• Maurilio Barozzi

Jorge Ben e l'India del Taj Mahal

Aggiornato il: ago 7


Taj Mahal - Agra

MUMBAI (India, 2013) – Ho trovato un filo rosso che lega l'India al mio adorato Brasile. Un filo che va oltre il fatto che entrambi siano considerati 'Paesi emergenti', dove però povertà e emarginazione dilagano. Che va oltre il fatto che entrambi siano Paesi maschilisti ma dove una delle persone più potenti è una donna – Sonia Gandhi – in India; mentre è donna la prima ministra – Dilma Rousseff – in Brasile. Un filo che va oltre le distanze siderali che si frappongono tra città e città, anche se sarebbe più preciso chiamarle megalopoli. Che va oltre una spiritualità esibita a proprio modo in entrambi i Paesi ad ogni occasione.

Il filo rosso che mi ha guidato in India è una canzone brasiliana che rievoca il suo monumento icona e che – nella sua versione granagliata e probabilmente banalizzata – tutto il mondo conosce per il capodanno. Tale canzone, nella sua semplicità che trasmette allegria contagiosa, parla di un principe e una principessa innamorati e parla del palazzo bianchissimo di Agra che le dà il titolo, Taj Mahal. E parla di bellezza. L'ha scritta Jorge Ben Jor in Brasile, l'ha cantata mezzo mondo, nasce da una vicenda indiana del 1600 e rotti.

È una storia di amore, di disperazione, di ricordo, di avversità, di consolazione e infine di beata rassegnazione. Il protagonista è un imperatore, il Gran Mogol Shah Jahan, innamorato della moglie al punto da ingrigire in un sol giorno quando lei, la ‘princesa’ Mumtaz Mahal, morì partorendo. In sua memoria tra il 1632 e il 1653 fece costruire il Taj Mahal che così divenne il mausoleo del loro amore durato da quando lei era diciannovenne. Travolgente, per quelle latitudini e per quella cultura. Lei lo seguì devotamente ovunque andasse, anche in battaglia. Lui la ricambiò facendone la favorita del suo harem.

Quel palazzo spandeva affetto. Bianco, con l’alba che lo tinge di rosa illuminando di gentilezza le quattro torri e la cupola: qualcuno dice sia tuttora il più bell'edificio del mondo. Ma fu proprio appena terminato che il perfido figlio imprigionò il Mogol per prenderne il posto. E lo rinchiuse a Fort Agra, da dove Shah poteva solo vedere da lontano il simulacro della sua vita con Mumatz. Il Taj Mahal fa versare lacrime dagli occhi del sole e della luna, diceva struggendosi. Non si pacificò fino al 1666, quando morì e fu finalmente ricongiunto alla sua amata, nel sepolcro.

Sì, d'accordo, per raccontare un viaggio in India avrei probabilmente dovuto descrivere il traffico assordante e asfissiante che assedia chiunque nelle chiassose metropoli del nord: Delhi, Jaipur, Agra e le altre. Toyota, Tata, Suzuki, camion, jeep stracariche con gli uomini appesi al cassone, biciclette, motorini con quattro persone a bordo, autobus… E naturalmente gli incidenti stradali.

Bisognava dire della fogna a cielo aperto coi topi per strada che all'alba frugano gli abiti e la pelle dei miserabili che dormivano sui marciapiedi della città sacra Varanasi. Parevano morti, non fosse stato per i loro rantoli malfermi e pietosi. Mentre, a pochi metri, fedeli e novelli sposi scendevano i gaht e s'immergevano nelle acque luride per purificarsi nel sacro Gange assieme alle spoglie dei cadaveri bruciati sulla pira. Ma anche la magia che il fiume emana alle prime luci del giorno quando si riempie di foglie di banano che galleggiano trasportando fiammelle votive.


Varanasi

Avrei dovuto raccontare i camerieri del ristorante di Agra, sull'ombreggiata terrazza a due passi dal Taj Mahal. Allontanavano le scimmie dal mio tavolo con la fionda, pensando che mi spaventassero. In realtà ero molto più atterrito da due distinti signori che mangiavano al mio fianco usando la lunghissima unghia del mignolo per attingere agli intingoli.

C'era poi da ritrarre il tassista Shiva che spiegava il suo Paese con un sorriso agrodolce: «Qualsiasi cosa succeda, si risolve tutto pagando. L’India è così».

Il silenzio rosso mattone della città fantasma Fathepur Sikri e i giovanotti che cercavano refrigerio immergendosi nelle pozze d'acqua. Il palazzo dei venti con le sue mille finestre celanti storie di donne segrete, a Jaipur. O l’architettura dalla solenne aria british giustapposta alle baracche di Mumbai, e la luminosa casa di Gandhi. Ma, sempre a Mumbai, avrei dovuto riesumare il ripugnante odore marcio che emanavano gli arti devastati e oscenamente esibiti dai lebbrosi. Lì, stesi come fagotti di stracci, speravano in una moneta sulla passerella verso la moschea Haji Alì.

La lebbra in occidente sembra solo reminiscenza dalle parabole evangeliche e invece in India la conosci, ti mozza il fiato e ti sbatte in faccia un progresso che procede a conati.

Bisognerebbe dire dei ragazzi che giocavano a cricket nei piazzali. Degli uomini che defecavano accucciati ai bordi della strada. Oppure delle donne che, a mani nude, plasmavano dei dischi di sterco di vacca: una volta seccati diventeranno tegole o pavimento di casa.


Mumbai

Ci sarebbero da elogiare le grotte-tempio di Ellora e quelle di Ajanta, patrimonio dell’umanità. Dovrei allora dire anche del ristorante Tandoor di Aurangabad, dove i camerieri stavano tutti incollati alla tv ridendo per una specie di telefilm: a veder quel luogo non gli avresti dato due soldi, invece vi si mangiava un tahli delizioso, annaffiato da fresca birra Kingfisher.

E come non ricordare gli alberghi a cinque stelle che ne valevano sette e invece quelli che avevano le lenzuola sporche dal cliente precedente?

La bellezza da cartolina del mare di Goa, con l’acqua calda, le palme e il Tantra Shack bar, a forma di palafitte che riparavano dal sole giaguaro.

Oppure il coloratissimo flea market del mercoledì, ad Anjuna, dove i fricchettoni europei espongono la loro merce mischiandosi ai venditori indiani.

Le vacche che percorrono l’autostrada in tutto il Paese e gli elefanti che occupano una corsia intera dalle parti di Amber. E quelli che invece portano sul loro dorso i turisti diretti al Forte giallo ocra.


Amber
Ci sarebbe da dire dei treni gremiti, dove gli uomini gridavano e alcuni bigliettai, pur di non fare un tubo, si facevano rimpiazzare da dei mascalzoni che però chiedevano ai viaggiatori oboli non previsti; e della coppia di anziani turisti francesi che ha provato a protestare, ricevendo in cambio ruvide minacce.

Del forte di Gwalior che domina la città con gli inserti blu a rompere la tinta ambrata. Della festa di Utran, quando i bambini fanno la felicità dei venditori di aquiloni e il cielo si riempie di fettucce svolazzanti. Della sacra Pushkar dai mille templi, dove le donne camminano nei loro sari sgargianti e allegri ma - essendo sacra - è impensabile trovare una birra. Di quasi tutti i musei dove il biglietto per i turisti è venticinque volte più caro rispetto a quello per gli indiani.

Ci sarebbe da raccontare tutto ciò, e probabilmente molto, moltissimo altro. Invece ho preferito parlare della canzone di Jorge Ben. Che rievoca, con un misto di malinconia e allegria – tipicamente brasiliani – quella storia d'amore indiana. Anzi, dice testuale, “la più bella storia d'amore che mi abbiano raccontato”. Perché da lì, dalla storia che ha fatto nascere quel monumento, forse può tornare la spinta a rifare qualche cosa di meraviglioso, come è il Taj Mahal.

Oggi, viceversa, il quotidiano della maggior parte degli abitanti indiani si chiama slum. «Possibile che una volta sapevamo costruire cose così belle mentre oggi il vero lusso in India è avere il bagno in una abitazione?», si chiede l’indoamericano Suketu Mehta nel suo libro-reportage ‘Maximum City’. Solo il 40% delle abitazioni ha l'acqua potabile, più di 400 milioni di persone vive sotto la soglia di povertà, quasi altrettanti sono analfabeti e i giornali sono inondati di terribili storie di stupri, racket, vendette, miseria oltre che violente dispute religiose. Ma questa è una storia diversa da quella narrata dalla ‘potenza economica emergente’.

Maurilio Barozzi (2013)