• Maurilio Barozzi

Pamplona/7 - La tristezza dell'addio

Aggiornato il: 9 lug 2019


Pamplona (Spagna): Gigantes y Cabezudos

PAMPLONA, lug. 2003 (SETTIMA PUNTATA) - È ben vero che la corrida è uno spettacolo da non mancare, ma nemmeno per quella sono disposto a subire una evidente fregatura. Così dico subito a Etxia che non intendo scucire più di 20 euro per un biglietto che ne valga 15 o 17. Naturalmente, riuscire nell'impresa è speranza ardua.


Alle quattro e mezza siamo davanti all'arena. Un piazzale coperto da alte piante di platano pieno di bugigattoli da souvenir e bagarini che spacciano biglietti per la corrida. Al botteghino sono finiti, loro ne hanno a bizzeffe. Sono 20 o 30, a trafficare. I ticket da 17 euro ce li propongono a 50.

Che io sia maledetto se te lo compero, bagarino del cazzo.


Proviamo ad aspettare. Magari con l'avvicinarsi dell'inizio della corrida, i prezzi calano.

Campa cavallo che l'erba cresce.


D'altra parte, la contrattazione è pittoresca.

Questi derelitti umani dall'alito alcolico e ogni rogna addosso urlano, piangono, si dannano, si arrabbiano. Prefiche ad un funerale; eppure non mollano di un euro, i maledetti.

Le leggi di mercato le conoscono bene e a governarle sono strampalate comparse che - senza far fila - riescono sempre ad accaparrarsi tagliandi d'ingresso a pacchi. La polizia vede, altroché. Ma fa finta di niente.

Uno gira mostrando il prezzo scritto sul display del telefonino.

Capito: non arriveremo mai ad avere i biglietti ad una cifra accettabile (preferiscono tenerseli, che venderli al prezzo ufficiale). Allora Etxia si diverte a provocare i bagarini con proposte che loro giudicano irriverenti (e in realtà lo sono). Chiede due ticket a 10 euro, quando gli erano stati proposti a 45 l'uno. Uno urla e ci insulta; un altro se ne va e basta. Uno pensa di aver capito male e invita Etxia a scrivere la sua offerta su un pezzo di carta. Quando vede 10 euro, ci indica un cinematografo, cento metri in là.


Aspettando che maturino i tempi, assistiamo nel piazzale antistante alla parodia di una corrida messa in scena da un gruppo di animalisti che mimano faenas e le rendono volontariamente grottesche. Sfiniti da giorni di calca, caldo e libagioni, il divertimento termina in fretta.


E siccome mezz'ora dopo l'inizio della corrida i prezzi sono ancora esorbitanti, decidiamo di rinunciare. Meglio un paio di Anis de toro mentre attendiamo degli amici che saluteremo in serata prima di lasciare Pamplona.

La sera, ritrovati tutti, ci sediamo all'Iruña, alla Hemingway. Beviamo qualche birra e parliamo. «Osasuna». Poi saliamo ai piani superiori di uno dei locali della piazza. Sopra: balere per chi ama ballare il liscio. Mi ero sempre chiesto dove fossero quelli che non cercano "la locura", come dice la signora Pilar. Il casino da matti, si potrebbe tradurre. Sono quassù. Ci si affaccia sull'enorme plaza del Castillo che, senza alberi e con quella gettata bianca, fa davvero schifo.


Stiamo ancora un po'. È calmo da qui. Si beve e si parla, tranquilli. Poi, verso l'una ci lasciamo. Loro, i nostri amici, sono appena arrivati e dunque belli carichi, pronti ad assistere all'encierro del giorno successivo e tuffarsi nella fiesta.

Etxia ed io siamo sfiniti.

Eppure nemmeno il pensiero di poterci riposare un po' lontani dal caos ci toglie quella tristezza che sempre assale quando lasci una bolgia totalizzante. Quando devi andartene, sembra che ti manchi qualche cosa e capisci che, nonostante tutto, quelle giornate vissute così intensamente ti hanno comunque riempito. Esperienze, persone conosciute, ritmi esasperati: tutto fa parte di un pezzo di vita che sai essere stato irripetibile. A tornarci spesso è ancora più evidente: mai due situazioni si ripetono nello stesso modo, anche se la ritualità degli eventi programmati - preparativi, chupinazo, encierro - parrebbe suggerire il contrario. È un pezzo di vita che se ne va, tocca prenderne atto.

Addio Pamplona. Ma è un addio che gonfia il cuore fino a farlo lacrimare.


7. FINE

Pamplona, luglio 2003