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In Trentino serve una sorta di assessore agli esteri 16/12/1998

Aggiornamento: 14 lug 2023


Mucche a riposo sulla spiaggia di Goa

Ammaliati da poltrone clientelari, irretiti nella logica dell’immagine quotidianamente proiettata dal circuito mediatico, infangati nei vecchi schemi della politica, i nuovi consiglieri trentini considerano la «delega agli Esteri» (o «all’Europa unita») alla stregua della peste. O tutt’al più la valutano «un ripiego». È un segnale negativo. Legato alla concezione italiota di quel dicastero come rifugio peccatorum per chi – in diversi ruoli di governo – potrebbe sovrapporsi alle altrui competenze, provocando scontri dentro le coalizioni che reggono l’esecutivo.

Che questa idea sia presente in Trentino ancora oggi, nell’era di internet, quando anche i bambini parlano di globalizzazione, dopo che la vecchia giunta provinciale ha sostenuto una battaglia senza precedenti per ottenere l’apertura di un proprio ufficio di rappresentanza a Bruxelles, avendo in tutti i modi cercato di far digerire ai trentini l’idea dell’Euregio Tirolese e della «cooperazione trasfrontaliera», risulta semplicemente un controsenso. Anziché proporre la delega agli Esteri a chi non si sa che altro dare, non sarebbe opportuno che il presidente in pectore Lorenzo Dellai pensasse di affidare questo ruolo – appositamente partorito in occasione della sua prima esperienza provinciale – a un consigliere che sia di certo in grado di interpretarlo al meglio, cogliendone le eccezionali opportunità? Magari concordandone il profilo e le competenze con il suo omologo altoatesino/sudtirolese Alois Durnwalder? Qualcuno non ricorda le critiche che le categorie economiche hanno mosso alla precedente amministrazione trentina? Erano legate alla incapacità della politica di assecondare le dinamiche economiche. Sia sul fronte interno (a livello di infrastrutture) ma anche certamente su quello esterno (in termini di coordinamento, azioni di lobbyng, pressioni socio-culturali, insomma: la costruzione di quello che gli studiosi chiamano favourable institutional environment, un “ambiente istituzionale favorevole”). Infatti: nella scorsa legislatura gli analisti hanno potuto registrare un’evidente divaricazione tra la prospettiva geoeconomica (che con l’apertura dei mercati dell’Est si sta orientando massicciamente anche verso quei lidi) e quella geopolitica, che anziché convergere su un modello di sviluppo e di prospettiva ad ampio raggio, ha ripiegato su sé stessa, proponendo una fantomatica Euregio Tirolo, dall’acre sapore etnofederalista. E l’incoerenza – a dispetto dei rigurgiti post elezioni di chi cerca nel grande polo autonomista il polmone d’acciaio per non cascare nel meritato oblio – è stata percepita anche dagli elettori. Sul fronte estero – spiace constatarlo – non ne è stata indovinata una. Eppure con la caduta del Muro di Berlino gli orizzonti si sono ampliati e pure le risorse economiche per sviluppare una prospettiva trentina non mancano. A partire dalle opzioni più banali che come semplici spettatori possiamo individuare: quelle della diplomazia. Chi dovrebbe sovrintendere l’azione dell’ufficio di rappresentanza a Bruxelles (del Trentino-Alto Adige/Südtirol, non della immaginaria Regione europea del Tirolo, pietà!), la capacità dei funzionari di incidere sulla formulazione di leggi europee – rendendone la stesura confacente agli interessi del Trentino (o della Regione)? Chi dovrebbe guidare la penetrazione di quegli stessi atti nella capacità legislativa provinciale (o regionale)? Chi dovrebbe garantire la formazione di figure professionali (funzionari) ad hoc, in grado di compiere questi lavori al meglio? Non sarebbe già questo un primo aiuto fondamentale per i cittadini e per le aziende di un Trentino integrato al meglio nell’Unione europea? Sempre per quanto riguarda le potenzialità diplomatiche: chi dovrebbe attivarsi per far sì che associazioni come «Trentini nel mondo», anziché costituire una congrega folkloristica alla quale sponsorizzare ogni tanto (o ogni poco) qualche iniziativa di cui non si saprà mai nulla, diventi un vero e proprio strumento di contatto con diverse parti del mondo, organizzato e attivato anche per difendere gli interessi economici e politici nel mondo? La diaspora è – per chi la sa usare – uno strumento straordinario di ricchezza e di politica estera. Si guardi al governo portoghese di Gutierres che già alla fine del 1995, appena entrato in carica, costruì la Comunità lusofona per mettere il Portogallo in contatto diretto, non mediato, con il Brasile e alcuni stati africani. Con un netto miglioramento delle relazioni internazionali. Si pensi alle potenzialità che potrebbero essere offerte dagli emigrati (informazioni, lingua, logistica) agli imprenditori trentini che volessero investire (alla luce del sole!) nel porfido argentino o fare gli armatori in Africa. Questa presenza va però sostenuta con idonei strumenti culturali ed economici, va mantenuto un collegamento costante: chi può fare questo – con la responsabilità di verificarne la ricaduta – se non il delegato agli Esteri? Non solo. L’opera di diplomazia “dal basso”, quella fatta dai volontari trentini che partono per la Bosnia distrutta da un’assurda guerra e vanno a costruire un ospedale o una scuola, o da quelli che vanno nel Kosovo ad aiutare la minoranza albanese che chiede di essere tutelata, oppure da quelli che portano gli aiuti umanitari in Tanzania deve essere incoraggiata, sostenuta ma anche controllata: l’immagine del Trentino (e dell’Italia) che queste persone proiettano è eccezionalmente positiva se è portata avanti da persone competenti e disinteressate; sarebbe nefasta qualora in queste associazioni s’insinuassero dei furbi – purtroppo sempre i primi in grado di percepire l’occasione per qualche affare sporco. Se ne occupi – responsabilità compresa – chi ha la delega. I gemellaggi con le varie città del mondo costituiscono un’ulteriore ricchezza. Una nuova forma di cooperazione che – se sviluppata in termini multilaterali, a tutte le latitudini – avvicina diverse culture facendo superare la barriera dell’ignoto. Sport, cultura, scambi giovanili sono strumento moderno e versatile per creare un’idea di cittadinanza aperta. In Trentino ci sono (per ora) risorse ad abundantiam: perché non convogliarne una parte qui, per offrire (ai giovani, ma non solo) sempre più opportunità di affermazione in un sistema-mondo? Ma prescindere da un preciso progetto significherebbe creare un’altra piega nella quale si potrebbe insinuare il privilegio. Serve una strategia: chi ha più titolo per metterla a punto se non l’incaricato agli Esteri? Si dirà: lo sviluppo della cooperazione, le iniziative ed interventi per la promozione europea e per le popolazioni di paesi extracomunitari in difficoltà sono materie che oggi competono alla Regione. Purtroppo è vero. Ma proprio perché nessuno ha inteso sviluppare queste competenze secondo le potenzialità offerte, gli esponenti altoatesini della Svp hanno buon gioco nel dire che la Regione non serve. Tutti così impegnati nella respirazione bocca a bocca all’assessorato «all’accordo preferenziale Trentino-Alto Adige, Tirolo e Voralberg», quei simpatici amministratori hanno lasciato morire tutto quello che c’era attorno. Occorre qualcuno che sappia riprendere in mano il filo del discorso. Resta fuori un altro capitolo fondamentale. I sostegni alle imprese che intendono operare su mercati esteri, sia dell’Unione europea che extra Ue. Non si dice nulla di nuovo quando si afferma che sono sempre di più i trentini che operano a livello globale. L’ultimo rapporto sulla situazione economica e sociale del Trentino nel corso del 1997 (commissionato dall’amministrazione provinciale) ricorda che l’export è aumentato del 6,8% – contro un più 4,3% a livello nazionale – e l’import del 8,4%, rispetto all’anno precedente. Questi imprenditori evidentemente hanno bisogno di certezze politiche, di regole chiare, di sicurezza. Chi dovrebbe occuparsi di tali problemi? Qualche anno fa un noto imprenditore della zona ha avviato un discorso economico sui mercati dell’Est. Per investire in Russia – paese particolarmente instabile – ha creato una base nel voivodato (regione) polacco di Elblag da dove poteva entrare e uscire liberamente (visto che quel voivodato è porto franco) nella confinante enclave russa di Kaliningrad (meno garantita a livello normativo). Ma sono state necessarie preliminarmente numerose pratiche politico-diplomatiche da parte della Provincia e della Regione. Chi dovrebbe curarsi di progettare, studiare e gestire queste operazioni facendole rientrare in una prospettiva politica di vasto respiro? Non il delegato agli Esteri? Con il doppio risultato di creare le opportune condizioni di investimento – dunque, verosimilmente, di guadagno – per gli imprenditori trentini e di offrire nel contempo alle aree ospitanti la possibilità di beneficiare della ricaduta economica che offre un insediamento produttivo, rispettoso delle regole – quindi: solidarietà. E tutto questo senza interferire con l’azione del governo, anzi magari coordinando le iniziative attraverso l’intensificazione dei rapporti politici con i tre (!) ministri che nel nuovo governo si occupano a vario titolo di Esteri (Dini, Fassino e Letta). È così inutile e marginale questo ruolo? Sembra imbarazzante il solo pensarlo. Piuttosto: ci sono – tra gli attuali eletti, collaboratori di Dellai – figure in grado di determinare l’interesse trentino, in una prospettiva bipartisan, e poi di svilupparlo, riflettendolo costruttivamente su Roma e all’estero? Le idee infatti – ricordava Gaetano Salvemini – camminano sulle gambe degli uomini. E pure uffici, assessorati e dicasteri.

Maurilio Barozzi l'Adige 16 dicembre 1998

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