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Tutti attori 28/11/1999

Aggiornamento: 14 lug 2023


Mucche a riposo sulla spiaggia di Goa

Tra filodrammatiche e improvvisazioni impazza la moda del teatro.

Da protagonisti si può gettare la maschera

«Va bene, va bene: giuro che ci vengo, a vedere la tua commedia». Non puoi dire di no a tuo cugino o al tuo migliore amico (o al suo migliore amico) quando ti chiedono di andarlo ad applaudire in teatro. Ti senti un po’ come Drugo nel film Il grande Lebowsky: moroso negli affitti, andava a vedere il padrone di casa recitare, giusto per tenerselo buono. E la situazione è capitata a tutti, più o meno, in Vallagarina. Se pensi che su 18 comuni ci sono altrettante (o quasi) filodrammatiche, e che ogni filodrammatica coinvolge una ventina di persone, il conto è presto fatto.

Quando arrivi, ti guardi intorno ed il mondo che ti si spalanca davanti lo puoi descrivere solo con un aggettivo: impensabile. Te ne stai sprofondato sulla poltroncina del teatro - aspettando la parte del tuo osservato speciale (lì devi stare attento perché poi qualche cosa ti chiederà, sicuro) - e all’improvviso sbuca fuori il serissimo commercialista travestito da donna che recita una parte comica. Ma di una comicità casereccia, di quella insomma che mai avresti sospettato da lui. Un minuto dopo ti salta fuori anche il vicino di casa, in calzamaglia nera: non vuoi crederci. «Ma cosa sarà saltato in mente a tutti questi?», ti chiedi. Però ti accorgi che la faccenda non è cosa di un minuto, è stata preparata nei dettagli. E anche se la recita si basa su un equivoco di fondo di contenuto piuttosto immediato - tipo: cosa mai sarà l’usel del marescial -, vedi che la rappresentazione è curata. Che l’impegno c’è. Eccome se c’è.

«Proviamo mediamente tre volte alla settimana per due, tre ore a seduta», mi racconta Alberta Barberi della Filodramatica di Lizzana. Possibile? Tutte queste persone (e quante sono) dopo aver lavorato otto ore in ufficio, in un negozio, in uno studio professionale, in una fabbrica, prendono su e vanno ad esercitarsi per la commedia. E provano decine e decine di volte. Fino a quando la parte non è imparata a memoria, i tempi non sono perfetti, assimilati. Poi c’è il momento della recita.

I filodrammatici girano per teatri e oratori con tutto il loro armamentario nelle macchine (gli organizzati hanno un furgoncino). Arrivano e devono ogni volta montare tutta la scenografia daccapo (e alla fine smontarla). È anche dura fisicamente, senza dubbio.

La sera, abbassate le luci in sala, diventano attori, il centro di gravità per diverse decine di spettatori. Finalmente protagonisti, cercano di catturare l’attenzione, di produrre partecipazione, pathos. Lo scopo è quello di creare un’atmosfera recitando tanto Shakespeare, come Goldoni come le commedie dialettali. «È il mistero della comunicazione: bisogna far circolare l’energia che prescinde dal testo che si interpreta» assicurano gli attori.

Teatranti, insomma. Ma qual è la molla che spinge alla recita? «All’inizio mi sono avvicinata a questo mondo per curiosità – spiega Elisa Da Costa –. Ora, dopo alcune soddisfazioni e il piacere della compagnia, non rinuncerei più al teatro». Per molti è anche un modo di mettersi alla prova; altri hanno iniziato a fare teatro per vincere le timidezze che avevano; altri ancora trovano sul palcoscenico il modo di gettare la maschera che le convenzioni sociali impongono nel quotidiano e - dietro il paravento dei costumi scenici - essere finalmente se stessi. Poter fare la battuta da caserma, giocare con l’equivoco (ma cosa sarà mai ‘sto usel del marescial?), saltellare qua e là come una libellula, in tutù. In genere tutti sono molto soddisfatti della scelta. E affrontano i sacrifici imposti dall’attività con molta passione. Che roba, frammenti purissimi di teatro: è il rovesciamento della prospettiva: sul palco l’attore non si mette la maschera, se la toglie. Pirandelliano.

A pensarci un attimo ti accorgi che il fatto di stare lì a guardare quello spettacolo fa di te non solo uno spettatore, ma una risorsa per le filo: non conta nulla che tu sia il cugino di uno di quelli che recitano: sei lì, tanto basta. Loro possono dimenticarsi tutto ed essere.

Eppure su quello stesso palcoscenico, tra quelli stessi interpreti, qualcuno non ti vede come una risorsa ma come una condanna. Chi crede nel teatro come forma di comunicazione culturale, o come professione, cerca qualcosa di diverso nel pubblico. Non l’amico del fratello, lì solo per farsi due sghignazzate. Che non gliene frega niente se Shakespeare è recitato alla grande oppure sommariamente (probabile che neanche se ne accorga). Per questi attori, l’universo trentino delle filodrammatiche è penalizzante, un limite alla maturazione. «È un ambiente bonsai, che non potrà mai crescere – sono sconsolati alcuni di loro –. Finché in Trentino ci sono così tante compagnie, molte delle quali disposte a recitare gratis pur di avere un palcoscenico a disposizione dove trascinare amici e parenti, non si svilupperà mai un mercato in grado di sostenere gli sforzi di chi chiede qualcosa di più che non il semplice impegno o la buona volontà».

Manco a dirlo, anche qui è una faccenda di soldi. E per riuscire a mantenersi, le compagnie amatoriali – oltre alle sovvenzioni pubbliche o di qualche ente – sono costrette a proporre spettacoli di livello più immediato, leggero. «Con la lettura di Brecht non riusciamo certo a mantenerci – spiegano –. Dobbiamo cercare di alternare cose impegnate con testi più leggeri. I pubblici sono molto diversi: ci sono quelli che “vanno a teatro” e quelli che seguono le filodrammatiche. Sarebbe bello riuscire a riunirli».

Già, sarebbe bello. E comunque gli amanti del palcoscenico aumentano sensibilmente, giorno dopo giorno. Ogni volta che si organizzano – o da parte di qualche Filodrammatica o dal Co.F.As. (Compagnie filodrammatiche associate) – corsi di recitazione, questi sono partecipatissimi. Anche se la maggior parte delle volte, poi, i corsisti non riescono a trovare uno sbocco in qualche compagnia locale. Le Filo sono delle entità un po’ chiuse. I membri stessi spiegano che è difficile per un nuovo entrarci «perché ci sono dei meccanismi molto oliati che diventano difficili da apprendere nel giro di poco tempo». Eppoi, probabilmente, ci sono delle posizioni di rendita – conquistate con anni e anni di prove, lavoro, scenografie montate e smontate, soldi rimessi – che nessuno è disposto a cedere a un novizio. Anche se questo dimostra di essere bravo. È quasi una disgrazia essere bravi. Per quelli non resta che metter su una compagnia. O andare a recitare in giro per l’Italia. Ma allora bisogna essere molto bravi.


Maurilio Barozzi

L’Adige 28 novembre 1999

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