• Maurilio Barozzi

Addio a Paolo Rossi. Il signor Nessuno diventato icona nazionale - L'Adige 11/12/2020

Aggiornato il: 12 dic 2020




Ieri è toccato a Paolo Rossi lasciarci. Dopo Maradona, se ne va un altro idolo calcistico della mia generazione. Anche nella morte, come in campo, ha scelto la strada dell’improvvisata: nessuno sa dove sia e poi a un certo punto senti irrompere quel nome: Paolo Rossi. Stavolta per dirci che è l’ultima. Ma per tutta la vita è stato così. I difensori, in campo, se lo marcavano con facilità per 89 minuti. Il mingherlino non toccava un pallone, tanto che manco avresti saputo dire se era destro o sinistro. Poi però capitava che il difensore se lo perdesse un istante. Fatale: il pallone era già finito nel sacco e lui, Paolo Rossi, esultava con le sue braccine fragili protese al cielo e il sorriso radioso. Ai piedi le sue Pony, le scarpe con il baffo che tutti noi ragazzini bramavamo, a quei tempi. Perché erano le scarpe di Paolo Rossi.

Fino ad allora, diciamo primi anni Settanta, il nome Paolo Rossi era il nome di un signor Nessuno. Assieme a Mario Bianchi, Paolo Rossi era l’esempio che si usava nelle pubblicità elettorali per le istruzioni di voto. Un nome qualsiasi, comune. Dunque tutti e nessuno. Lui però, quel Paolo Rossi, era il Nessuno che inventò Ulisse. Scaltro, rapido, opportunista. Chi c’è in area? Nessuno. Così spuntava lui, esile e rapace. E un attimo dopo lo speaker annunciava: gol di Paolo Rossi!

Quando il nome Paolo Rossi cominciò a significare qualcosa di ben definito, un giro di scommesse clandestine lo mise fuori gioco per due anni. E lui tornò ad essere il signor Nessuno che solo il Ct della Nazionale Bearzot aspettava per il Mondiale di Spagna del 1982.

Quell’anno, in azzurro, Paolo Rossi cominciò male, anzi malissimo. I giornali criticavano lui – un giocatore finito – e il Ct Bearzot perché non si decideva a toglierlo dal campo. Insomma un Nessuno. Che però, di fronte al grandissimo Brasile, la squadra più forte mai vista in azione – Zico, Socrates, Falcão, Junior, Cerezo, Eder, per dirne alcuni –, si materializzò tre volte nei momenti più strani. Una volta spuntò in mezzo all’area brasiliana, inspiegabilmente solo, e segnò di testa. Poi ricomparve dal nulla in mezzo ad un passaggio difensivo tra i verde oro, ne ghermì il pallone e schizzò avanti per fare il secondo gol. Infine, in mezzo ad una mischia, scaraventò la palla alle spalle del portiere brasiliano per la terza volta. Fu il 3-2 che diede il là alla sua rinascita, alla cavalcata vincente dell’Italia e fece piangere un’intera nazione. Per dire: svariati anni dopo, Paolo Rossi fu in Brasile per una partita tra vecchi campioni. Il tassista, riconosciutolo, fermò l’auto e lo fece scendere, non avendogli ancora perdonato la tripletta spagnola del 1982. Sempre in quel mondiale, durante la semifinale con la Polonia, il telecronista Nando Martellini ci mise un attimo a capire che il primo gol lo aveva segnato lui, in mezzo al grappolo di giocatori. Il secondo invece lo segnò inginocchiandosi a un metro dalla porta per accompagnare in rete il cross di Bruno Conti che aveva scavalcato il portiere. Rossi raccontò che si vide arrivare un pallone con la scritta “basta spingere”. E lui lo fece, spingendo la squadra in finale dove realizzò il primo gol con la Germania sempre sbucando in mezzo a una mischia a pochi metri dal portiere. Il suo marcatore, Karl Heinz Forster, aveva fama di non fare segnare il centravanti che prendeva in consegna da un’eternità. Quel giorno l’eternità si interruppe. E Paolo Rossi divenne Pablito.

Da allora, in ogni luogo del mondo che ho visitato, se qualcuno del posto voleva scambiare due chiacchiere cominciava da lì: «Italiano? Paolo Rossi!». Era il suo modo per imbastire una comunanza. Invece, inconsciamente, seminava elementi di antropologia spiegando un tratto basilare del nostro Paese che in campo Paolo Rossi incarnava a perfezione: nel medesimo tempo, croce e delizia, difetto ma – nelle sue forme più geniali - anche pregio: l’opportunismo.

Maradona aveva il carisma del trascinatore, del condottiero. Se, come Bolivar, sapeva caricarsi sulle spalle un sogno e tutti i compagni di squadra per raggiungerlo, a prescindere da chi fossero questi compagni, Paolo Rossi era il suo contrario. Traccheggiava in mezzo al campo come un signor Nessuno, dissimulava la sua posizione, si acquattava tra le linee, si confondeva nelle mischie. E da lì segnava. Opportunista, certo. Ma quella sua dote dava sostanza a ciò che i compagni, gli altri, avevano abbozzato. A differenza di Maradona, Paolo Rossi aveva bisogno dei suoi compagni, del lavoro degli altri. La sua abilità era quella di finalizzare ciò che i compagni costruivano, ma senza di loro, lui non sarebbe esistito: in un certo senso, lui era gli altri.

La storia di Nessuno finisce qui. Oggi, per le istruzioni elettorali usano Mario Bianchi. Paolo Rossi è – era e rimarrà – solo lui.

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