• Maurilio Barozzi

La solitudine di Maradona

Aggiornato il: 27 feb 2019


«Ognuno sta solo sul cuor della terra…»

Solo, come quella donna senza casa trafitta dalla croce del destino, a Roma. Sconfitta dai morsi del freddo, resi giganti dalla debolezza di un corpo affamato. Sola. Questa morte, merita di non essere dimenticata. Anzi, va sottolineata. Più di quello che è stato fatto. È la fine di un’esistenza, probabilmente difficile, fatta di scelte che molti potrebbero non condividere.

Morire di freddo è un’azione estrema ― ancorché non perfetta nella sua consapevolezza ― che marca con una forza senza pari (più di mille parole, più dell’omelia del Pontefice) il fallimento di tutti noi, delle nostre certezze. Archiviarla in due righe non rende giustizia al suo valore simbolico, alla tragica eredità che comunque ci lascia. Che afferma il vero senso ― sminuendone la portata ― dell’andare ad ascoltare le parole del Papa, dell’essere romei nell’anno giubilare: salvare se stessi, la propria anima di peccatori. Resa ancor più tale mentre qualcuno muore a pochi metri dalla rotta di quel cammino salvifico.

Questa donna ― di cui nemmeno si conosce il nome ― si è spenta a due passi dal centro di Roma (in un antro laterale al vialone della Conciliazione che porta in piazza S. Pietro) facendosi così icona della negazione, nell’agire quotidiano, dei versi del poeta John Donne: «Ogni morte d’uomo ― scrisse a cavallo tra il ‘500 e il ‘600 ― mi diminuisce, perché io partecipo all’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: Essa suona per te». Ignorarla, questa morte non serve. Esiste. E se una donna dopo una vita di stenti e fatiche può morire di freddo nel Duemila, sulla via dei pellegrini giubilari, a un centinaio di metri dal cuore della cristianità, forse la campana che ognuno sente non è altro che l’animale richiamo a ritardare la sua.

«… trafitto da un raggio di sole…»

Diego Armando Maradona, per ora l’ha scampata. Questo ragazzo senza infanzia ― campione con un radioso passato ―, è comunque sempre stato solo. Anche quando, poco più che bimbetto, durante i Mondiali del 1978 strappò gli applausi a scena aperta del pubblico allo stadio, palleggiando da dio nell’intervallo di Argentina-Perù. Solo, nel centro di centrocampo a colpire con impareggiabile esattezza una palla per quindici lunghi minuti.

Era solo anche quando a sedici anni giocava già nella massima serie argentina, guadagnava bene e manteneva la sua numerosa famiglia: uomo mentre noi ― alla sua età ― stavamo a giocare o bighellonare senza pensieri né problemi. Schermati e protetti da una famiglia che comunque sempre protegge e prepara a diventare adulti. Lui, adulto, lo era già.

Da solo era anche nel 1986 quando con le sue gesta uniche fece vincere il Mondiale all’Argentina ― squadra di mediocri; e pure nell’87 e nel ‘90, quando fece vincere il Campionato d’Italia al Napoli e nel 1989 la coppa Uefa.

La sua classe lo faceva vincere in campo, avere attorno tutto un mondo di persone che invidiavano le sue doti sportive e i suoi guadagni. E che ― mendichi che circondano la casa del re ― cercavano di raccoglierne le briciole. Costruivano leggende: quella dell’arancia che a cena ― il giorno dopo l’indimenticabile partita contro l’Inghilterra nel Mondiale ‘86 (due gol: uno di mano e l’altro giudicato il più bello di tutti i tempi) ― Diego fece scivolare su tutto il corpo per diversi minuti, rimbalzante, senza mai farla cadere a terra. Quando si stufò, chiese al suo codazzo: «Quante volte l’ho toccata con il braccio?» Quelli dissero: «Nessuna». Lui li guardò sorridente. «Sbagliato. Una volta: ma non c’è arbitro che possa accorgersene, senza la moviola» disse, strizzando l’occhio.

Ricorda molto il pugno fantasma di Cassius Clay contro Sonny Liston. The Greatest trovava normale che nessuno lo avesse visto, quel gancio rapido come battito di ciglia: proprio nel medesimo momento in cui lo aveva sferrato tutti avevano sbattuto le palpebre.

Leggende. Che una volta andato il giorno di gloria ― trapassato il raggio di sole ―, sono solo memoria e chi le ha vissute spesso non ha più presente né futuro paragonabili a quegli attimi. Allora non resta che cercare di proiettarle avanti ― quelle leggende ―, sperando che qualcuno si ricordi di loro, magari per tener su una fiaccola alle Olimpiadi o fare una partita di beneficenza.

Ora Maradona è in ospedale. Ufficialmente per ipertensione arteriosa, ma molti sospettano che c’entri ancora la cocaina, in questa faccenda. Triste, solitario y final, lontano dai rettangoli erbosi che gli hanno procurato fama, denaro.

«… Ed è subito sera».


(L’Adige, 6 gennaio 2000, Prima pagina)