• Maurilio Barozzi

Lodz funestata, cade l'aereo del Presidente

Aggiornato il: 19 mag 2019


LODZ (Polonia) - Nella giornata più funesta degli ultimi anni per la Polonia, Lodz sembra più grigia che mai.

Un’aria tagliente rende la temperatura cruda e i due pallavolisti russi Grankin e Volkov camminano come zombie nella centralissima Piotrkowska con il cappuccio sollevato per ripararsi. In realtà a quell’ora, nel primo pomeriggio del 10 aprile, avrebbero dovuto essere all’Atlas Arena, il palazzetto dello sport, a giocarsi la semifinale di Champions league. Ma quello che è accaduto ieri mattina, alle 8.54, ha cambiato anche i loro piani.

Precipitando con il suo aereo presidenziale mentre era in arrivo all’aeroporto di Smolensk, nella Russia occidentale, il presidente della repubblica polacco Lech Kaczynski è morto assieme a 87 passeggeri e 8 membri dell’equipaggio. Il presidente, accompagnato da moltissime autorità anch’esse decedute nel disastro, sarebbe dovuto atterrare all’aeroporto di Smolensk per recarsi poi a Katyn e rendere omaggio alle vittime dell’eccidio: 22 mila soldati polacchi uccisi durante la Seconda guerra mondiale. Nello schianto del Tupolev-Tu 154 presidenziale non è sopravvissuta nessuna delle 96 persone che erano a bordo.

A Lodz per tutta la mattina hanno suonato campane a lutto e in giro per la città, all’esterno di moltissimi edifici - pubblici e privati - sono state esposte bandiere listate di nero. Alla televisione, lo scrittore Tadeusz Mazowiecki, già primo ministro polacco, parla con la voce rotta, riesce a malapena a ricordare la sua amicizia con il presidente polacco Leo Kaczynski. Le immagini di repertorio che ricordano il presidente scomparso, mostrandolo nei suoi incontri istituzionali con Bush e con Putin sono interrotte da lunghi silenzi: poi una musica luttuosa introduce il compito della giornalista che legge il nome di tutte le vittime.

All’Atlas Arena nessuno ha voglia di giocare a volley. Già a metà mattina, ben prima che fosse resa nota la notizia del rinvio della manifestazione voluta dal governo polacco e dalle autorità sportive, tutti gli inservienti avevano sgomberato: via lattine e bibite destinate ad essere vendute durante i match, via i birilli segnaposto nel parcheggio del palazzetto dello sport, via anche il seggiolone interno su cui siede il primo arbitro delle partite di volley. Via tutto, a nessuno passa per la testa di giocare. Ora la Polonia ha altro a cui pensare.

Nei televisori dei pub dove fino a venerdì passavano continuamente video musicali, ora c’è spazio solo per le immagini irradiate dalla tivù polacca: gente che piange, una sterminata distesa di fiori e lumini lasciati nella piazza centrale di Varsavia da comuni cittadini, l’elenco delle 96 vittime, i rottami dell’aereo precipitato. Fuori, lungo le strade, le bandiere listate a lutto e i ragazzi che - muti - distribuiscono l’edizione straordinaria di un giornale freepress con le immagini della tragedia. Di fronte alla vetrina di un negozio di cornici, due ragazzotti di dodici, tredici anni stanno fermi e osservano la foto di Kaczynski con applicato sull’angolo alto a sinistra una fettuccina nera. «Il presidente», mormorano.

A far da contraltare a tale tristezza e composta sofferenza, la ovvia frenesia di molti operatori e tifosi al seguito delle squadre che ancora vivono uno stato di incertezza. La nervosa attesa per le decisioni della federazione internazionale di volley, le telefonate con le redazioni dei giornali, la valutazione delle date del rinvio dell’evento che, probabilmente per la prima volta, è stato infine rinviato per un lutto nazionale. In serata una riunione tra gli staff delle squadre è servita soltanto per prendere atto che, purtroppo, non ci sono weekend di recupero che vadano bene per tutti e quattro i team. Tanto che si è preso anche in esame - e non è detto che non sia proprio questa la soluzione - l’ipotesi di spezzare semifinali e finali, giocandole in campi neutri. Ma tutto è ancora molto vago. L’unica cosa che si sa è che tutti i biglietti saranno rimborsati interamente perché non è affatto certo che si tornerà a Lodz per giocare queste finali di Champions league 2010. Così, una volta preso atto dello status quo, il frenetico tentativo di anticipare in ogni maniera il rientro: i team e molti giornalisti si sono precipitati all’aeroporto per chiedere di anticipare i loro voli. A Lodz restano i tifosi. Per loro le possibilità di rientrare già oggi non ci sono. Loro debbono rimanere, volente o nolente, a fare i turisti in una città, in uno Stato, feriti al cuore.

(L’Adige, 11 aprile 2010)