• Maurilio Barozzi

Metallo Montecatini

Aggiornato il: 27 feb 2019


Trent’anni sono lo spartiacque che divide una generazione dall’altra. Sono un tempo sufficiente per offuscare il ricordo, renderlo labile, farlo entrare in una dimensione quasi onirica: è successo davvero o me lo sono sognato? A dirimere tali oscure irresolutezze ci aiutano le cicatrici. O i racconti.

Quest’anno sono esattamente trent’anni che la Montecatini, la fabbrica di alluminio, ha smesso di produrre ed ha chiuso definitivamente i battenti. Oggi là, subito dopo la diga, alla località Casotte – in Trentino, sul confine tra Rovereto e Mori, lungo il fiume Adige – c'è una pietraia di 22 ettari. Provate a immaginare: una ventina di campi di calcio, adagiati uno vicino all’altro, ma senza il caratteristico prato all'inglese. Solo sassi e sterpaglie. D’estate, il sole vi esplode contro riverberando l’abbacinato calore di una fornace. D’inverno, con la luce opalescente, il paesaggio diventa un plumbeo nulla fatto di detriti e arenaria.

A inizio secolo era quasi tutto tabacco. Dai racconti degli anziani, sembrava un paesaggio uscito dal famoso libro di Caldwell. Qualcosa di difficilmente immaginabile, vedendo l’attuale hamada di ghiaia (in qualche tratto recentemente rimpiazzata da vitigni), tagliata dal fiume Adige. Che, sulla riva sotto la montagna, ospita una costruzione enorme e lugubre. Se ci passi all’imbrunire infonde inquietudine tanto è cupa, e muta. Però il casermone e la pietraia sono la cicatrice che ricorda al corpo cosa gli è accaduto. Un segno che tatua il territorio. E la memoria.

Quando, nel 2001 iniziai a scrivere il romanzo ‘Seme di metallo’ avevo come obiettivo quello di far rivivere, naturalmente in maniera immaginifica, quel capitolo della storia di Mori e del Trentino. E la mia fortuna stava nel poter attingere dai racconti di chi lavorò alla Montecatini ma anche direttamente dai ricordi personali: in fin dei conti l’esalazione definitiva della fabbrica risaliva ‘soltanto’ a diciotto anni prima.

Ricordavo, ad esempio, di quando mio padre mi portava in bicicletta alla Gorga, nei pressi della fabbrica ancora palpitante. Ci fermavamo e ci affacciavamo sul vascone traboccante d’acqua a fianco del canale di derivazione costruito per lo stabilimento.

Lì da ragazzino lui aveva imparato a nuotare. I suoi amici più grandi lo buttavano in acqua e una volta giù, gli offrivano un bastone come àncora di salvezza. Lui ci si aggrappava e risaliva, ma subito veniva ributtato giù. Fino a quando riuscì a stare a galla da solo, senza bastone. Mi divertiva quella singolare tecnica maieutica, basata sulla capacità di far affiorare le nostre conoscenze innate. Si traduce nel detto popolare ‘quando l’acqua tocca il sedere si impara a nuotare’. Nel suo caso era stata efficace, ma non mi sentirei di consigliarla.

Comunque. Oggi il vascone è secco, pieno di erbacce. E oggi in quello che una volta era l’ingresso principale dello stabilimento, c’è solo la porta murata con mattoni grezzi, pezzi di vetro e schegge di ferrame arrugginito. Ma fino qualche anno fa – ormai molti, invero – a fianco del ponte sull’Adige, ricordo il piccolo ufficio della portineria. Vi sedeva il signor Zambelli, un anziano molto gentile. Raccoglieva le prenotazioni, le scriveva con bella grafia su un tabellone che teneva sulla scrivania, dunque consegnava le chiavi del campo da tennis della Gorga, negli ultimi tempi aperto al pubblico.

Quel campo in terra rossa, costruito tra le piante e sotto la roccia restituiva una piacevole frescura anche nelle estati più torride e in origine era una delle offerte di svago che la Montecatini offriva ai suoi dipendenti. Come il dopolavoro, la squadra di calcio, quella di tiro alla fune, il coro, la sala da ballo… Di questi tempi si parla molto, e giustamente, del modello nordico in termini di benessere, con palestra e ricreazioni varie messe a disposizione dei lavoratori all’interno delle grandi ditte. Ecco, quel modello esisteva già nell’Italia degli anni Cinquanta. Quando essere operaio di una fabbrica come la Montecatini significava condividerne l’ambiente. «Sono uno della Montecatini, io», dicevano molti lavoratori, con orgoglio.

Adesso il campo da tennis è sparito, fagocitato da un’onnivora vegetazione selvaggia, che in mancanza di cure ha avuto il sopravvento su quella costruzione fisica ma anche concettuale. Così come l’idea di fabbrica-casa, con il lavoratore al centro di un mondo che lo faceva faticare ma nello stesso tempo lo rendeva fiero di farne parte. Concetti andati persi, divorati dal credo della globalizzazione che in mancanza di regole fa scempio di ogni diritto, inchinata solo all’altare del profitto.

Non era però tutto rose e viole, la Montecatini. Niente affatto.

Innanzitutto le condizioni dei lavoratori. Erano dure. Anzi: durissime. Fatte di levatacce, di freddo della mattina e di caldo infernale nelle sale dei forni. Fatte di schiene spezzate dall’uso di una pesante barra di ferro che serviva per infrangere la crosta del metallo. Fatte di polmoni rovinati dalle esalazioni dell’alluminio. E fatte anche di lotte tra chi quella fabbrica vedeva come la fonte di sostentamento per la vita sua e della propria famiglia e chi invece la giudicava un male inquinante.

È stata, questa, una delle contrapposizioni più forti tra contadini e operai. Che rifletteva anche le categorie politiche di quella stagione e che nel corso dei cinquant’anni e rotti di attività non sono mai mutate. Oggi, di tale imperitura lotta tra chi vive grazie allo stipendio della fabbrica e chi invece per le sue diseconomie vi muore, ce n’è un nuovo drammatico esempio nel tarantino, all’Ilva. Ma già dagli anni Trenta la Vallagarina ne fu testimone diretta.

E quella fabbrica, enorme per un paesino del Trentino fino ad allora a vocazione quasi esclusivamente rurale, cambiò prospettive e problematiche. L’esempio più eclatante furono le macchie blu. Simbolo di un’autentica sventura, sinistre macchie azzurrognole si propagarono prima sulle piante poi alle bestie, e infine all’uomo. Comparvero sul corpo delle persone e dei bambini che abitavano nei pressi dello stabilimento. Inquietanti tracce maligne che spinsero la popolazione a mobilitarsi contro la fabbrica, facendone sospendere la produzione a più riprese.

Così, nonostante la Montecatini di Mori avesse contribuito a portare l'Italia ad essere il quinto produttore al mondo di alluminio e soprattutto avesse dato lavoro – nei tempi migliori – a oltre mille persone (per quelle era ‘l’Eldorado’), molti videro in quello stabilimento il simbolo di qualche cosa che genera male, ‘un drago mostruoso che avvelena’, arrivarono a dire. Una maledizione, pensai io. E fu in questo quadro che nacque l’idea del libro ‘Seme di metallo’.

Mi si permetta a questo punto di aggiungere ancora una cosa a proposito della memoria. É, infatti, assieme alla fantasia, la memoria che genera i romanzi. Quella delle piccole storie, delle leggende, dei mestieri. Ma anche quella della Storia, quella con la esse maiuscola. E la Montecatini, una fabbrica che ha pulsato vita per oltre cinquant’anni, con tutto quanto comporta, intreccia storie e La Storia.

È il caso, ad esempio, di episodi che hanno a che vedere con le leggi razziali – che durante il fascismo costrinsero gli ebrei a lasciare il posto di lavoro per fuggire, compreso un dirigente dello stabilimento, l’ingegnere Pio Pontremoli.

Ma la Montecatini fu testimone anche delle bombe della guerra. Quando veniva avvistato il Pippo, un aereo da ricognizione inglese che sorvolava le zone di confine, la fabbrica suonava la sirena e si spegnevano tutte le luci, in attesa che passasse e nella speranza non bombardasse. A Mori, in paese, si poteva udire il suono di quella sirena e il segnale era chiaro, per tutti. Chi scappava lo faceva a piedi, nel buio assoluto oppure in bicicletta, senza accendere il fanale per non offrire punti di riferimento.

Oggi, a trent’anni dalla sua fine, quella cicatrice sul corpo della Vallagarina e del Trentino ricorda tutto questo. Ma in realtà ricorda più la cattiva sutura della ferita da parte di una classe politica che si è sempre lasciata sopraffare da visioni massimaliste e ciclopiche della soluzione. Un gigantismo figlio dell’abbondante flusso di denaro pubblico che ha sempre portato a rilanciare, alla ricerca di chissà che, senza pensare di vedere la soluzione più idonea e fattibile.

In questi trent’anni si sono fatti concorsi di idee, si è parlato di stabilimenti di birra, di una Gardaland lagarina, prima ancora si aspettava l’investimento di Bertelsmann per ampliare lì la Cartiera del Garda, ma naturalmente coi soldi della Provincia (ci pensò l’Unione europea, quella volta, a dire di no). E tante altre ipotesi con un unico denominatore: la megalomania. E con un unico risultato: il nulla.

Ecco, quando passo da quelle parti e rivedo lo stabilimento in rovina mi viene in mente un passo di Borges: «A volte mi fa pena tanta durezza, tanta fede, tanta impassibile o innocente superbia. E gli anni passano, inutili».

(L’Adige, 30 marzo 2013)