• Maurilio Barozzi

Una «Fiesta» finita male - 31/1/2022

Aggiornamento: 23 feb



Qualche giorno fa, a proposito dello stupro di gruppo accaduto a Capodanno in piazza a Milano, uno psicologo parlava di sublimazione. In sostanza, ipotizzava che i violentatori – inconsciamente - avessero creduto di sopperire alle loro manchevolezze, forse anche alla solitudine, con un'esibizione di potenza durante la festa. Non so se sia andata davvero così, ma non ho potuto che pensare alla più grande sublimazione letteraria che io conosca: quella di Jake Barnes, protagonista del capolavoro di Ernst Hemingway “Fiesta”. Appena pubblicato, nel 1926, il libro divenne un best seller per le descrizioni travolgenti della festa di San Firmino, a Pamplona, delle corride, della pesca sul fiume Irati, delle liti del gruppo di bohémien americani per conquistare la civettuola Brett che invece se ne va con un torero. Ma non era questo a cui mirava Hemingway. Tanto che disse al suo editore: «È strano scrivere un libro tragico come questo e vederlo prendere dalla gente come una superficiale storia di jazz!».

In effetti, quelle pagine resistono imperiture per il senso di sconfitta e di vacuità che lascia addosso. E tutto genera dalla costruzione di un protagonista carico di simbolismi. Jake è nello stesso tempo un uomo brillante, coraggioso, sicuro, forte. Ma è anche un uomo reso impotente da una ferita di guerra. Sotto la patina della fiesta, il romanzo parla dunque della storia triste e senza futuro di Jake che si mostra un duro pur sapendo di non essere un vero uomo (biologicamente parlando). È la convivenza di questa opposizione simbolica – nello stesso tempo è macho e impotente - che porta Jake a non capire più chi è davvero né cosa vuole e nemmeno cosa può desiderare, visto che è innamorato della volubile Brett che però non può conquistare. In tale quadro psicologico, troviamo un uomo sopraffatto dallo smarrimento, che si lascia trascinare dagli eventi.

Semplice e diretta nei dialoghi e nelle situazioni, l'opera è nello stesso tempo capace di affrontare un argomento cruciale, come la caducità della vita umana. Tema che lo stesso Hemingway suggerì con il titolo americano – “Il sole sorgerà ancora” - che proviene da un passo dell'Ecclesiaste (tutto è vanità): la terra resta immutata mentre una generazione passa e un'altra la sopravviene. Poi sarà la morte – di cui Hemingway era ossessionato – a cancellare ogni traccia. Scrisse il critico francese Georg-Albert Astre: «Come fa l'uomo ad andare verso la sua morte senza conoscere, nella vita terrena, un vero inferno, senza comportarsi durante la sua esistenza come un vinto, un umiliato, un fantoccio irrisorio? Alcuni, completamente occupati a stordirsi, sono già dei morti. Questo libro racconta la loro avventura». E, a quanto pare, non solo la loro.

Hernest Hemingway, "Fiesta", Mondadori 1990

(31/1/2022)

Maurilio Barozzi

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