Notte, soldi, sesso/4. Lap Dance, nuovo Eldorado (19/1/2003)


By Night. L'inchiesta di Maurilio Barozzi sul mondo della notte
(continua) QUATTRO
Lap dance bar. Prima di vederli, li senti arrivare. Strade diritte, lampioni centellinati. Poche case, quasi nessuna. Un centro commerciale costruito con prefabbricati color beige-niente. I conati.
Poi qualche luce e il parcheggio. Ecco il locale. Provincia di Mantova. Tutto fuori mano. Niente problemi coi vicini, e un buio che restituisce il richiesto anonimato. Viaggio con Dennis, mezzo mezzano di cubiste e spettacolini osé, e il suo socio Walter. Ci sono anche tre fotografi.
Il lap dance bar è di un uomo coi baffi fini, curati. Ci viene incontro. Dennis ci presenta. Camicia aperta. Volto da duro. Passione per le auto. Una volta si occupava di metallo. Aveva una fonderia in provincia di Trento. Poi s’è rotto. Rogne con la Provincia per storie di soldi. Ha mollato tutto.
Dice: «Per due anni non ho fatto un cazzo. Poi mi sono stufato e ho deciso di metter su qualche cosa. Mi sono informato. Ho sentito che questi locali vanno bene. Così mi sono imbarcato… Ora vedrai, dentro. Vedrai che merce».
«Dal metallo alla passera. Un bel salto» dico.
«Se devo dire un perché: non lo so. Me lo sto chiedendo da anni. All’inizio è stata dura. Non veniva nessuno. Mi davano già per morto. Ma ho tenuto duro. E ora la faccenda va. Ho sempre gente. Stasera non ce ne sono, ma il sabato qui ci vengono anche donne».
Appena dentro, mi sbarazzo dell’imbarazzo facendo un po’ l’asinazzo. Chiedo a Dennis. «Dov’è la piscina?».
«La piscina?».
«Sono tutte in bikini».
«Ma smettila!».
Al banco c’è Stefano. Stefano ha quarant'anni passati. Stefano ha una professione dignitosa. Fa: «Qui se voglio far colpo su una ballerina la invito al mio tavolo e ordino una bottiglia di champagne. Poi faccio il numero dell'oliva: dopo il turno questa viene a casa con me ».
Annoto. «Qual è il numero dell'oliva?».
«Dal bicchiere tolgo l'oliva e giocherellando gliela faccio scivolare nella scollatura e tra le gambe. Poi la riprendo e me la ficco in bocca».
Roba forte. «E funziona sempre?».
«A me sempre. Oddio alla fine qualche regalino glielo devi fare ugualmente, ma cosa vuoi che sia...».
Storno la prospettiva convergendo i miei fasci astigmatici su una ballerina di lap dance. Deve ancora iniziare. Jeans e maglia con bandiera americana a rilievo.
«Lavorando tranquilla – dice –, mi porto a casa almeno 5 mila euro al mese».
Chiedere se ci paga sopra le tasse sarebbe retorica da quattro soldi. Invece provo: «Cosa vuol dire: lavorando tranquilla»?
«Ballando tre, quattro serate alla settimana» dice lei.
«’Sti cazzi!» dico io.
«Io ballo e faccio privé. Il cliente offre da bere e sborsa qualche mancia. Al massimo, se uno si affeziona mi fa qualche regalino. Ma le colleghe che giocano sporco fanno anche di più».
«Giocare sporco?» sfolgoro lubrica curiosità.
«Durante il privé si fanno toccare. Magari al cliente glielo prendono in mano o in bocca. Allora i prezzi cambiano. E poi i regali si moltiplicano, basta che chiedano: quelli arrivano e portano loro qualsiasi cosa».
Chiedo a Dennis di delucidarmi lucidamente.
«Qualcuna lo fa, di giocare sporco. Altrimenti non si spiegherebbero le chiusure di certi locali notturni».
«E le tue ragazze?».
«Ma sei matto?».
«No, chiedo».
Dennis ne chiama una della sua agenzia. Alta quasi uno e ottanta, bionda, occhi chiari. Molto, molto carina. Impermeabile in pelle. Mi dice «Piacere», quasi formale. Mi mette una mano sul petto.
«Senti il cuore per capire se mi sono emozionato?».
«No, volevo sentire i tuoi pettorali. Siccome io ho poche tette guardo sempre il petto degli altri».
«Fattele rifare, no?» dico.
Dennis ride. «Deve prima trovare qualche chirurgo che si innamora di lei». Ride di nuovo.
Lei lo abbraccia intrecciando un risolino complice.
«Tu giochi sporco?» le chiedo. Sorrido anch’io, per mascherare la brutalità della domanda.
«Vaffanculo».
«Ho capito, scusa».
«Stai lì a guardar tutto?» dice lui, rivolto a me. La locuzione è un onanistico intercalare. Viaggiando tutta la notte nella sua Limousine bianca da magnaccia, ho capito che Dennis la usa alla stregua di tormentone comico. E dopo la terza o quarta volta, orfana di nesso con gli accadimenti, fa anche ridere. Ora decongestiona l’ambiente.
Salutiamo la ragazza.
Nel lap dance ci sono ragazzi di vent'anni. Ci sono anche uomini di settanta anni. Nel lap dance, comunque, questa sera ci sono solo uomini. Le donne sono le ballerine che danzano in perizoma attorcigliate a una pertica, o si muovono tra i tavoli e al bancone, per scroccar bevute ai clienti “sugli attenti”.
Il locale è scarno. Stile birreria. Musica tritapacco da tanto-a-chilo che rimbalza sui tavoloni in legno. Tre sono enormi e rotondi, hanno in mezzo la performante pertica.
Dennis dice: «Il lap dance è il night dei poveri. Con 15 euro entri. Una consumazione sono altri 15 e poi dipende solo dai soldi che vuoi dare alla ragazza. Volendo con 30 euro te la cavi. Al night ne servono 30 solo per entrare e la ragazza beve sempre il cocktail della casa che magari è brodaglia, ma costa un patrimonio. Inoltre se fai un privé in un lap ti costa 50 euro; in un night 100».
*
Lì dentro parlare con gli uomini anziani è impresa fotovoltaica. Appena sentono domande ti scaricano addosso radiazioni scatologiche. Sono lì per le ballerine. I ragazzi giovani hanno meno problemi. Sfarfallano complici lumate di gruppo, ma trasudano goliardia. Non è solo desolata solitudine. O disperazione. O noia.
«E’ la prima volta che veniamo qui. Di solito andiamo al Borgia’s» dice Manuel, un sovrappeso rasato a zero con orecchie incredibilmente onuste di orecchini. «Anche se una volta, con le lire, era più bello».
«Costa di più con l'euro?».
«Non è quello – ghigna –. Cioè, anche quello, ma la storia è così. La ballerina ti viene a ballare davanti. Ti ficca le mutande a due dita dal naso. Ad ogni banconota che le infili da qualche parte lei continua, senza spostarsi. Noi cambiavamo centomila a testa in monete da mille lire. Sai quanto rimaneva da noi?».
«Centomila per una seratina?».
«Solo per la ballerina» ride.
«Che lavoro fai?».
«Idraulico. Vivo con i miei e se voglio mi sputtano tutto fino all’ultimo centesimo».
I ragazzi sono in tre. Non hanno più di 23, 24 anni. Sorseggiano scarsi cocktail serviti in bicchieri a vetro spesso. Uno mi emigra dal campo visivo.
«Dov'è finito il vostro amico?» chiedo a Manuel.
Loro si guardano. Contrariati dalla sparizione. Spurgano un rosario di insulti nominandolo per cognome.
Ipotizzo un privé.
«Col cazzo. Quando siamo qui con la sua macchina è sempre la stessa storia. Si eccita. Dice che è sotto pressione e sparisce in bagno. Poi, quando torna fuori, ci costringerà ad andare tutti a casa perché è stufo» fa Manuel.
«Deve smetterla di farsi seghe nei cessi» taglia corto il suo amico.
Evito altre domande.
*
Con Dennis, Walter e i fotografi ci sediamo a un tavolo. Ecco qui tre ragazze in bikini elettrizzanti. Sfoggiano smaglianti sorrisi intrisi di perigli. Chiedono se offriamo da bere. Ecchecazzo, siamo qui apposta.
Rum da battaglia: 12 euro l’uno. Pensavo 15, forse ci hanno fatto lo sconto perché ci sono Dennis e Walter.
Una mi si siede a cavalcioni. Mi si struscia al bassoventre ridacchiando. Le altre infoiano fotografi e procuratori. Diavolo, è facile avere contatti con le ballerine. Basta pagare.
Quella che ho sul monte di Venere mi chiede se la seguo. Sediamo nei separé e mi separo dal segreto: le sussurro che sono lì per lavorare. Sgrana le orbite e sbuffa. Sgancio 10 euro. Se li infila negli stivali. Smette di lisciarmi. Si scosta ma parla. Molla gli ormeggi. Si chiama Sonia, viene da Alicante ed è imbronciata per via del suo ragazzo.
«A parte quello, va tutto bene?».
«Sì, tutto bene… Insomma, bene: guarda dove sono».
«Guadagni molto più di me».
Sonia fa spallucce. Mi racconta di un bastardo che una volta, in Spagna, l’ha aspettata fuori dal locale. Le ha chiesto di fare sesso. Le ha offerto in cambio soldi. Lei ha detto no. Lui l’ha pestata. «Da allora non vado più a lavorare sola».
Dice di avere un figlio in Spagna. Tra qualche giorno partirà, lo andrà a trovare. Starà con lui un mese. Poi tornerà qui. «Ricomincerò a fare questo lavoro: ho il bambino da mantenere e non ho studiato, che altro posso fare? Però prenderò anche delle lezioni di Flamenco. Mi piacerebbe fare spettacoli di Flamenco».
Già, Flamenco.
Finito il rum se ne va.
*
Una bionda effetto-viagra salta fuori all’improvviso vestita di tutto punto, abito lungo e nero. Va ad un tavolo rotondo. Ci sono seduti sette uomini. Uno ha grosso modo 35 anni. Gli altri sono tutti sopra i 50. Abbondantemente. La biondazza sale in piedi e si appende alla pertica. Porta le gambe sopra la testa. Balla con movenze lente, indolenti. Anestetizzate a quegli sguardi priapici. Si spoglia completamente.
Zoomiamo sulla pupa. Nuda di trinca. Spariamo cazzate. Qualcuno dice: «Bella manza». Ridiamo.
Il baffo, il padrone, neanche guarda. Per lui è mobilia. Walter nemmeno. Pensa alle provvigioni. Dennis manda via una ragazza che si era seduta al nostro tavolo. Porta l’apparecchio ai denti, non gli piace.
Ancora rum.
La ballerina si sfrega su un cliente. Lui beve e allunga una mano dove non deve. Lei gli rifila una sberla e va avanti come niente. Pare un copione di telenovela pornosoft. Lei gli dice: cosa mi faresti, eh? Lui gloglotta qualcosa. Ridono tutti a quel tavolo. Dev’essere stata una battuta. O una porcata.
La fregola si propaga come l’elodea ma l’esibizione elude la mia capacità di assegnarle un senso. È una commedia senza finale. O, meglio, con finale ellittico. Ripenso a ciò che insegna alle sue ragazze Walter, il procuratore: una brava lap dancer la promette ma non la dà. Eloquente: forse qualcuno pensa che magari, dopo, usciranno assieme. Lui e la ballerina. Se ci fosse Stefano farebbe il numero dell’oliva. Mah…
Uno dei fotografi dice che l’avrebbe preso volentieri anche lui, il ceffone.
Ridiamo. Altro che elodea, la fregola contagia come il morbillo.
Il ragazzo dell’ingresso viene al tavolo. Confabula con Walter. Escono.
Il ragazzo torna dentro. Confabula con il capo. Escono.
Dennis esce. I fotografi escono.
Che cazzo, esco anch’io.
La Mercedes di Walter ha i vetri frantumati. Fari. Parabrezza. Finestrini. Tutti sfondati.
Per terra i pezzi di vetro sbriciolati. Per terra due mazze di legno. Due robuste gambe di tavolo. Devono aver agito almeno in tre. Hanno dato una quindicina di mazzate in pochi secondi a dieci metri dall’entrata del locale. Qualcuno dev’essere stato alla porta per controllare che nessuno uscisse. Poi sono filati via in auto. Un altro deve essere rimasto al volante, pronto a fuggire. Un commando, niente dilettanti o ragazzotti vandali. Si diffonde un nauseabondo puzzo di malavita.
Le altre macchine del parcheggio – Mercedes, la Cadillac Limousine, Porsche, Golf, Renault – sono tutte intatte.
«È un avvertimento. Hai combinato qualche cosa? Hai scopato qualche pollastrella sbagliata?» fa uno dei baristi.
«No – dice Walter –. Scopo solo dove sono sicuro». Ride.
Penso: gli hanno appena sfondato i vetri dell’auto e lui fa battute.
Nell’auto a fianco della Mercedes rotta c’è uno che dorme. Dice di non aver visto nulla. Lo torchiano un po’. Allora farfuglia. Ha sentito dei frastuoni. Poi uno gridava: «Via, via». Salivano su una Mercedes nera e fuggivano. «Di là, verso Mantova».
«Quanti erano?» gli chiede uno dei fotografi.
«Tre. O quattro».
«La Mercedes era tipo vecchio o nuovo?».
«Non ho visto».
«Erano italiani o extracomunitari?».
«Non ho visto».
«Perché non hai avvertito subito, appena fuggiti?».
«Ormai era fatta… Avevo sonno».
La figura dell’idiota lo salva da altre domande. Di certo è stato minacciato. Se la fa sotto dalla paura e nessuno se la prende con lui.
Quando arriva il caramba, Walter gli ripropone la storia del non so chi sia, non so come sia, non so chi possa essere…
Il titolare del Lap dance racconta che da quando ha aperto il locale gli hanno bruciato la macchina due volte.
«Perché?».
«Il locale. Qualcuno non voleva che mettessi su il lap dance qui. Tolgo guadagno ad altri».
«Bell’ambientino…». Penso: un po’ di spazzatura gira a queste ore. Almeno quelli che hanno bruciato la macchina al capo. Almeno quelli che hanno fracassato la macchina di Walter.
Prosegue come se non avessi parlato. «Non mi sono mai scoraggiato. Ho indagato da solo. Ho fatto controlli. Li ho pedinati. Quando sono stato sicuro li ho fatti beccare. Sono finiti in galera».
«Chi erano?».
«Extracomunitari».
«D’accordo, ma per conto di chi agivano?».
«Chi lo sa?» taglia corto il baffo.
Un ciccione sui trent’anni chiede di potersene andare a casa. È con quello che dormiva in auto. Guarda i vetri sbriciolati a terra. Dice: «Siamo venuti qui per vedere un po’ di figa. Invece… Cosa mi tocca vedere».
«Di dove sei?».
«Valeggio sul Mincio».
Il carabiniere se ne va.
Due persone vengono a prendere Walter per accompagnarlo a casa. Sono amici suoi. Ci saluta tutti.
Mentre sale in auto dice: «Per fortuna ho fatto anche l’assicurazione contro atti vandalici». Le uniche cose che l’ho sentito dire dopo che ha visto l’auto distrutta, oltre alle cazzate sulle donne che non si è fatto. Sono le sei del mattino.
*
Me ne torno a casa. Ripenso a questa inchiesta. Alle facce incontrate; a frasi fatte, acritiche; ai dati statistici; ai soldi spesi, a quelli che qualcuno guadagna; all´economia che gira; alla politica che arranca, dietro. Credo che ci sia un che di pantagruelico, in tutto ciò. Che queste dinamiche siano figlie naturali di una globalizzazione amebica, dai modelli stereotipi, capace di fagocitare anche la seconda variabile esistenziale dell´uomo – il tempo – dopo che ha già annegato di sé stessa l´altra, lo spazio. Difficile non sentirsi fragili, impotenti di fronte a meccanismi ormai così oliati.
Mentre guido mi risuona in testa quella vecchia canzone dei Police: «Bring on the night, I couldn´t spend another hour of daylight». Portami la notte, non potrei trascorrere un’altra ora alla luce del giorno.
(FINE - Realizzato tra novembre 2002 e gennaio 2003)
Maurilio Barozzi











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