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Haider e la sua idea di Europa 25/07/2000

Aggiornamento: 14 lug 2023


Mucche a riposo sulla spiaggia di Goa

Nella retorica di Haider, l’accento della questione europeista è spostato completamente – anziché sull’apertura a nuovi stati – su un concetto suggestivo proprio perché immaginario: l’Europa delle regioni. Ma il ragionamento del leader carinziano si è raffinato col tempo, diventando sofisticato nella sua disarmante semplicità. Secondo il suo attuale pensiero, per disegnare la nuova geografia europea, fatta di regioni, macroregioni o euroregioni, bisogna ricercare una medesima «identità culturale». Uno stile di vita, un modo di concepire la quotidianità sono la base per la nascita di nuove patrie: concetti che nella loro genericità hanno un merito: by-passano quelli che erano stati considerati i veri limiti della proposta Euregio Tirolo. La maggior parte dei timori dell’ipotesi tirolese provenivano infatti dal desiderio di creare una piccola enclave omogenea nei suoi caratteri ascrittivi e da una storia comune. Come si ricorderà, nella versione più radicale del progetto, proprio quella portata avanti fino a qualche tempo fa dei Freiheitlichen, dell’Union für Südtirol, dell’anima dura della Südtiroler Volkspartei (Svp), per definire i tratti comuni sarebbe necessaria anche la stessa lingua: è noto che una certa idea di Euregio Tirolo (l’architettura etimologica che offre il δομος alla proposta geopolitica) prevederebbe l’inclusione solamente dell’Alto Adige/Sudtirolo con il Trentino – reo di poterne annacquare la purezza linguistica – fuori. In questa concezione, e Haider lo ha capito, l’Europa delle regioni (o dei popoli, o delle piccole patrie, così come viene definita dai propugnatori di tale disegno) altro non sarebbe che un’Europa predemocratica, che torna allo stato ferino, secondo il concetto individuato da Karl Popper ne «La società aperta e i suoi nemici», uno stato primordiale che cancella tutta la tradizione del pensiero democratico e liberale: sarebbe folle dimenticare che solo la nascita del moderno Stato nazionale ha portato – pur non cancellando le guerre – i diritti di cittadinanza e li ha estesi a gruppi di individui che non possedevano i tratti ascrittivi della maggioranza degli abitanti. Perciò Haider, un politico decisamente scaltro, nelle sue recenti dichiarazioni sorvola su quelle caratteristiche, dicendo testualmente che «non è importante che si parli la stessa lingua», soffermandosi su un generico, ancorché forse meno preoccupante, più manipolabile e adattabile alle diverse esigenze, «stile di vita». In questo quadro, con vero e proprio coup de théâtre, propone oggi un’Euregio tra Carinzia Veneto e Friuli Venezia Giulia. E ciò dopo aver passato anni a lavorare per riaffermare «l’appartenenza dell’Austria alla Kulturnation tedesca» (cfr. Piero Ignazi, «L’estrema destra in Europa»). Dietro la facciata culturale, l’Europa delle regioni sottende il desiderio di formare dei piccoli compartimenti stagni. Essi dovrebbero migliorare l’efficacia del governo sul territorio e nel contempo limitare i costi sociali della solidarietà, estendendone i vantaggi al minor numero possibile di beneficiari. Haider dice di non volerne sapere – abilmente oggi parla di un’Europa delle Regioni non come una sequenza di secessioni, ma come un ritrovarsi di identità (però non si capisce bene chi sarebbe il soggetto che intraprende questi “incontri”) –, eppure la parola magica che sta alla base di tale approccio è autodeterminazione. Cioè il lemma – proposto all’attenzione pubblica all’inizio del secolo, a longitudini diverse, da Lenin e Wilson – secondo il quale ogni popolo avrebbe diritto di rivendicare la sovranità su di un determinato territorio. La stessa Carta delle Nazioni Unite ha ripreso l’idea di auto-decisione inserendola al punto 2 del primo articolo. Il problema nasce dal fatto che la definizione di «popolo» non è oggettiva: i popoli costituiscono delle realtà soggettive e storicamente contingenti. Di questo Haider è consapevole e ne approfitta, usando matita e righello in maniera assolutamente arbitraria per tracciare nuove entità euroregionali. Tralascia così quel richiamo alle radici e alla lingua comune, immediatamente individuabili e forieri di scenari bellicosi. Sempre Karl Popper scrisse infatti che «l’assoluta assurdità del principio di autodeterminazione nazionale deve essere palese a chiunque si sforzi anche solo per un momento di criticarlo. Tale principio equivale alla esigenza che ogni Stato sia uno Stato nazionale, che sia limitato da un confine naturale, e che questo coincida con la naturale dimora di un gruppo etnico; sicché dovrebbe essere il gruppo etnico, la “nazione”, a determinare e a proteggere i confini naturali dello Stato. Ma degli Stati nazionali di questo genere non esistono» (In «Congetture e Confutazioni», Il Mulino, p. 632). L’astuzia delle recenti dichiarazioni di Haider, sta proprio nella genericità di una tesi che ora elude ogni esplicito richiamo alle origini etniche e linguistiche (cambiando la rotta da quel pangermanesimo che ne aveva caratterizzato i primi anni di attività), basandosi viceversa su non meglio definite identità culturali. Comunque : nell’ipotesi regionalista alcune tracce di realismo ci sono, e ciò chiarisce come mai tale ragionamento trovi adepti in molti settori e in diverse forze politiche. Le ipotesi di collaborazione che possono nascere (e svilupparsi efficacemente) tra gente di frontiera, che tuttavia abita in stati diversi o in regioni diverse, sono ottimi presupposti operativi e di discussione. E infatti anche l’Unione europea offre spazi e risorse a tali iniziative. Il problema sta nell’idea di chi vuol tracciare nuovi confini che, per definizione, più sono piccoli e più escludono. Ricordava il professor Gianni Bonvicini nel 1998, la positività delle collaborazioni euroregionali, purché siano un momento di incontro con «bassi livelli di istituzionalizzazione». Non perdendo di vista, come diceva l’editoriale di «Limes. Rivista italiana di geopolitica» nel suo quarto numero del 1993 (intitolato significativamente L’Europa senza l’Europa), che «il rischio di fondo dei progetti regionalisti è il dérapage geopolitico: il sovvertimento, spesso involontario, dei cardini attorno ai quali si è finora organizzata la nostra vita istituzionale. La democrazia ha un suo spazio geopolitico, lo Stato nazionale eterogeneo. Sarebbe azzardato trascurarlo». Maurilio Barozzi (L’Adige e Il Mattino, 25 luglio 2000)

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