• Maurilio Barozzi

Gilberto Gil, saudade da Bahia


Gilberto Gil durante le prove del concerto col violoncellista Jaques Morelenbaum e il chitarrista Bem Gil

ROVERETO (Trento) - Le corde che tocca Gilberto Gil sono quelle della sua chitarra, ma anche quelle della nostra anima, anima di spettatori emozionati. Fa questo nel concerto che, dopo il Brasile e gli Stati Uniti, sta attraversando l'Italia, l'Europa e l'Asia. «Uno show per le corde della mia gola della mia chitarra e per quelle dei miei accompagnatori: il violoncellista Jaques Morelenbaum e il chitarrista Bem Gil, mio figlio», spiega Gilberto Gil in italiano. Ma, forse volutamente, dimentica le nostre corde. Quelle che stimola con la sua voce. Quando canta "Nao tenho medo de morrer" (Non ho paura di morire) solo aiutandosi con il dito che batte la cassa acustica della chitarra, quel suono è drammatico, da pelle d'oca. Invece all'intonare il suo classico "Expresso 2222" tutti i brasiliani che sono al concerto cantano con lui, contagiando l'ambiente.

Proprio a partire da quella canzone, presentata in Brasile nei primi anni Settanta al ritorno dall'esilio di Londra, gli chiediamo se oggi, in un mondo globalizzato, abbia ancora senso parlare di Tropicalismo, di incontro/scontro tra culture e musica diverse che si traduce in un momento produttivo. «Il Tropicalismo come movimento ha fatto il suo tempo – racconta con voce pacata, lenta, ieratica –. Ha avuto senso soprattutto in ragione della situazione e della condizione del Brasile in quel periodo. Il periodo del regime autoritario militare. Il Tropicalismo aveva stabilito un aggiornamento, una rivisitazione della vita culturale brasiliana in relazione al panorama culturale internazionale. In tal modo aveva anche generato una visione critica del potere politico. In questo senso la sua funzione è finita. Però, se lo intendiamo in maniera più ampia e cioè come una forma propria di cultura, di modo di vedere le cose, allora in questo senso il Tropicalismo esisterà sempre nell'opera e nell'animo di ogni artista brasiliano perché è in grado di rinnovarsi, di cambiare forma da persona a persona, tenendosi sempre ancorato alle tradizioni e all'essenza della nostra cultura».


Il concerto va, con la soavità tipica della bossanova. Chiudi gli occhi, Gilberto ti rapisce. Ti seduce con una samba che d'improvviso stramba sulle note rock di "Chiclete com banana". Ti ipnotizza con il fascino rabbioso di "Panis et circenses", una delle canzoni che gli è costata l'esilio. Ti scioglie con la tenerezza dell'amore per la moglie cui dedica "Quatro coisas" (Quattro cose). E poi ti evoca l'Africa con "Tenho sede" (Ho sete). A proposito di Africa, cosa pensa Gilberto Gil delle "primavere arabe", le sommosse popolari per la democrazia in Tunisia, Egitto, Libia? Lui sistema le maniche della sua camicia bianca, simbolo di pace. «Da una parte ci sono le esigenze di un popolo che chiede libertà, e ha trovato la forza di farlo a grande voce in una situazione dittatoriale. Dall'altra ci sono le ingerenze degli stati che si candidano ad aiutare la popolazione civile. Peccato però che prima quegli stessi stati avevano contribuito a mantenere in auge proprio i dittatori che ora fuggono dai loro paesi. E' una situazione davvero molto complicata da spiegare. Ma ancora di più da risolvere».

E allora via, quasi a voler tracciare una rotta verso casa, con "Saudade da Bahia" (Nostalgia di Bahia) che ricorda come il vero povero sia «chi crede nella gloria e nel denaro per essere felice».

Parola di Dorival Caymmi.


(Tu Style, 14 aprile 2011)

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