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Uno straniero in Ungheria: Chico Buarque a Budapest 5/2/2024


Mucche a riposo sulla spiaggia di Goa

Budapest è finita da qualche tempo nell’occhio del ciclone. Essenzialmente per il modo in cui gli ungheresi trattano gli stranieri. Già a inizio Duemila il brasiliano Chico Buarque, un cantautore prestato alla letteratura, vi ambientò il romanzo “Budapest” e ne sottolineò i costumi. La vicenda narra di Jose Costa, un ghost writer brasiliano, che deve far scalo aereo a Budapest e rimane incantato dalla sonorità dell’ungherese, «l’unica lingua al mondo che, secondo le malelingue, il diavolo rispetta». Già da quelle pagine emerge come l’Ungheria non sia particolarmente delicata con gli stranieri. Anche se, in realtà, le pagine più esilaranti riguardo all’accoglienza a Budapest non hanno niente a che vedere con gli ungheresi. Costa viene invitato da una coppia – una biondina e un fotografo – a trascorrere con loro la serata. Lo portano in un locale, The Asshole (la cui traduzione lascio volentieri ai poliglotti), e sostanzialmente lo costringono a finanziare la loro serata alcolica. Dunque lo seguono in hotel, gli si infilano in stanza e lo obbligano a una roulette russa che Costa riesce a eludere con una rocambolesca fuga, scoprendo anche che i due erano rumeni.

Oltre alla sgradevolezza della polizia – che a un certo punto invita esplicitamente Costa a lasciare l’Ungheria – è il rapporto con la sua insegnante di lingua e amante Kriska a mostrare le ruvide abitudini magiare. «Fuori dall’Ungheria non c’è vita, dice il proverbio, e, prendendolo alla lettera Kriska non si era mai interessata di chi fossi, cosa facessi, da dove venissi. Una città chiamata Rio de Janeiro, i suoi tunnel, viadotti, baracche di cartone, i volti dei suoi abitanti (...) per lei tutto questo non rappresentava nulla, era materia dei miei sogni». E poi: «Quando mi procurò l’impiego, Kriska disse: è lavoro manuale, per immigrati come te». Non solo: «Mi sistemò in uno sgabuzzino, dove avevo a mia disposizione una branda di tela e una coperta corta, di quelle da aereo. Lì dentro trascorsi non so quanti giorni di convalescenza, perché si trattava di un ambiente chiuso, con una lampadina da duecento watt sempre accesa». Sempre meglio che avere i ceppi ai piedi, ma insomma...

Chico Buarque, “Budapest”, Feltrinelli, 2005.

(L'Adige 5/2/2024)


Maurilio Barozzi LA BIBLIOTECA DI BABELE  L'attualità letta attraverso le pagine dei miei libri preferiti  Ogni lunedì, sulla pagina culturale del Quotidiano l'Adige

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