Una mappa sentimentale per Trento (5/01/2026 - l'Adige)
- Maurilio Barozzi

- 11 gen
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 12 gen

Maurilio Barozzi - Le Città nei libri/21
Prima dell’Università, di Trento avevo solo i flash di bambino che abitava nei dintorni: la corsa all’ospedalino perché avevo scambiato per confetto una pallina di naftalina; il salto al cuore che mio padre mi faceva prendere accelerando nei pressi del dosso in viale Verona… Solo anni più tardi, diciamo fine Ottanta, tornandovi in treno ogni giorno, in città cominciai a udire - parafrasando Goethe - il brusio del borgo, il paradiso vero del popolo, dove si può diventare uomini.
Le vie di Trento assunsero da allora i caratteri di una geografia sentimentale, una specie di Maurilia, la città di Calvino che era e non è più, e che forse proprio perché non è più, si adora ricordare.
Si dice che Trento sia ordinata attorno agli assi cardo e decumano, rappresentati rispettivamente dalla via Larga (Belenzani) e Lunga (Roma-Manci). La mia mappa personale però si muoveva su direttrici parallele: stazione-via Pozzo-Orfane-Cavour dunque Piazza Duomo e via Verdi, ai tempi centro univoco dell’Università di Trento, con Sociologia a sua volta centro univoco d’Italia. Nel bene e nel male.
«Dalla stazione ferroviaria si esce nella piazza Dante, dove sulla destra, in un largo circondato da aiuole, è il superbo Monumento a Dante», scrive Luigi Bertarelli nella sua Guida d’Italia del 1919. Quasi un saluto per noi studenti che, a grappoli, provenivamo proprio da «quella ruina che nel fianco/ di qua da Trento l’Adige percosse». Una piazza che è squarcio e sutura dei molti mondi di Trento. Nata romana, ha preso i voti, sconsacrata da Napoleone si è ritrovata asburgica, dunque italiana. E comunque: sempre indecisa se prima città germanica o ultima d’Italia, come sottolinearono i viaggiatori del Sette, Ottocento. «Trante, cinque leghe. Città un poco più grande di Augen, non molto attraente, e che ha perso in tutto il garbo delle città tedesche», scrive de Montaigne. Goethe stesso non sprizzò entusiasmo. Al giovane che gli indicò la casa del Diavolo e la sua diceria, lo scrittore contestò: «Il brav’uomo, tuttavia non fece parola di ciò che costituiva il lato veramente notevole della faccenda, ossia che quella era la sola casa di buon gusto che io abbia vista a Trento, edificata senza dubbio nei tempi andati da un bravo architetto italiano». Un’altra epoca.
Il nostro cammino mattutino cominciava con un caffè al volo nella geometrica stazione delle corriere il cui bar evocava il Posto Ristoro di Pier Vittorio Tondelli. «Luce sciatta e livida, neon ammuffiti, odore di ferrovia, polvere gialla rossiccia che si deposita lenta sui vetri, sugli sgabelli e nell’aria di svacco pubblico». Un caffè desolato: terapia d’urto per introdurci nell’imbuto di via Pozzo, annunciato da un palazzo di cemento e finestre a nastro che ritrovai simile anni dopo a Lodz. E noi a camminare nel puzzo umido di claustrofobici porticati, bassi e scuri nonostante le scialbe luci dei negozi. Se non avevi studiato, quel budello si trasformava in un purgatorio che chiudeva lo stomaco.
La Trento razionalista dell’Italia fascista dettava poi il passo in via delle Orfane, e l’Inps sorvegliava fino alla soglia dell’aldilà. Travalicato dalla chiesa di Santa Maria Maggiore, dove la ratio si faceva austera, conciliare. Imponendo la storia di chi un tempo ha deciso cosa fosse giusto credere in tutta Europa. O, come scrisse Paolo Sarpi, dove si mise ordine al caos del mondo. Trento era caput mundi e in quegli anni valicò le sue montagne. Che a volte proteggono, altre imprigionano, altre ancora incantano e ispirano. Alfonso Gatto: «Bei monti della sera/ azzurro è il mio passato».
Avanzando per via Cavour, cime, torri e regge invitano ad alzare il capo, ma è un trucco della città per imporre la propria verticalità, il dominio di un supposto rigore morale. «Trento che, pur non essendo Las Vegas, tra droga, terrorismo e omicidi rituali si era adeguata agli anni settanta. Negli anni ottanta», smonta tutto con la sua causticità Andrea Pinketts.
Già, Trento può essere subdola. O teatrale, che poi è lo stesso. Come lo sbocco «nella scenografica Piazza Vittorio Emanuele III, già del Duomo e Italica», scriveva sempre Bertarelli nel 1919. Chiesa, fontana, i palazzi decorati con le allegorie del Verla… Meraviglia pura. Incomparabile però a quella che colse Salomone, l’elefante del miracolo di José Saramago: nella piazza San Vigilio si trovò faccia a faccia con un suo simile, costruito in legno per supportare i fuochi d’artificio del Concilio.
E poi avanti, camminando lungo via Verdi. Dove Sociologia fece la storia. E dove la storia si poteva sperarla con la disossata fantasia della gioventù nelle scommesse all’agenzia ippica, vicino al passaggio a livello. Oggi divenuti rispettivamente bar e sottopasso.
Negli anni, poi, sono passate anche le birrette al Pedavena, i panini al Rosa, il bigliardo al Vicenza, le feste del Waikiki, le serate al Bollicine e alla Cantinota, i film per adulti in Corso Tre Novembre, le scappatelle alla Mandragola, le corse sui tomi dell’Adige… Sì, negli anni anche tutto questo.
Ma il cardo e decumano di Trento resta quel tragitto. Percorso un migliaio di volte nel freddo dell’inverno (la scuola è per definizione invernale), dove si può ritrovare in una metonimia geografica la Trento romanica, conciliare, asburgica, rinascimentale, magniloquente, fascista, festante, austera. E anche fantastica: la culla della fantasia giovanile.
Maurilio Barozzi, L’Adige 5/1/2026

















































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