top of page

La rockpolitik di Celentano 21/10/2005

Aggiornamento: 18 lug 2023


Adriano Celentano sarà anche il “re degli ignoranti”, come lui stesso si definì anni fa, ma qualche cosa di sicuro ha dimostrato di saperla fare. E tutto ancora prima che ieri andasse in onda la prima puntata del suo show televisivo, “Rockpolitik”. Innanzitutto è stato capace di far lanciare il suo cartoonspot per oltre un mese. Piccole puntatine, via via sempre più lunghe, che hanno creato attesa. E dunque – verosimilmente – pubblico. Già una vittoria. Che si tramuta in soldini nelle casse della Rai: si parla di spot pubblicitari costati 125 mila euro per trenta secondi, e di telepromozioni a 425 mila euro l’una. Secondo. In barba a divieti, epurazioni, diktat, polemiche, il Supermolleggiato ha riportato in televisione anche chi in tivù non ci metteva più piede da anni. A prescindere dal giudizio sulle persone (che magari nel frattempo erano state elette per svolgere compiti diversi, almeno altrettanto importanti), anche questa è una dimostrazione di forza, di personalità. In terzo luogo, a giudicare dalla grottesca autosospensione del direttore di rete Fabrizio Del Noce, Celentano è stato capace di mantenere la scaletta secretata alle possibilità di censura o di aggiustamento. Hai detto niente, con questi chiari di luna. Insomma, per quanto riguarda un programma televisivo - perché, al di là di tutto, è bene ricordare che di questo stiamo parlando - si potrebbe dire che i risultati siano già molti: autonomia nella scelta e nel “taglio” di linguaggio, temi e ospiti; pubblico; introiti economici. Poi, alle 21 e 11 minuti, la trasmissione. Celentano tra tutti i personaggi che ha interpretato al cinema, quello di cui veste meglio i panni è Joan Lui, il predicatore, l’istrione. E così anche ieri. Al leggio, con occhiali scuri e camicia a fantasie improbabili, si è messo a dividere il mondo in “lenti” e “rock”. La tortura è lenta, la pietà è rock; Moggi è lento; Cassano è rock; chi si sospende è lento, ma se fa finta è rock e tutti hanno riso pensando al direttore di Rete Uno, Del Noce. Ecco, quella di ieri è parsa più di tutto una trasmissione a favore della libertà. La libertà di essere qualcuno, di dire ciò che si pensa, senza preoccuparsi di portare acqua a una parte politica o a un’altra. Dopo aver mandato in onda il famoso messaggio di Silvio Berlusconi da Sofia sull’uso criminoso della tivù che avrebbero fatto, secondo il premier, Enzo Biagi, Daniele Luttazzi e Michele Santoro, Celentano presenta la classifica sulla libertà di stampa nel mondo: l’Italia è 77esima, tra Bulgaria e Mongolia. Dice il conduttore: «Tutto è cominciato quel 18 aprile 2002. Da allora ci sono sedie vuote, la parola è passata agli avvocati. Oggi si possono dire solo cose che non danno fastidio a nessuno. Ormai si possono dire solo cose che fanno vincere le elezioni». E allora sul palco compare Michele Santoro. Celentano gli fa: «La destra diceva che tu hai fatto un uso criminoso della tivù; a sinistra hanno detto che tu hai fatto loro perdere le elezioni. Così io ti do il microfono». Santoro però parla solo per alcuni minuti senza dire niente di particolare: afferma di essere sempre stato in buona fede nel suo lavoro e poi conclude con un proclama ruffianetto: «Viva la fratellanza, viva la libertà». Vabbè. Rientra in scena Celentano e rivisita la classifica mondiale sulla libertà di stampa: «Per questa sera, l’Italia è al primo posto», dice Joan Lui. Adriano ha carisma. Non c’è dubbio. Fa sì che anche momenti stanchi, silenziosi, di inceppi o défaillance, diventino magnetici, attrattivi. Poi, diciamolo, i suoi sermoni sono piuttosto scontati e riprendono temi che lui ha affrontato in altro modo (in musica, ad esempio) e forse anche in modo più efficace. Il bello, l’innocenza, l’ambiente, l’amore, la cultura, la speculazione edilizia. Temi importanti, grandi, primordiali, duri. Forse temi che necessitano un ragionamento più complesso, e una sede diversa rispetto a quella televisiva. Che necessitano analisi che tengano anche conto dei differenti gradi di responsabilità. Criticando «voi politici» risulta qualunquistico, ma questo gli è sempre stato imputato. Inutile tornarci sopra. Comunque lui tiene. Tiene audience e interesse anche senza nani, ballerine mezze nude, bellimbusti o idiozie varie. Onore al merito. A proposito, mentre canta una canzone, Celentano fa passare in sequenza i momenti più trash dell’”Isola dei famosi” (altra rete, ma sempre programma Rai). Il messaggio passa senza bisogno di commenti: questa televisione, con il bello, con la cultura, con il cervello non ha niente a che vedere. Verso le undici e mezza arriva sul palco Ligabue. C’è da cantare una canzone. Si mettono d’accordo sul testo. Celentano vuole far prendere una pastiglia a tutti gli italiani per renderli più coscienti; Ligabue preferisce evitare di far prendere pastiglie. Chiede di poter modificare il verso, parlando di «occhiali buoni per tutta la gente, che veda tutto e non gli scappi niente». Poi via, in duetto: «Bisogna far qualcosa, tutti insieme a noi, qualcosa che ci renda per un giorno tutti eroi». Okay, il taglio del prato s’è capito. Chiudiamo qui. Maurilio Barozzi (L’Adige, 21 ottobre 2005. Prima pagina)

Kommentare


bottom of page