po' d'inglese. «Sai, non ho più freni inibitori; mi passa la paura di sbagliare un accento o una declinazione...». Poi sparisce. Ma prima mi dice, con un sorriso: «Call me, telefonami». Penso alla mia volponata. Sono Jimmy Dean. Tra parentesi, più tardi ho provato il numero: «Vodafon Omnitel, informazione gratuita: il numero selezionato è inesistente o momentaneamente non disponibile». Naturale. Comunque: l'uomo in genere paga. La faccenda diventa più evidente man mano che la notte procede. Anche se qui, al Fanum, dopo le tre del mattino non servono più alcolici. Loris, altro occasionale compagno di bancone, mi spiega che nei locali dopo mezzanotte le donne sono tutte belle e i soldi non valgono più nulla. Altro detto. Annoto e me ne vado: per stasera ho imparato abbastanza.

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Rivedo le interviste. Le ripenso. Cerco dare un senso a quelle notti. Alla birra bevuta. A incontri casuali. A discorsi spesso vacui. Cerco altre leve. Moventi forti che spingano fuori casa, al pub, in disco. Solo la promessa di sesso? Solo soldi da spendere per mostrarsi più belli? Mi sembra un po' debole... Accendo la tivù. Danno un programma scientifico. Superquark. Ascolto un po'. Parlano di scimmie. Vado avanti con le mie scartoffie. Platone disse: «L'uomo è un animale sociale». Al sesso e ai soldi dovrei aggiungerlo, forse. Ora alla tivù vedo una discoteca. Parlano di musica. L'uomo del servizio dice: «Già all'epoca degli ominidi, è stata la capacità di sincronizzare i movimenti seguendo un ritmo collettivo a creare coesione tra simili. Il tessuto sociale è stato cementato, prima ancora dell'uso della parola, dal ritmo e dalla sua capacità di interpretarlo. Questa capacità ha creato le tribù». Scatta una convergenza cerebrale. Riaffiora la statistica sul ballo (quella che dice: ogni week end circa 4 milioni di italiani va in disco). Platone disse anche che i gesti ritmici e armonici del ballo infondono nello spirito ritmo e armonia. L'uomo della tivù va avanti. «Alcuni scienziati, studiando il fenomeno, hanno capito che sopra un certo volume (90 decibel) il labirinto (che regola l'equilibrio all'interno dell'orecchio) viene sollecitato attraverso un organo direttamente in contatto con la zona del piacere, nel cervello. All'aumento del ritmo, i corpi tendono a creare tra loro un equilibrio stabile. Quasi esistesse una specie di cervello collettivo». Dunque: l'uomo ha bisogno di stare assieme ad altri. La musica aiuta a colmare questo bisogno. Entrano in gioco fattori anoetici. Ancestrali. Fisici. Dilato il fuoco di prospettiva. Una volta questo bisogno sociale era colmato anche dai partiti, dalle associazioni, dalla famiglia. Oggi queste istituzioni lo fanno meno. Cresce la voglia di musica, ritmo. Ecco: il pub. Ecco: la discoteca. Mondi fichi dove, nell'immaginario collettivo - sapientemente costruito da arredatori, gestori capaci e pubblicitari - s'incontra bella gente. Dove - chi c'entra - è bella gente.

2.CONTINUA



3. Gente della notte: l'identikit


Sociologia da barista. Necessità, per chi vuol far soldi. Finezza pleonastica, sottovalutata, per chi è in procinto di cambiar mestiere. Cazzate di nessun conto per chi ha già chiuso baracca ed ha i libri contabili in tribunale. Lavoro sui primi, chi fa soldi. M'informo nei locali buoni, nei bar che vanno, su quale sia il cliente tipo. Le dichiarazioni dei gestori si sovrappongono. Quasi combaciano. Ne viene fuori un quadro preciso. Un identikit dai tratti chiari. STATO CIVILE: Celibe/Nubile. SESSO: prevalentemente maschio. ETÀ: dai 18 ai 30 anni. DOMICILIO: presso i genitori. ABITUDINI: spende tutto quello che guadagna in divertimento. Non è nuova. Scrisse Borges: «La mia memoria, signore, è come un deposito di rifiuti». Dal mio cassonetto vien fuori La febbre del sabato sera, il film. Lynn dice a Tony: scommetto che vivi ancora coi tuoi. Vai in giro con gli amici. Il sabato sera ti spendi tutto in discoteca. Tony fa: esatto. Lei: lo immaginavo. Sei uno di quelli fatti in serie. Il film è del 1977. Oggi il sabato sera è sei sere la settimana. Roberto Betta, del Cutty Sark - storico pub di Torbole, patria dei surfisti, che richiama l'interno di un veliero - alla voce ABITUDINI aggiunge una testimonianza che precisa e chiarisce l'identikit. Dice che all'inizio del mese i locali sono pieni sei giorni su sette. I clienti, specie quelli più giovani, pagano il conto con biglietti di grosso taglio. Alla fine, nell'ultima decina del mese, quelli escono praticamente solo il venerdì e il sabato. Pagano con gli ultimi spiccioli. Consumano poco. Tutti hanno finito i soldi. Tra parentesi: dopo che è arrivato l'euro a limare per bene i portafogli, la fase di stanca (soldi finiti) arriva anche prima. Ora il mese si divide esattamente in due quindicine. La prima: grassa. L'altra: cintura tirata. Ordino una pinta di Guinness, birra scura. Cinque euro (10 mila). Rifaccio il giro. Sottopongo l'analisi di Betta a diversi altri gestori. Quasi tutti confermano. Interessante. Va messa in tasca, senza perderla.

* * *

Dunque: esiste un identikit dell'uomo della notte. Un ritratto tracciato con precisione. Ma se di notte vive un mondo stereotipato, dove sta la trasgressione? Quel mondo fatto di ribelli, fannulloni e balordi che sta nell'immaginario di molti?

Traccio la mappa di due notti antitetiche.

Fisso le coordinate trasgressive. Uso come stella polare le notti descritte da Henry Miller. Da Charles Bukowsky. Da Jack Kerouac. Senso di ribellione. Bassifondi pulciosi. Cene scroccate. Letti elemosinati.

Fisso le coordinate stereotipe.Uso come stella polare le parole di Lynn ne La febbre del sabato sera. L'identikit dei baristi. Bella gente. Vestiti sgargianti. Auto di lusso. Soldi in mano.

Cerco una via d'uscita a questa doppiezza, una chiave di lettura per comprendere la necessità di definire trasgressiva la notte. Mentre in realtà non è che una somma di cliché, magari camuffati.


Pettirosso, wine bar di Rovereto, Corso Bettini. Locale con bancone a "elle" e ristorante al piano interrato. L'arredo è fatto essenzialmente di bottiglie di vino pregiato rinchiuse e incatenate in scaffali di legno. Dentro, i soliti discorsi. Donne, per gli uomini. Uomini, per le donne. C'è uno seduto al bancone. Abiti da mannequin. Sbraccia. Parla forte. Uh, ecco: altri argomenti. Racconta di essere tornato nella notte da Desenzano a 240 all'ora. Uno Schumacher frustrato, lascio perdere. Altri due hanno sul tavolo, davanti a loro, una pagina del Foglio. Politica, mi dico. Mi avvicino. Stanno commentando animatamente un trafiletto di spalla. Dice: «Joey Armstrong, 29 anni, è stato arrestato perché ha tentato di stuprare la pecorella di un presepe vivente in West Virginia. Il fatto è avvenuto nella grotta degli animali allestita per Natale nella camera ardente della società di pompe funebri Bartlett-Burdette Cox». La disputa è questa: uno dei due avventori dice che certe notizie, a Natale, non si devono pubblicare. L'altro insiste di sì. Torniamo ai cliché, che è meglio. Incontro Lucia. Lucia ha 24 anni. Professione: assistente sociale. Dice: «Il mio lavoro mi piace molto. Però, scusa la volgarità, vedo sfighe tutto il giorno, vorrai mica che poi, quando ho finito, vado a dormire diritta. Poi faccio i turni: spesso la mattina non lavoro, posso stare in giro fino a tardi». «Sei sposata?» chiedo. «Single». «Vivi sola?». «No, coi miei». «Allora nubile, non single». «Vabbé».

Tutto torna. «Hobby?» dico.

«La cucina. Da qualche tempo mi piace molto il vino. I vini particolari. Ho fatto il corso per sommelier». Ordino due bicchieri di Chianti. Otto euro. La moda si paga. Lucia osserva il vino controluce. Lo annusa. Parla di caratteristiche organolettiche, di colore, di profumo. Di retrogusto.

Ci capisco un tubo. Bevo e la saluto. Sono pochi quelli sposati che girano fino tardi. Con loro il richiamo sessuale, quello che attira e fa pagare da bere, funziona meno. In teoria. «Io esco quasi ogni sera a volte con mio marito, a volte - se lui non può - con qualche amica. Bevo qualche cosa, faccio due chiacchiere e cerco di distrarmi un po' dopo che ho lavorato, lavato, aiutato la bimba a fare i compiti, fatto da mangiare e lavato i piatti» dice Morena. Anni 35. Sposata. Una figlia. Le eccezioni, si capisce.

In qualche pub puoi trovare anche qualcuno sbronzo fatto. Ma non sono i più, anzi. Una volta nei bar ci incontravi sempre i soliti. Bere un rosso. Leggere il giornale. Discutere di calcio e schedina. La sera tardi c'era sempre Tizio (ogni paese, ogni quartiere ne ha uno) a parlare solo davanti all'ennesimo bicchiere. La notte di Henry Miller. Oggi basta. I gestori cercano di liberarsi in fretta degli ubriaconi. Disturbano. Sono ostacolo alla bella gente. La legge è quella di mercato: il rosso costa un occhio, lo sfaccendato - di notte - non può più permettersi neanche un'acqua minerale (due euro, sull'unghia). Ammesso che voglia berla. Vogliono gente in grana. Francesca, come tanti altri, per la grana, fa il doppio lavoro. 25 anni. Nubile. Vive coi suoi. Dice: «Noi giovani abbiamo le mani bucate». Arrotonda lo stipendio di segretaria d'azienda lavorando come barista l'estate. E in discoteca l'inverno. «Comunque mi piace lavorare in questi locali. Ci vengono tutti i miei amici. È quasi come se fossi lì con loro e invece mi guadagno qualcosa».

Anche le sue linee distintive si sovrappongono all'identikit.

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Sono al Loco's di Rovereto. Bel bar. Da intellettuali. Ci va l'intelligencija della zona. Anche lì si parla di sesso, ma ogni tanto ci scappa qualche discorso diverso. A volte anche politica. I fumi dell'alcol possono condurre a impensabili apostasie o repentine conversioni. A volte l'alcol illumina. Dovrebbero farli al bar i consigli comunali, penso. L'ambiente ricorda i baretti spagnoli di Saragozza o Burgos. Ha quadri veri (alcuni carini) appesi alle pareti. Per terra c'è legno misto a una specie di palladiana scura. Le sedie sono tipo quelle che aveva mia nonna. Bancone lungo. Tutto dà l'idea del non curato. Ma è studiato. Incontro Remo. Scopro che Remo è un soprannome. Remo è un pittore. Diplomato all'accademia di Belle Arti. Celibe. Anni 27. Domicilio: presso i genitori con saltuarie convivenze con la compagna. Convivenze... Più che altro petting in auto. Nell'auto dei genitori. Beve Pernod, alla Hemingway. «Alla Degas» precisa. Dice di aver appena finito di esporre ad una mostra collettiva, a Venezia. Qualche lavoretto lo tira fuori. Qualche quadro lo vende. Però aspetta la scuola: ha una supplenza. L'ha ottenuta anche l'anno scorso. Si potrebbe definire un insegnante. «Sì, insegnante. Ma se un anno non becco una cattedra mi tocca lavorare come designer. E addio arte». È malinconico. A volte l'alcol obnubila. Vien fuori il Pernod, qualche assenza, e L'Assenzio, il quadro di Degas. «Però vedo che qualche cosa la bevi» dico. «Vivere significa poter uscire. Tra l'altro la maggior parte dei miei lavori di design li ho venduti proprio girando la notte, nei locali. Ti sembra strano? Be', è così. Ho collaborato alle decorazioni di diversi bar, pizzerie… Tutto è iniziato a Verona, qualche anno fa. Ho fatto una mostra e da lì ho cominciato a farmi conoscere. Però la strada è lunga…». C'è aria di digressione. Mollo l'osso: dai, parla. «Che altro fai?». «Suono in un gruppo. Anzi, che cazzo! La Siae si deve dare una calmata. Con quello che pretende uccide tutti i piccoli gruppi. Chi vuoi che sia il barista che tira fuori centinaia di euro per far suonare un complesso locale? Dovresti scriverlo lì, sul tuo quaderno». Lo scrivo. Mi presentano una ragazza e mi dicono che fa la ballerina in un lap dance.

Diavolo, come ho fatto a non pensarci? Il night club e il lap dance: in un'inchiesta sulla notte non posso lasciarli fuori. Devo andarci.


3.CONTINUA



4. Lap Dance, nuovo Eldorado


Strade diritte. Lampioni centellinati. Poche case, quasi nessuna. Un centro commerciale costruito con prefabbricati color beige vomito. Poi le luci e il parcheggio. I locali notturni sono fuori mano. Niente problemi coi vicini, maggior anonimato per chi non vuol essere riconosciuto. Eccomi nei pressi di Mantova, al lap dance bar di un roveretano. Mi accompagnano Dennis Forti, titolare di un´agenzia di cubiste di Trento, e il suo socio, Walter. Il locale è di un uomo coi baffi fini, curati. Ci viene incontro. Dennis ci presenta. Camicia aperta. Volto da duro. Passione per le auto. Una volta si occupava di metallo. Aveva una fonderia a Rovereto. Poi s´è rotto. Rogne con la Provincia per storie di soldi. Ha mollato tutto. Dice: «Per due anni non ho fatto un tubo. Poi mi sono stufato e ho deciso di metter su qualche cosa. Mi sono informato. Ho sentito che questi locali vanno bene. Così mi sono imbarcato… Ora vedrai, dentro. Vedrai che merce». «Dal metallo alle donne. Bel salto» dico. «Se devo dire un perché: non lo so. Me lo sto chiedendo da anni. All´inizio è stata dura. Non veniva nessuno. Mi davano già per morto. Ma ho tenuto duro. E ora la faccenda va. Ho sempre gente. Stasera non ce ne sono, ma il sabato qui ci vengono anche donne».

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Appena dentro, per decongestionare l´imbarazzo, faccio un po´ l´asino. Chiedo a Dennis: «Dov´è la piscina?». «Perché?». «Le ragazze sono tutte in costume…». «Ma smettila!». Al banco c´è Stefano. Stefano è trentino. Ha quarant´anni passati. Stefano ha una professione dignitosa. Fa: «Qui se voglio far colpo su una ballerina la invito al mio tavolo e ordino una bottiglia di champagne. Poi faccio il numero dell´oliva: dopo il turno questa viene a casa con me». Annoto. «Qual è il numero dell´oliva?». «Dal bicchiere tolgo l´oliva e giocherellando gliela faccio scivolare nella scollatura e tra le gambe. Poi la riprendo e me la ficco in bocca». Roba forte. «E funziona sempre?» chiedo. «A me sempre. Oddio alla fine qualche regalino glielo devi fare ugualmente, ma cosa vuoi che sia...». Cambiamo prospettiva. Vado da una ballerina di lap dance. Deve ancora iniziare. Porta i jeans. Sopra una maglia con la bandiera americana. Ha una borsa sportiva a tracolla. «Lavorando tranquilla - dice -, mi porto a casa almeno 5 mila euro al mese». Non oso chiedere se ci paga sopra le tasse. Invece provo: «Cosa vuol dire lavorando tranquilla?». «Ballando tre, quattro serate alla settimana» dice lei. «Alla faccia!» dico io. «Ma c´è qualcuna che non lavora tranquilla?». «Qualcuna gioca sporco: noi balliamo e facciamo privé (spogliarelli appartati e privati). Il cliente ci paga da bere e ci offre qualche mancia. Al massimo, se uno si affeziona, ci fa qualche regalino». «E chi gioca sporco?». «Quelle durante il prive si fanno toccare. Anche qualcosa di più. Allora i prezzi cambiano. E poi i regali si moltiplicano, basta che chiedano: quelli arrivano e portano loro qualsiasi cosa». Chiedo a Dennis se ne sia al corrente. «Qualcuna lo fa, di giocare sporco. Altrimenti non si spiegherebbero le chiusure di certi locali notturni». «E le tue ragazze?». «Ma sei matto?». «No, chiedo». Dennis ne chiama una della sua agenzia. Alta quasi uno e ottanta, bionda, occhi chiari. Molto, molto carina. Impermeabile in pelle. Mi dice «Piacere», quasi formale. Mi mette una mano sul petto. «Senti il cuore per capire se mi sono emozionato?». «No, volevo sentire i tuoi pettorali. Siccome io ho poco seno guardo sempre il petto degli altri». «Fattelo rifare, no?» le dico. Dennis ride. «Deve prima trovare qualche chirurgo che si innamora di lei. Così le costa meno». Ride di nuovo.Lei lo abbraccia. Fa un risolino complice. «Tu giochi sporco?» le chiedo. Sorrido per mascherare la brutalità della domanda. «Vaffanculo». «Ho capito, scusa».

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Nel lap dance ci sono ragazzi di vent´anni. Ci sono anche uomini di settanta anni. Nel lap dance, comunque, questa sera infrasettimanale ci sono solo uomini. Le donne sono le ballerine che danzano alla pertica o si muovono tra i tavoli e al bancone, per fare compagnia ai clienti. Il locale è scarno. Stile birreria. Tavoloni in legno. Tre sono enormi e rotondi, hanno in mezzo una pertica. Dennis dice: «Il lap dance è il night dei poveri. Qui dentro con 15 euro entri. Una consumazione sono altri 15 e poi dipende solo dai soldi che vuoi dare alla ragazza. Volendo con 30 euro te la cavi. Al night ne servono 30 solo per entrare e la ragazza beve sempre il cocktail della casa che magari è brodaglia, ma costa un patrimonio. Inoltre se fai un privé in un lap ti costa 50 euro; in un night 100». Lì dentro, parlare con gli uomini anziani è difficile. Non ne vogliono sapere di chiacchiere e domande. Sono lì per le ballerine. Viceversa, i ragazzi non hanno problemi. C´è anche della goliardia in chi va al lap dance in gruppo. Non è solo desolata solitudine. O disperazione. O noia. «È la prima volta che veniamo qui. Di solito andiamo al Borgia´s» dice Manuel, rasato a zero, sovrappeso, con un orecchino. «Anche se una volta, con le lire, era più bello». «Costa di più con l´euro?». «Non è quello - ghigna Manuel -. Cioè, anche quello, ma la storia è così. La ballerina ti viene a ballare davanti. Ti ficca le mutande a due dita dal naso. Ad ogni banconota che le infili da qualche parte lei continua, senza spostarsi. Noi cambiavamo centomila a testa in monete da mille lire. Sai quanto rimaneva da noi?». «Centomila per una seratina?». «Solo per la ballerina» ride. «Ma che lavoro fai?». «Idraulico. Vivo con i miei e se voglio mi sputtano tutto fino all´ultimo centesimo». Beato te. Ora la faccenda è un pelo più cara. Ma non mi sembrano molto preoccupati. I ragazzi - non hanno più di 23, 24 anni - sono in tre. A un certo punto uno lo perdo di vista. «Dov´è finito il vostro amico?» chiedo a Manuel. Manuel è l´unico che mi ha dato davvero confidenza. Loro si guardano. Sono contrariati dalla sparizione. Continuano a nominarlo per cognome. Ipotizzo un prive. «Macché. Quando siamo qui con la sua macchina è sempre la stessa storia. Si eccita, dice che è troppo sotto pressione e sparisce in bagno. Poi, quando torna fuori, ci costringerà ad andare tutti a casa perché dice che è stufo» fa Manuel. Ho capito la faccenda. Evito altre domande.

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Ci sediamo a un tavolo. Arrivano tre ragazze in bikini e si siedono con noi. Ci chiedono se offriamo loro da bere. Ma certo. Rum liscio: 12 euro l´uno. Pensavo 15. forse ci hanno fatto lo sconto perché ci sono Dennis e Walter. Una di loro mi si siede a cavalcioni. Si struscia. Ride. E´ davvero facile avere contatti con le ballerine. Basta pagare. La ragazza mi chiede se vado con lei nel privé. Le dico che sono lì per lavorare. Lei sbuffa. Sgancio 10 euro. Se li infila negli stivali. Smette di strusciarsi. Si sposta ma accetta di parlare. Prima tentena. Poi molla gli ormeggi. Si chiama Sonia. Viene da Alicante. E´ imbronciata per via del suo ragazzo. «Ma, a parte quello, va tutto bene?». «Sì, tutto bene… Insomma, bene: guarda dove sono». «Guadagni molto più di me». Sonia fa spallucce. È sveglia. Mi racconta di un bastardo che una volta, in Spagna, l´ha aspettata fuori dal locale. Le ha chiesto di fare sesso. Le ha offerto in cambio soldi. Lei ha detto no. Lui l´ha pestata. «Da allora non vado più a lavorare sola». Dice di avere un figlio in Spagna. Tra qualche giorno partirà, lo andrà a trovare. Starà con lui un mese. Poi tornerà qui. «Ricomincerò a fare questo lavoro: ho il bambino da mantenere e non ho studiato, che altro posso fare? Però prenderò anche delle lezioni di Flamenco. Mi piacerebbe fare spettacoli di Flamenco». Già, Flamenco. Finito il rum, se ne va.

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Lo spettacolo lap dance dura due canzoni. Una ragazza esce vestita di tutto punto, con un abito lungo, nero. Va ad un tavolo rotondo. Ci sono seduti sei o sette uomini. Uno ha grosso modo 35 anni. Gli altri sono tutti sopra i 50. Abbondantemente. Lei si appende alla pertica. Porta le gambe sopra la testa. Balla con movenze lente, indolenti, anestetizzate agli sguardi. Si spoglia completamente. La osserviamo nuda. Spariamo vaccate. Uno dice: «Bella manza». Il baffo, il padrone, neanche guarda. Per lui è mobilia. Viene al tavolo il ragazzo dell´ingresso. Confabula con Dennis ed il suo socio. Escono. Il ragazzo torna dentro. Confabula con il capo. Escono. Esco anch´io. La macchina del socio di Dennis ha tutti i vetri frantumati. Fari. Parabrezza. Finestrini. Tutti sfondati. Per terra i pezzi di vetro sbriciolati. Per terra due mazze di legno. Due robuste gambe di tavolo. Devono aver agito almeno in tre. Hanno dato una quindicina di mazzate in pochi secondi a dieci metri dall´entrata del locale. Qualcuno deve essere stato alla porta per controllare che nessuno uscisse. Poi sono filati via in auto. Un altro deve essere rimasto al volante, pronto a fuggire. Un commando, niente dilettanti o ragazzotti vandali. C´è sotto qualche cosa.Le altre macchine del parcheggio - Mercedes, Porsche, Golf, Renault - sono tutte intatte. «È un avvertimento. Hai combinato qualche cosa? Ti sei lavorato qualche pollastrella sbagliata?» fa uno dei baristi, uno anziano. Nell´auto a fianco della Mercedes rotta c´è uno che dorme. Dice di non aver visto nulla. Lo torchiano un po´. Allora dice di aver sentito dei frastuoni. Poi uno gridava: «Via, via». Salivano su una Mercedes nera e fuggivano. «Di là, verso Mantova». «Quanti erano?» gli chiede il capo. «Tre. O quattro». «La Mercedes era tipo vecchio o nuovo?». «Non ho visto». «Erano italiani o extracomunitari?». «Non ho visto». «Perché non hai avvertito subito, appena fuggiti?». «Ormai era fatta… Avevo sonno». La figura dell´idiota lo salva da altre domande. Di certo è stato minacciato. Trema di paura e nessuno se la prende con lui. Walter è spostato di una decina di metri. Riceve telefonate. Fa telefonate. Quando arriva il carabiniere, Walter gli ripropone la storia: non sa chi possa essere stato. Il titolare del Lap dance racconta che da quando ha aperto gli hanno bruciato la macchina due volte. «Perché?». «Il locale. Probabilmente qualcuno non voleva che mettessi su il locale qui. Tolgo guadagno ad altri». «Bell´ambientino…» gli dico. Penso: un po´ di spazzatura gira, a queste ore. Almeno quelli che hanno bruciato due volte la macchina al capo. Almeno quelli che hanno fracassato la macchina di Walter. Prosegue come se non avessi parlato. «Non mi sono mai scoraggiato. Ho indagato da solo. Ho fatto controlli. Li ho pedinati. Quando sono stato sicuro li ho fatti beccare. Sono finiti in galera». «Chi erano?». «Extracomunitari». «D´accordo, ma per conto di chi agivano?». «Chi lo sa?» taglia corto. Attorno all´auto fracassata si forma un capannello di curiosi. Un ciccione sui trent´anni chiede di potersene andare a casa. È con quello che dormiva in auto. Guarda i vetri sbriciolati a terra. Dice: «Siamo venuti qui per vedere un po´ di passerine. Guarda invece cosa mi tocca vedere». Il carabiniere chiude il suo rapporto e se ne va. Sono le sei del mattino.

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Me ne torno a casa. Ripenso a questa inchiesta. Alle facce incontrate; a frasi fatte, acritiche; ai dati statistici; ai soldi spesi, a quelli che qualcuno guadagna; all´economia che gira; alla politica che arranca, dietro. Credo che ci sia un che di pantagruelico, in tutto ciò. Che queste dinamiche («grazie», «grazie» ad ogni acquisto - come dice l´orrenda pubblicità) siano figlie naturali di una globalizzazione amebica, dai modelli stereotipi, capace di fagocitare anche la seconda variabile esistenziale dell´uomo – il tempo – dopo che ha già annegato di se stessa l´altra, lo spazio. Difficile non sentirsi fragili, impotenti di fronte a meccanismi ormai così oliati. Fino a poco tempo fa ero convinto che il processo potesse essere utile all´umanità. Mentre guido mi risuona in testa quella vecchia canzone dei Police: «Bring on the night, I couldn´t spend another hour of daylight». Portami la notte, non potrei trascorrere un´altra ora alla luce del sole. Molto vecchia... La penseranno ancora così, Sting e compagnia? Eccomi arrivato. Aporetico.

4. FINE