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Guimarães Rosa, la poesia del sertão 16/10/2023

Aggiornamento: 19 ott 2023


Mucche a riposo sulla spiaggia di Goa

«Dico e ridico, Diadorim: sto con te, d'accordo, in tutto e per tutto, e con la memoria di tuo padre!... Ma fu quello che non dissi. Perché mai? Noi creature siamo no e sì, corda di tre capi, di tre intrecci». Intrecci che João Guimarães Rosa governa con mirabile originalità nel monumentale “Grande sertão: veredas” (1956). Una storia di amore impossibile, di battaglie sanguinose, di patti diabolici e, alla fine, di pacificazione interiore. Un libro lungo, particolare (non ha neppure un capitolo, né un salto di riga: cinquecento pagine tutte d’un fiato) che immerge nel sertão brasiliano, territorio arido tra Minas Gerais, Goiás e Bahia, lontano dalle grandi città. Siamo all’incirca nel 1930, nel periodo dei latifondisti (coroneis).

Tra spazi immensi e i fiumi São Francisco e Urucuia, il racconto è l’errabondo flusso di coscienza di Riobaldo, che d’un tratto s’interrompe per riportare il protagonista ai suoi 14 anni, al suo primo incontro con il bambino Diadorim. Adulto, Riobaldo sarà abile pistolero, jagunço (bravaccio) e dunque al seguito di una banda. Da quel momento sempre vicino a Diadorim con lo scopo di vendicare la morte di suo padre. E Diadorim è per lui esempio, amico, desiderio, aiuto, amore... Soprattutto amore. Che unisce, anima, irrora la vita.

Però nel sertão – terra «dove comanda chi è forte» - l’amore tra due uomini, tra due jagunços, non è una possibilità. Riobaldo traccheggia: non ha il coraggio di affrontare lo stereotipo del tempo nel cuore profondo del Brasile. Là dove per assumere il comando serve un patto col diavolo. Il racconto di Riobaldo ripercorre e alimenta il dubbio lungo tutto l’arco della vita – ragazzino, professore, jagunço, capo banda e dunque anziano fazendeiro –: esiste il demonio? Siamo noi il demonio, si risponde alfine Riobaldo. E alla sua vecchiaia resta solo la consolazione di una pace fasulla, inerme. Con la nostalgia della giovinezza e il blando disappunto di non aver avuto l’ardore di manifestare il suo autentico amore. Solo perché «noi creature siamo no e sì, corda di tre capi, di tre intrecci». Solo perché quell’amore sembrava inopportuno.

João Guimarães Rosa, “Grande sertão”, Feltrinelli, 1970.

(L'Adige 16/10/2023)


Maurilio Barozzi LA BIBLIOTECA DI BABELE  L'attualità letta attraverso le pagine dei miei libri preferiti  Ogni lunedì, sulla pagina culturale del Quotidiano l'Adige

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