• Maurilio Barozzi

Rybeiro e il suo mondo di avvoltoi - 30/5/2022


Mucche a riposo sulla spiaggia di Goa

C’è qualcosa di penosamente grottesco nella presenza sempre più copiosa dei cinghiali in diverse città italiane. Qualcosa che ha a che fare col lato più degenerato della globalizzazione: l'ammassarsi dei rifiuti. Che, oltre al regredire dell'igiene pubblica, dunque del senso civico, simboleggia il diffondersi della voracità che accomuna gli esseri più abietti.

Spiega bene un breve racconto del peruviano Julio Ribeyro. “Gli avvoltoi senza le piume” narra di un vecchio storpio che voleva vendere il suo maiale e, per guadagnarci di più, cercava di ingrassarlo per bene di sozzura. Così mandava ogni mattina i due nipoti, due fratelli di una decina d’anni, a rovistare nelle immondizie delle abitazioni di Lima.

Al vecchio importava solo di ingrassare il porco e, mano a mano che il verro si faceva più vorace, lui lo assecondava pregustando succulenti guadagni. L'ingordigia di entrambi però cresceva insaziabile e i rifiuti dei bidoni non bastavano più. Il vecchio allora ordinò ai nipoti di andare a dragare la discarica. Loro, i ragazzini, dovevano competere con avvoltoi e ratti, e immergere le mani tra scarpe rotte, lische di pesci, carogne e setacciare a caccia di frutta e verdura marcia e qualsiasi cosa che l'immondo animale potesse ingurgitare. C'era da ingrassare il verro. C'era da far guadagnare il vecchio.

Camminando tra piume, escrementi, materie bruciate che emettevano fumi nauseabondi, uno dei due si tagliò un piede. Che già il giorno successivo si gonfiò di pus come un melone putrido. Il vecchio se ne infischiava dei nipoti: c'era da ingrassare il verro, c'era da guadagnare. Così lo costrinse ugualmente al lavoro ma il ragazzino non riusciva proprio a stare in piedi. Il fratello si offrì di lavorare anche per lui, risparmiandogli le bastonate del vecchio. Sfinito però, si ammalò a sua volta. Solo un cane era di conforto ai due ragazzini distrutti. Ma al vecchio non importava: per saziare la sua avidità diede in pasto al porco pure il cane.

Accecato dal dolore, il ragazzino febbricitante si sforzò di alzarsi dal pagliericcio, andò al porcile e spinse il vecchio nel brago. Sorreggendosi l'uno con l'altro i nipoti lasciarono la stamberga mentre dal porcile arrivavano le grida di una furibonda battaglia in mezzo alla melma fetida.

Julio Ribeyro, “Niente da fare, monsieur Baruch”, Einaudi 1981.

(L'Adige 30/5/2022)



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