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Il calcio alla PayTv 01/12/1999

Aggiornamento: 14 lug 2023


Mucche a riposo sulla spiaggia di Goa

Al calcio d’inizio, è silenzio. Magari prima no.

Magari fino a qualche minuto fa - mentre il telecronista leggeva le formazioni - c’era cagnara, gente che chiamava birre, panini, le patatine per el bocia.

Ma al fischio d’inizio: stop. Adesso al bar si guarda la tele. E muti.

I commenti sono a bassa voce, specie quelli più tecnici (ciò non vale per i due o tre clienti autorizzati). Poche deroghe all’imprecazione estemporanea (meglio se contro l’arbitro), per il resto non si deve disturbare. Come quando alla fine degli anni Cinquanta, nei locali si andava a guardare il Mike nazionale presentare Lascia o raddoppia. O a vedere il Giro. Meglio che allo stadio, dove uno canta, uno si alza, uno apre l’ombrello. Al bar no. Tutti seduti e buoni.

Oggi - come allora - negli ambienti per vedere il calcio della massima serie ci vanno in tanti. Di ogni età e di qualsiasi estrazione sociale: ci puoi trovare l’anziano pensionato come i manager rampanti, il politico in relax, l’impiegata o la studentessa. Da quest’anno la novità delle televisioni a pagamento, che programmano in diretta le partite del campionato di serie A, offre nuovi spunti di contatto. E - grazie all’italica passione - gli esercizi della Vallagarina traboccano.

Diversi esercenti hanno fatto l’abbonamento - pagando belle lirette (per i locali pubblici l’abbonamento Gold di D-più, per fare un esempio, costa otto milioni di lire all’anno) - e hanno acquistato un maxischermo. Ora la domenica hanno il pienone.

Meglio il bar dello stadio

Tra bar, pizzerie, oratori e fan club, le occasioni per gli amanti del pallone di vedere in diretta l’incontro della squadra del cuore non mancano. Senza andare allo stadio. Che, se per le grosse città può sembrare un problema di poco conto, per chi abita in Vallagarina la faccenda non è trascurabile: lo stadio più vicino è quello di Verona (saltuariamente in serie A). Già arrivare fino a Milano comporta chilometri e chilometri da percorrere, ore di viaggio, soldi spesi, prendere freddo, rischiare di essere coinvolti in una discussione degenerata in rissa e via dicendo. Al bar (o in quegli altri locali) tutto ciò è attutito. Le distanze: si va sotto casa (ormai quasi tutti i paesi del comprensorio hanno almeno un locale abbonato). I costi: fatta eccezione per la consumazione obbligatoria e per un piccolo obolo richiesto da taluni baristi all’ingresso, le cifre non sono proibitive. L’obolo - detto anche biglietto-partita - generalmente si aggira attorno alle cinquemila lire (spesso scontrinato); e poi le bevute, ognuno secondo coscienza (e sete).

Le discussioni: quelle ci sono, certo. Epperò sono con gente che conosci da sempre. Al massimo si arriva al gesto dell’ombrello (comunque a quello di solito si arriva), niente di più. Insomma: il luogo ideale per portarci il ragazzino (dopo averlo un po’ preparato al turpiloquio). E alle sei e mezza di sera - partita finita, discussioni sospese (riprenderanno al lunedì, dopo aver visto la moviola alla Domenica sportiva) - sei a casa: pronto per vederti i gol a Novantesimo minuto.

Il sacro rito della partita

Durante, è uno spasso. Allora: capiti lì e serve il piccone per farti largo nella muraglia umana che si frappone tra l’ingresso e lo schermo. Ma vai avanti e, con la scusa che avevi telefonato e prenotato il posto (i più astuti lo fanno), ti lasciano passare avanti (sono generalmente buoni diavoli, nei bar. Se ti provi allo stadio: stai fresco). Transiti alla cassa, versi l’offerta (in molti esercizi obbligatoria), ordini, quindi ti siedi. Appena arrivato (manca certo ancora qualche bel minuto al calcio d’avvio, sennò il posto te lo scordi - telefonata o no), se non sei un habitué ti guardi un po’ attorno per cercare i volti noti dei locali pubblici lagarini. Lanci l’amo: un commento sulle formazioni, stato di salute delle squadre, calore del pubblico (allo stadio). Qualcuno che abbocca - per educazione o sfinimento - c’è sempre: ecco la risposta. È il via libera che ti consente di chiacchierare, ammazzando il tempo fino all’inizio della partita. Poi basta: al fischio di partenza parla il rettangolo erboso.

Il locale cala in un silenzio irreale. Rotto solo dall’immancabile consiglio - in genere ogni bar ha i suoi addetti deputati a questo ruolo (che non urlano mai) - rivolto ai protagonisti del match, come se potessero udirli. «Pasela a destra», si esorta il momentaneo possessore di palla. Oppure, più tattico, all’allenatore: «Tira fora el Ronaldo, che ormai l’è coto». Ed a quel punto - tra i tecnici da bar (che qualcuno ha ribattezzato tennici) - esplode il contenzioso.

«Va la el Ronaldo, zucòm. El deve tirar fora el Zamorano». E via di questo passo, con le azioni salienti interrotte (legittimamente) solo dal classicissimo ‘na bira! urlato a squarciagola, girando la testa verso il bancone il minimo indispensabile per essere sentiti dal barista e nel contempo continuare a vedere la tivù.

L’apoteosi, manco a dirlo, si raggiunge nel momento in cui la palla va in rete. Urla disperate. Scene di delirio. Abbracci tra tifosi della stessa squadra e atti di scherno rivolti al sostenitore del club avversario (quando c’è). Che a sua volta invoca al fuorigioco, al fallo dell’attaccante, all’errore arbitrale. Perché quel gol mai avrebbe voluto vederlo. Il tutto in un rispettabile bar che per alcuni minuti si trasforma in una baraonda. Poi ritorna la calma. Fino alla prossima segnatura.

O al triplice fischio del direttore di gara. A quel punto la discussione si apre, libera.

L’uscita è ordinata: passaggio obbligato alla cassa, autocertificazione di quello che si è consumato, conto (alla fine, puoi giurarci, qualche bevuta resta fuori, ma il titolare chiude un occhio, già gongolante per il pingue incasso). Se ne riparlerà domani.

Juve, Milan, Inter: ecco le roccaforti

Da locale a locale, comunque, lo scenario cambia. Per esempio gli iuventini veraci a vedere le partite - per essere sicuri di non aver guastafeste tra i piedi, di poter insultare l’arbitro all’unisono, di maledire la simulazione o il brutto fallo di un avversario - vanno a Calliano, al bar Sport. Sembra di essere alla curva Filadelfia del vecchio Comunale. Mancano solo le sciarpe (del resto ci sono mille gradi di calore umano) e gli striscioni. I tifosi sono tutti doc: da quando a Folgaria nessuno ha più la pay tv si calano addirittura da là. Anche ad Avio (sempre bar Sport; regolare, no?) c’è un buon covo di iuventini. Che si devono dividere equamente la scena con i milanisti (due apparecchi: in una stanza si guardano i bianconeri, nell’altra i diavoli). I supporter del Milan trovano però il loro principale punto di riferimento all Oratorio S. Rocco di Rovereto, in città. Roccaforti ne hanno naturalmente pure gli interisti: quest’anno dovevano fare un sol boccone del campionato (dunque una valanga di bar hanno comprato l’abbonamento ai nerazzurri, e oggi si stanno pentendo).

A Marco di Rovereto il bar Crom ne raccoglie una buona quantità, provenienti da tutta la Vallagarina. Ma tanti avviano la macchina e vanno a Mori, da Flora. Ed è strano perché Flora è della iuve sfegatata. Per cui lo sfottò è sempre dietro l’angolo.

Visione a invito nelle case private

É logico: il richiamo dell’ars pedatoria si è espanso alle case private dei tifosi benestanti che hanno fatto loro stessi l’abbonamento. Lì la visione collettiva - rigorosamente su invito - è preceduta dal pellegrinaggio dei re magi (gli ospitati) che portano bottiglie e cibarie varie al Salvatore (l’ospitante).

Quindi la partita, all’insegna della gozzoviglia.

Dopo l’incontro, va in scena la colletta: il padrone di casa (ricco o non ricco) presenta il conto dell’affitto del match (25 mila) e gli altri calcolano quanto vien fuori a testa (escludendo il solito che «ho scordato il portafogli»). Si paga e via di corsa, a raccontare tutto agli amici che non erano venuti: «Si, si: una bella partita; tuttavia la migliore è stata dopo: noi gli abbiamo portato da mangiare e bere. Lui non ha neanche aperto tutte le bottiglie e poi ci ha fatto pagare il biglietto». Una tragedia, si direbbe. Sta di fatto che alla festa successiva, la scena si ripete uguale.

Uguale.

Maurilio Barozzi

L’Adige 1 dicembre 1999

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