Caipirinha Mundial #18 - Lo stadio di Bahia rifatto a nuovo
- Maurilio Barozzi

- 5 giorni fa
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Brasile, 2014.
Lo stadio Fonte Nova, a Salvador de Bahia, sorge proprio in centro città, circondato dalla favela di Brotas, dal Tororò e dal quartiere di Nazaré e, sotto una nuovissima tensostruttura, l'ossatura è leggera, costituita da sottili pilastri, con transetti e navate laterali. Insomma, un tempio. Pronto a ospitare 52 mila fedeli a partita. Era rimasto chiuso dal 2007 ma, dopo i Mondiali, sarebbe tornato ad ospitare anche le partite del Bahia.
In quello stesso stadio, nel novembre del 2007, proprio il Bahia giocava in casa l’ultima partita di campionato contro il Vila Nova. Era la serie C brasiliana e alla squadra di casa bastava il pareggio per essere promossa in B. Così avvenne. Un misero 0-0 assunse le sembianze di maestosa festa e significò la rinascita per la moltitudine che aveva voluto esserci: oltre sessantamila ultrà stipati in ogni settore dello stadio. A loro poi se ne aggiunsero altri, entrati per i bagordi a partita finita. Quando la torcida, la tifoseria, cominciò a saltellare, una parte della tribuna dell’anello superiore si sfondò. Diverse persone caddero nel vuoto, sette morirono e altre 85 rimasero ferite. A quel tempo parlarono di una delle più grandi tragedie accadute in uno stadio brasiliano. E il Fonte Nova rimase chiuso per anni, fino a che la birra Itaipava finanziò la ricostruzione. Pubblicizzò poi l’operazione con lo slogan: “Trenta milioni di brasiliani giocano a calcio”. E duecento milioni bevono birra, si poteva aggiungere per suggellare il connubio.
Durante il Mondiale 2014, le foto degli stadi brasiliani con i loro giochi di luci e ombra fecero il giro del mondo, tanto che quel chiaroscuro divenne iconico. All’interno, poi era tutto uno sventolio di bandiere. C’erano famiglie, bambini, amici, coppie di fidanzati, colori di ogni squadra: olandesi, spagnoli, messicani, tedeschi, svizzeri, francesi e, naturalmente, moltissimi con la divisa verde-oro del Brasile.
L'ultima volta che avevo visto un incontro di calcio a Salvador era il 2009. All’epoca, con il Fonte Nova fuori servizio, i rosso-azzurro-bianchi del Bahia erano stati traslocati nel quartiere di Pituaçu, in uno stadio con meno di trentamila posti. E lì vidi i padroni di casa affrontare l'Atletico Alagoinhas.
A Pituaçu, annunciato dall’odore di fritto, lo stadio rivelava un mondo straordinariamente differente rispetto a quello della Coppa del mondo. Occasionali venditori di hot dog, acarajé, e qualsiasi tipo di pietanza unta, avevano colonizzato i dintorni. Uno proponeva anche pititingas: piccoli pesci marinati e salati, incartati in pagine di giornale. Ben prima che la partita cominciasse, alcune centinaia di persone si preparavano all’evento. Erano la Torcida organizada Bamor, i tifosi del Bahia. Una dozzina di giovanotti si stava schierando su due file coi tamburi a tracolla e le maglie rosso-bianco-blu marchiate dallo sponsor Fiat, che così spiegava anche il proliferare di Palio per le strade di Salvador. Davanti a loro, un piccoletto a petto nudo indossò un accappatoio da pugile con le insegne della squadra. Come fosse un bambino, ma avrà avuto venticinque anni, si fece alzare e si mise a cavalcioni sulle spalle di un suo compare. Cominciò a battere le mani ritmicamente sopra la testa e, di fronte a lui e ai percussionisti che gli facevano da grancassa, tutta la fiumana lo imitò alzando al cielo una ramaglia di braccia multicolori. C'erano bianchi, neri, grassi, magri, tutti intrecciati sotto il garrire rosso-azzurro. Il piccoletto seduto a spalle, un mulatto che doveva essere il capoccia della torcida, intonò «Quem viu jamais esquece» e tutti proseguirono in coro «Se meu bandeirão vermelho azul e branco sobe/ Me fortalece. Bahiaaaa», saltellando alla medesima cadenza. Temetti che, coma al Fonte Nova, sarebbe crollata anche quella pensilina, sotto i balzi di centinaia di bestioni. Fortunatamente, a controbilanciare il peso c’erano diverse ragazze. E il cemento resistette alle scosse. «Bahia minha vida; Bahia meu mundo, Bahia meu amor…» I canti proseguirono per un’ora, senza alcuna interruzione. Poi, poco prima dell'inizio della partita, la torcida si riversò sulle gradinate dell’unica curva dello stadio e issò un enorme striscione con la scritta TERROR. A quel punto i riff divennero offensivi e minacciosi. Ostentavano la forza del gruppo e esortavano gli avversari alla rissa in strada. «Eu sou è da Bamor, o terror do lado A/ Ja surgiu o bonde da Bamor, aterrorizando o Brasil.» E poi giù un elenco di stadi brasiliani dove i tifosi del Bahia avrebbero fatto sfracelli. Mi chiedevo a chi fossero rivolte quelle intimidazioni. Alagoinhas, la cittadina da dove proveniva l'Atletico, è nell'entroterra baiano, a un paio d'ore scarse d'auto da Salvador. Ma quel giorno, a Pituaçu, di tifosi se n'erano visti ben pochi. E fecero bene a risparmiarsi la trasferta e gli insulti: la partita terminò con un penoso 6-0 per il Bahia.
Per concludere, il corifeo in accappatoio, intonò «… Tua torcida te apoia e não para de cantar. Lalalalalal sou tricolor…» e tutti ricominciarono a saltellare. Zompando compatti per fila, alternativamente a destra e sinistra, suscitavano l’effetto ottico di un maremoto ma causarono un sisma reale. Anche in quel caso la muratura resistette al peso e io pensai di aver assistito a un miracolo. Tanto che, finita la partita, decisi di festeggiare la mia sopravvivenza con un pollo ruspante e birra ghiacciata.
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Caipirinha Mundial — Brasile 2014.
L’ultimo Mondiale con l’Italia.
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