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Foa: Quei chiaroscuri del Novecento 14/8/1996

Aggiornamento: 16 ago


Mucche a riposo sulla spiaggia di Goa

Il libro di Vittorio Foa per rileggere un secolo inquieto E’ possibile ripensare al Novecento trovando una chiave di lettura che sia in grado di spiegare tutti i fenomeni che si sono susseguiti, in maniera frenetica, nel corso di quest’ultimo secolo? Esiste una legge, storiografica, che ha guidato la mano del destino lungo un periodo tormentato, che ha visto concatenarsi guerre, grandi conquiste umane, battaglie sociali, acquisizione di diritti e momenti in cui gli stessi sono stati tragicamente calpestati? Ci sono stati degli episodi che, più di altri, hanno segnato la nostra esistenza e il nostro pensiero? Se da una parte sembra difficile dare una risposta a questi interrogativi, gli eventi recenti ci inducono comunque a tenerli sempre presenti. Solo due esempi, attualissimi. La recente “non punibilità” dell’ex capitano delle SS, Eric Priebke – definito il boia delle Fosse Ardeatine, e giudicato colpevole dell’eccidio –, ci costringe a rileggere un po’ tutte le interpretazioni classiche che possedevamo sulla seconda guerra mondiale, sul nazismo e, di conseguenza anche sul fascismo. Dunque a ripensare a posteriori a quegli eventi, assegnando loro un significato: alla resistenza, ad un’azione di guerra, alla rappresaglia, ai civili trucidati: ai valori fondanti della nostra nazione. Ancora: la vicenda che vede coinvolti Chicca Roveri, Francesco Cardella e Giuseppe Cammisa nell’omicidio di Mauro Rostagno, tornata oggi alle cronache, come è stato sottolineato da più parti, portano alla ribalta la storia degli anni ‘70, la vicenda di Lotta continua, i movimenti studenteschi: che segno hanno lasciato sui nostri padri, su di noi? Che segno lasceranno sui nostri figli? Forse questa storia – come dimostrano le difficoltà che trova chi vuole discutere di quei giorni – è ancora troppo vicina. Non ci consente di ragionare “a bocce ferme”. Tuttavia vale la pena di tentare perché ripensare a queste esperienze, alla storia, significa interrogarsi su ciò che sarebbe anche potuto essere, ma non è stato. E’ necessario riflettere su un quadro d’insieme di quella che è stata la nostra storia, sulle tappe che hanno portato l’Italia ad essere quella che oggi conosciamo. Tentando di dare un’interpretazione logica dei fatti, riconoscendoli non tanto come accadimenti casuali ma come figli di una concatenazione di prodromi e conseguenze che individuino responsabilità: meriti e colpe. Insomma “un senso”. «Questo Novecento», l’ultimo libro di Vittorio Foa (Einaudi, Pp. 391) rappresenta l’eccezionale sforzo di andare in questa direzione: di dare un senso a questo secolo, pieno di contraddizioni, carico di grandi mutamenti e tuttavia – paradossalmente – caratterizzato da periodi di forte resistenza all’innovazione, di immobilismo. Il senso che Foa assegna ad ogni singolo avvenimento nel panorama storico è necessariamente soggettivo: Foa porta con sé il suo percorso, la sua esperienza, i suoi lunghi anni di carcere durante il periodo fascista, la sua militanza nel partito d’azione. Ma tale soggettività non disturba mai, è piacevolmente palpabile in ogni riga delle quasi 400 pagine che compongono lo scritto. «Mi è stato chiesto un augurio, anche solo un consiglio – conclude Foa –. Lo do: è di stare svegli, non abbandonarsi ai sogni. So il valore del mito, so come riesce a dare luce alla vita, anche a farcela capire. Ma non devo accettarlo come autorità che trascende la mia scelta. Può accompagnare la vita, non deve determinarla. Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile». Queste righe sono la testimonianza più limpida della centralità che Foa assegna all’etica della responsabilità. E dunque, secondo l’insegnamento di Kant, alla possibilità della scelta. Anche di scegliere se essere o meno d’accordo con la visione che l’autore di «Questo Novecento» propone della storia: dopo aver descritto un secolo di storia, Foa fornisce una chiave di lettura squisitamente weberiana, che soppianta gli schemi storicisti di Hegel (e in un certo senso anche di Marx): la storia non può essere letta come un processo razionale necessario, come un a-priori. Al contrario essa significa possibilità di infiniti significati dell’agire umano in virtù della decisione di ciascun uomo. Dunque in questa chiave di lettura vi è la consapevolezza dell’autore di non offrire la visione della storia, bensì una delle sue possibili interpretazioni. Il metodo utilizzato da Foa in «Questo Novecento» è proprio quello suggerito da Max Weber: vi si distinguono chiaramente una causalità storica (chiaramente evidenziata da una succinta ma efficace ricostruzione degli avvenimenti, con date e luoghi – asettica) e una causalità sociologica, che cerca di stabilire delle relazioni – causali appunto – tra una serie di eventi, apparentemente slegati: naturalmente soggettive. Chi cerca la visione vada al cinematografo, scriveva Max Weber. E Vittorio Foa lo segue alla lettera: in tutte le sue pagine si pone di fronte al lettore come l’anziano delle tribù indiane: trasmette la sua esperienza, le sensazioni che ha provato durante un avvenimento, i suoi giudizi – certo anche quelli –, ma l’unico consiglio è proprio quello di scegliere sempre in estrema autonomia: solo così diverremo soggetti etici. Personalmente, anche nei passi che mi trovano in forte disaccordo con le tesi dell’autore (ad esempio quella che riconduce la pratica spartitoria e clientelare dei partiti all’esperienza del compromesso storico, che avrebbe ammesso anche il partito comunista alla lottizzazione, «togliendo a questo istituto il carattere dell’anormalità»), non mi sento mai irritato. Riga per riga mi sento padrone di accogliere o respingere una visione mai assoluta. Per quanto concerne i contenuti, il nazionalismo e il fascismo inteso come annientamento delle ragioni dell’avversario sono i due atteggiamenti che secondo Foa hanno pesato più negativamente sulla storia del nostro secolo; mentre la capacità di gestire il conflitto (non a caso Foa proviene dal mondo sindacale) è considerata – mutuando il linguaggio da Ralf Dahrendorf – come la qualità a cui deve tendere una società matura. Parlando della Costituente, Vittorio Foa ricorda come proprio la possibilità di vivere il conflitto in maniera positiva fosse stato lo spirito di fondo della nascita della Repubblica: «Come vivere il conflitto – scrive Foa –, questo era il punto chiave della mente costituente. [..] Convivere non vuol dire negare il conflitto, vuol dire saperlo vivere. E dare stabilità alle regole senza però chiuderle di fronte alla storia del futuro. Per salvare il futuro si doveva proclamare che il conflitto, ideale o materiale, era legittimo, era un diritto». E’ possibile, si chiede in chiusura Vittorio Foa, dare una visione d’insieme di questi cento anni? Chiavi di lettura ce ne sono diverse: il Novecento può essere interpretato come pervaso da un’ininterrotta violenza distruttiva, sostenuta dall’idea della forza come valore; ma ci sono stai lunghi periodi di pace, e allora? Si può analizzare il secolo rappresentandolo come il conflitto ideale fra grandi principi: la democrazia e il totalitarismo; ma si rischia di essere fagocitati da una pigrizia che rinuncia a pensare o da una nostalgia che fa sembrare più belli i tempi passati (che ricordano all’autore la sua giovinezza) oppure induce al revisionismo che cerca di giustificare anche gli scempi più atroci, come il nazismo di Hitler. Oppure un tentativo di sintesi può essere tentato riferendosi al conflitto tra capitalismo e socialismo; ma anche così si rischiano i toni trionfalistici di chi ha vinto oppure “da rivincita” di chi è stato sconfitto dalla storia: rinunciando ancora ad un’analisi distesa dei fatti. Rimane l’ultima chiave di lettura, quella che Foa riteneva essere la più verosimile: «quella che trova nel lavoro il connotato dominante, quindi in qualche modo il significato del secolo». Ma anche questa ipotesi pare aver perso la sua capacità di spiegare i fenomeni di questo Novecento: «Quando mi chiedono – conclude Foa – se oggi questo presunto carattere del secolo è ancora valido, io rispondo: non lo so. Mi dispiace di non aver più la forza per tentare una risposta Io sono in tutto un uomo del Novecento, nella sua vicenda fattuale e anche nelle sue categorie analitiche e interpretative. Il nuovo secolo non avrà solo nuove vicende ma anche nuove categorie per capirle. A ognuno il suo tempo». Maurilio Barozzi L’Adige 14 agosto 1996











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