Caipirinha Mundial #17 - Quando in Brasile si sognava la finale con l'Italia
- Maurilio Barozzi

- 14 giu
- Tempo di lettura: 3 min

Brasile, 2014.
Ai tempi del Mondiale brasiliano, in tutti i bar del Brasile (nella foto siamo a Itapuã) si guardava la Seleção del ct Felipe Scolari. Il debutto fu vittorioso e - forse oltremodo - entusiasmante. Tanto da insabbiare le perplessità che moltissimi avanzavano nei confronti delle scelte del tecnico.
Stanotte, viceversa, nonostante il ct italiano Carlo Ancelotti goda di stima incondizionata, il Brasile ha destato non poche perplessità. Ha subìto molto spesso il gioco più incisivo del Marocco. E non ha perso solo grazie a una fiammata di Vinicius Jr. Tanto che la Folha de São Paulo ha titolato “Vini Jr salvador”, aggiungendo: La Seleção brasiliana è dominata dal Marocco in un primo tempo pessimo salvato solo dalla giocata individuale del campione che è valsa il pareggio; la squadra è migliorata nella ripresa, senza tuttavia riuscire a raddrizzare il debutto in Coppa.
A proposito dell’italiano Ancelotti sulla panchina del Brasile.
Il mondiale brasiliano di 12 anni fa fu l’ultimo giocato dall’Italia. Che - come oggi (il 14 giugno) - debuttò contro l’Inghilterra, a Manaus. L’orario era inaccessibile per quasi tutti i giornali italiani, dunque anch’io seguii la partita alla tv, in un bar di Salvador de Bahia. Solo che ormai mi conoscevano tutti: sapevano che ero italiano e e volevano sedere vicino a me, un po’ per sfottermi se le cose si fossero messe male, un po’ perché erano tutti esaltati da Mario Balotelli. Questa prossimità ci portò a bere qualche drink di troppo. Così, quando i telecronisti presentarono o jogão, il partitone, io chiusi gli occhi e mi abbandonai.
Caipirinha e birra si mischiarono nello stomaco.
Una bomba.
Vidi enormi caimani con la divisa inglese. Avevano le facce rubizze di Rooney e di Gascoigne, quella mezza pelata di Charlton, quella del capellone Kevin Keegan e dello sdentato Stiles. Assaltavano un battello abitato da esseri piccolissimi in maglia azzurra. Riconobbi le faccine di Capello, Bettega e Tardelli. Un grammofono amplificava la voce di Enrico Caruso e solo il comandante dell’imbarcazione aveva le sembianze di essere umano: Klaus Kinski. E lì avrei dovuto capire che qualcosa non funzionava, visto che era notoriamente il più diabolico di tutti.
Gli alligatori inglesi venivano su dalle acque. Gascoigne aveva in mano una bottiglia di Oban e la brandiva come una mazza, Stiles usò un’enorme dentiera per tagliare le cime della nave, Rooney ridacchiava pacifico con una pinta di Guinness, mentre Keegan teneva due dobermann neri alla catena. I cani, correndo sulle acque, lo trascinavano come il motoscafo nello sci nautico. Kinski-Fitzcarraldo comandava i lillipuziani azzurri. Voleva arrivare a Manaus, costruire un teatro in stile belle époque per l’opera. La barca aveva a bordo marmi di Carrara, specchi di Venezia, vetri di Murano: un carico prezioso che i rettili inglesi bramavano. D’improvviso, Gascoigne e Rooney iniziarono a questionare tra di loro per la bottiglia di whisky. I dobermann di Keegan si irritarono e li addentarono alle caviglie, facendo perdere la presa sul cargo degli italiani che…
Riaprii gli occhi.
Nave e caimani non c’erano più.
In campo, dopo che Marchisio e Sturridge avevano portato sull’1-1 il punteggio, fu la cresta mohicana di Balotelli che marchiò a fuoco la partita. L’attaccante azzurro sfruttò il cross di Candreva per ingaggiare un duello in cielo con Cahill, batterlo e segnare il 2-1, il gol della vittoria.
L'Arena Amazônia esplose. Le immagini mostrarono decine e decine di bandiere verde-oro garrire a fianco di quelle tricolore, esaltate da Mario Balotelli. In Brasile andavano matti per quel giocatore che, a tecnica, potenza, freddezza in campo, univa un guascone estro fescennino nel quotidiano. Lo vedevano sui rotocalchi, sempre accompagnato da belle donne. Ne leggevano le fanfaronate, tipo quella di aver esploso colpi di pistola-giocattolo dalla sua auto, in centro a Milano. Ma poi apprezzavano la sua vena da bomber, la sua capacità di trasformarsi in un pezzo di ghiaccio nei momenti cruciali. Durante la partita, assistendo ai suoi numerosi tentativi di perforare la difesa britannica, i cronisti ricordarono come nella sua carriera da professionista Balotelli fosse giunto a segnare 21 rigori di fila. Soltanto qualche mese prima del Mondiale aveva subito l’onta di due parate, ma il suo bilancio restava eccezionale: 22 su 24. Lo accostarono a Ronaldo, Renato, Romario ma anche a Garrincha: nottambuli scavezzacollo, ma campioni in campo. Quello che, nell'immaginario fatalista, si può essere solo grazie alla classe innata, al dono divino. Assi si nasce: perché dannarsi tanto negli allenamenti?
Quella vittoria fece schizzare alle stelle le azioni degli azzurri. Con i brasiliani a sognare una finale Italia-Brasile.
Già, sognare…
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Caipirinha Mundial — Brasile 2014.
L’ultimo Mondiale con l’Italia.
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