• Maurilio Barozzi

Jack Kerouac, un passo verso il nulla


«Mi stavo ubriacando e me ne infischiavo; ogni cosa andava magnificamente». Probabilmente questa potrebbe essere la frase — presa pari pari da 'Sulla strada' — più indicata per ricordare Jack Kerouac a trent’anni dalla sua morte per cirrosi epatica dopo una breve vita di stravizi. Dal Libro (come Fernanda Pivano chiama Sulla strada) però, io ne avrei annotate altre due, che mi sono piaciute molto di più. Perché mi sembravano più azzeccate a descrivere una traiettoria letteraria.

La prima, Dean (che poi sarebbe Neil Cassady) la pronuncia appena passato il confine Usa.

«Ora Sal (Kerouac stesso) stiamo per lasciarci tutto alle spalle ed entrare in una nuova sconosciuta fase delle cose. Tutti questi anni e i guai e le baldorie... e ora questo! Così che riusciremo indisturbati a non pensare a nient’altro e semplicemente a proseguire con le facce protese in avanti così, vedi, e comprendere il mondo come, per parlare realmente e genuinamente, altri americani non hanno mai fatto prima di noi...».

Dean per il quale Sal-Kerouac nutre una sorta di ammirazione estatica, quasi ipnotica, è attratto da ogni cosa. Vuole vedere tutto. Vuole annullare i pre-giudizi attraverso l’esperienza diretta. C’è, in questa frase, un sottile attacco alla società americana e alla morale prevenuta della quale è permeata. Pur rimanendo essenzialmente ai margini del consorzio umano — anche nelle descrizioni — Kerouac lo critica, ne rifiuta i principi, figli delle generazioni precedenti.

La seconda frase che mi sono segnato, e che per conto mio indica l’obiettivo al quale tende lo scrittore Kerouac, è questa: «Non sei abbastanza morto per piangere». Qui c’è il senso della sua poetica: bisogna arrivare alla morte, al nulla per poter com-prendere e com-patire qualcosa o qualcuno. Per partecipare al suo dolore o alle sue sensazioni. Nella sua corsa continua verso «quell’ultima cosa» rimanendo ai margini della società reale americana del tempo, Kerouac cerca una concreta risposta alle vulgate, all’accettazione supina di modelli preconfezionati o al tentativo di scardinarli per imporne altri, diversi ma pur sempre frutto della scelta di pochi su molti. Attraverso l’autodistruzione vuole morire per com-prendere, com-patire e piangere.

'Sulla strada' rappresenta a mio avviso uno spartiacque fondamentale nella riflessione degli scrittori statunitensi che si sono battuti, in maniera diversa, per denunciare i pregiudizi e le false credenze della società americana, descritta come bigotta e conformista. In ultima analisi: una battaglia tra generazioni sulla visione del mondo come è stata impostata.

Idealmente questo percorso può essere fatto risalire alla metà dell’Ottocento, quando Nathaniel Hawthorne scrisse il romanzo 'La lettera scarlatta'. In quello scritto trasudano il conflitto generazionale e la ribellione all’assurdità del pensiero unico come timone a barra fissa della vita di tutti. La ″A″ di adultera che Hester Prynne, la protagonista del romanzo, è costretta a portare sul petto per una figlia naturale della quale non volle mai rivelare il nome, rappresenta il puritanesimo della società del tempo. Che giudica e non comprende. Ma Hawthorne abitò quella società, la visse (fu anche politico) e nutriva comunque fiducia. Tanto che 'La lettera scarlatta' apre anche alla possibilità che qualcosa cambi.

«Negli anni, stanchi e penosi, tutti dediti al bene, che conchiusero la vita di Hester Prynne, la lettera scarlatta cessò di essere il simbolo del castigo e del disprezzo per trasformarsi in segno di bontà e di rispetto. E poiché Hester Prynne non era né egoista né vana, ella diventò ben presto la consigliera di tutti i dubbiosi e gli angosciati, che ricorrevano a lei come si ricorre a chi ha molto vissuto e sofferto».

Grazie alla vita vissuta, all’esperienza — anche negativa — di qualcuno, tutta la cittadina di Salem poteva cambiare, aprendosi e modificando i propri costumi e, soprattutto, i propri pre-giudizi.

Mark Twain, pochi anni dopo beffeggiò diverse credenze tipicamente americane — come il razzismo e la religiosità intransigente — con la greve comicità che lo contraddistingueva. «Non è tanto stupido Jim, per essere un negro» è una delle frasi tipiche di Huck nell’'Huckelberry Finn', per descrivere il suo compagno di viaggio. Oppure, per dissacrare la distinzione tra Inferno («il posto brutto») e Paradiso («il posto bello») c’è l’esilarante dialogo iniziale tra la signorina Watson e Huck.

«Bè, — pensa Huck dopo che la signorina Watson gli ha descritto il Paradiso e il fatto che lei vive in modo retto per andarci — per conto mio non riuscivo a capire cosa c’era da guadagnarci a andare anche me dove andava lei, e avevo deciso che non volevo far niente per andarci».

A maggior ragione dopo aver saputo che certamente là non avrebbe trovato l’amico Tom Sawyer.

All’inizio di questo secolo un gruppo di scrittori aggiunse ancora una variabile a questa denuncia: l’estraniazione. Nelle prime pagine del romanzo più famoso di Francis Scott Fitzgerald, 'Il grande Gatsby', Dasy, la protagonista, appena nata sua figlia, saputo che era una bambina dice: «Sono contenta che sia una bambina. E spero che sarà stupida: è la miglior cosa che una donna possa essere in questo mondo, una bella, piccola stupida». Stupida per non essere coinvolta in quell’alta società vagheggiata per loro dai genitori ma in realtà formata da professionisti arrivisti, egoisti, scialacquatori, contrabbandieri e gangster. Stupida per non capire la vita, che i più intelligenti giudicano essere «una cosa terribile». È appunto il principio dell’estraniazione dai valori imperanti. Esplicitato da Ernest Hemingway, in 'Fiesta', il romanzo-manifesto di quel gruppo di espatriati (di cui faceva parte anche lo stesso Fitzgerald) che Gertrude Stein — ospitandoli nella sua casa di Parigi — definì la generazione perduta (lost generation).

In un celebre dialogo tra il protagonista Jake e il suo amico Bill, emerge con chiarezza l’inquietudine e il profondo malessere di quel gruppo.

«Tu sei un espatriato — dice Bill a Jake-Hemingway, sui Pirenei per la pesca —. Hai perso il contatto con la tua terra, stai diventando snob. I falsi valori ti hanno rovinato. Ti stai ammazzando col bere. Ti fai ossessionare dal sesso. Passi il tuo tempo parlando invece di lavorare. Sei un espatriato, capisci? Ciondoli per i caffè».

Poi, poco più sotto, solo poche righe, lo stesso Bill-Don Steward aggiusta il tiro, si sfoga, liberandosi della parte che sta giocando in quel momento, quella del maestro-scrittore. Ed ammette che è meglio Jake, l’espatriato, piuttosto che i newyorkesi, bacchettoni e pettegoli.

«Tu sei un gran bravo tipo e io sono più affezionato a te che a chiunque altro sulla terra. A New York non potrei dirtelo. Significherebbe che sono checca. È per questo che è scoppiata la Guerra Civile. Abraham Lincoln era checca. Era innamorato del generale Grant. E anche Jefferson Davis. Lincoln liberò gli schiavi per scommessa. Il caso Dred Scott fu montato dalla Lega antialcolica. Col sesso si spiega tutto. La Colonel’s Lady e Judy O’Grady sono lesbiche mascherate».

Dunque: in tali autori la voglia di denunciare la propria società — baciapile e pregiudiziale, improntata a pochi valori che, provenienti dalle generazioni passate, devono per forza essere universali — si mischia all’estraniazione. E attraverso una ricerca di valori alternativi, di modelli di vita diversi, questo circolo cercò di scardinare la convinzione che il «giusto» fosse per forza tutto da una parte e lo «sbagliato» dall’altra.

Kerouac ed i suoi amici beat (battuti/beati) — è stato spesso scritto — hanno invece scelto di ignorare semplicemente questa società che non sentivano loro. Ed è sufficiente leggere 'Sulla strada' per rendersi conto di come questa presa di posizione sia netta. Più di trecento pagine dedicate a viaggi assurdi, reali e metaforici, senza mai l’incontro con una parte di quella che è la quotidianità che la maggior parte di noi conosce: il mondo del lavoro, dello studio; gli sportelli di una banca; il supermercato. Niente (o quasi). Barboni, prostitute, cow boy autostoppisti, ciarlatani, ragazze madri abbandonate, venditori di droga: sono loro — i battuti — i protagonisti della strada. E Kerouac li descrive, ma soprattutto descrive le loro esperienze, la loro consapevole marginalizzazione. Matrimoni falliti, figli fatti nascere senza sapere come (e se) potranno essere mantenuti: nel caos del mondo non esiste passato e futuro, c’è solo un presente che va vissuto ognuno secondo l’unica regola: quella dell’esperienza diretta.

Insomma: la ribellione al preconcetto basato sui modelli imposti dalle generazioni precedenti prosegue come un filo conduttore invisibile nelle opere di questi scrittori ma in Kerouac — dopo la forte denuncia di Hawthorne, Twain e quella di Hemingway e Fitzgerald — diventa essenzialmente un dato incidentale. Dal quale si può evadere costruendo un proprio mondo passionale e in certo modo mistico. Che cosa state cercando? Chiese un giornalista a Kerouac: «Dio, voglio che Dio mi mostri il suo volto», rispose lo scrittore. E poi via, a rincorrerlo sul bordo di qualche marciapiede.

Paradossalmente proprio il 1969, l’anno in cui Kerouac quarantasettenne morì alcolizzato, uscì un film, 'Easy Rider', che ha sancito la fine del sogno di poter vivere in pace le proprie differenze in un’America ancora retrograda e conformista. Anche se tale scelta non nutriva alcuna ambizione a far proseliti. Nelle ultime sequenze della pellicola di Dennis Hopper, il fuoco delle motociclette di Billy e Capitan America, e l’uccisione dei due protagonisti, rappresentano la fine dell’idea di libertà che moto, strade, alcool e droga denotavano per i beat. E però anche questi erano simboli: individuavano un modello alternativo. Non siamo ancora al nulla, la morte dalla quale si può partire per piangere e capire. Infatti lo stesso Kerouac, nel Libro, ogni tanto si lascia andare a qualche critica esplicita al pregiudizio americano: «Pensa a tutte le sciocche dicerie che si leggono sul Messico — dice sempre Dean a Sal — e l’indigeno addormentato e tutte quelle fesserie ... e le calunnie sul carattere latino e così via: e la morale è che qua la gente è onesta e gentile e non gioca tiri mancini. Io ne sono talmente sbalordito».

L’autodistruzione e la marginalizzazione porta Kerouac e i suoi vicino al nulla, ma ancora manca un passo: l’alternativa presuppone qualcosa, non il nulla. E quel passo, a mio avviso, lo ha compiuto Raymond Carver nei suoi racconti raccolti in 'Cattedrale' e 'Di cosa parliamo quando parliamo di amore'. Sulla scorta dell’insegnamento tecnico di Hemingway (la short story dei 'Quarantanove racconti'), viene squadernata una quotidianità disarmante. Ma in Carver non c’è più la ricerca di estraniazione da un mondo che non si condivide. Quei racconti fotografano le scene più ordinarie, banali (il genere sarà definito «minimalismo»), con una freddezza, un cinismo e un disincanto che fanno specie. Che ti lasciano di stucco. E in questa freddezza non c’è rivolta, non c’è giudizio, non c’è alternativa. Ogni situazione è la tua situazione. Ogni protagonista sei tu (o potresti esserlo). E quando realizzi che quel mondo è il tuo mondo, ti senti mancare la terra sotto i piedi. Ecco la morte, il nulla. Proprio in queste pagine ruvide e distaccate — rassegnate — mi pare arrivare al capolinea il percorso iniziato da Hawthorne nella critica al pregiudizio (e, se vogliamo, al giudizio collettivo fondato sui valori delle generazioni precedenti), proseguito da Fitzgerald e Hemingway, che Kerouac porta avanti e che avvicina incredibilmente al risultato: quel nulla poi descritto e incastonato in pagina da Carver senza un minimo commento, rimanendo enigmatico e suggestivo, prodromo di un giudizio e un’interpretazione a carico del lettore, finalmente personali. Una specie di Sartre, ma meno intellettuale e più misteriosamente asettico.

In treno Myers, il protagonista del racconto di Carver 'Lo scompartimento', dopo che un vicino di posto gli ha rubato l’orologio nuovo e ha abbandonato l’idea di incontrare il figlio con il quale aveva interrotto ogni rapporto otto anni prima (scopo del viaggio in Europa che sta facendo), perde anche la valigia. Frastornato, non si accorge che allo smistamento il suo vagone è stato staccato dal treno; nessuno può aiutarlo e lui si trova su un convoglio ignoto, senza biglietto né soldi, in mezzo a gente sconosciuta di cui non parla la lingua.

«Stava andando da qualche parte, questo lo sapeva. E se per caso si trattava della direzione sbagliata, prima o poi l’avrebbe scoperto. Si abbandonò contro lo schienale e chiuse gli occhi. Gli uomini continuavano a parlare e a ridere. Le loro voci gli giungevano come da lontano. Ben presto divennero una parte dei movimenti del treno — e Myers si sentì pian piano portato e poi attirato verso il sonno». Fine.

Adesso si muore davvero. Ora — direbbe Sal-Kerouac — si può piangere.

l'Adige e  Il Mattino 17 ottobre 1999