• Maurilio Barozzi

Il Sudtirolo di Sebastiano Vassalli

Aggiornato il: 28 feb 2019

Intervista con l'autore di 'Sangue e suolo'.

TRENTO - Nel 1985 Sebastiano Vassalli, uno dei più affermati scrittori italiani, salì in Südtirol per cercare di capire la cosiddetta "questione altoatesina". Ne uscì un libro importante, critico e anticonformista pubblicato da Einaudi col titolo "Sangue e suolo". Un libro che mise a nudo le difficoltà della convivenza etnica e linguistica. Anche se interpretata in modo pressoché del tutto pacifico.

Vassalli, oggi riscriverebbe "Sangue e suolo"?

«Come idee non le ho mutate sull'argomento. Riscriverei dalla prima all'ultima riga di quel libro. Sono dell'opinione che sia attuale e mi pare che gli sviluppi attuali della composizione etnica non mi diano torto. Anzi. Come scrittore, invece, non lo riscriverei. Non mi ha dato molto. Potrei dire che mi ha fatto prendere solo legnate: tutti si sentivano criticati e nessuno ha mai parlato dell'opera in quanto tale. Vuole sapere qual è stato il miglior complimento per quel libro»?

Certo che voglio saperlo.

«La critica letteraria di un giornale di Zurigo in lingua tedesca, ha scritto: "Passate tutte le polemiche, finalmente, resterà il libro"».

Quel libro è un libro al di fuori della vicenda politica? Mi spiego. La sua forma è così diversa rispetto agli altri suoi romanzi. Si può ritenerlo un'opera letteraria o non sarebbe meglio definirlo un reportage?

«No, no. È un racconto a tutti gli effetti. E con moltissimi personaggi».

Dicevamo: non lo riscriverebbe.

«No. Ha avuto da subito una difficile genesi. Pensi che, prima che Einaudi lo pubblicasse, con mille riserve, Garzanti non lo pubblicò pur avendomelo già pagato. E poi anche Bollati, quando ormai sembrava tutto fatto, si tirò indietro».

E anche Einaudi lo pubblicò con una certa riluttanza. La stessa ristampa, stimolata dalle numerose richieste, è avvenuta molti anni dopo.

«Lo ha stampato e fatto uscire a fine luglio, quando la gente è in ferie. In casa editrice non c'è nessuno. Le librerie sono deserte...».

Allora: è l'agosto 1985. Il libro è uscito.

«Senta questa: appena sul mercato mi chiamò uno dei leader sindacali altoatesini di allora. Di An. Mi chiese se volevo andare a presentare il libro a Bolzano. Disse: "Al palazzetto dello sport". Io non risposi subito. E lui interpretò il mio silenzio come una perplessità sul luogo. Così mi rassicurò: "Stia tranquillo, lo riempiamo". Poi rifiutai. Non volevo prestarmi a strumentalizzazioni politiche».

Che però ci sono state.

«Altroché. La Volkspartei organizzò una riunione ristretta dei suoi vertici per riuscire a capire una cosa: chi mi avesse commissionato il libro. Come se uno non potesse pensare un problema e raccontare una storia autonomamente. E decisero che "i mandanti" erano quelli del Pci».

Lei come è venuto a a sapere di questa riunione?

«Ho anch' io i miei informatori. Nel periodo trascorso in Sudtirolo ho conosciuto un sacco di gente».

E quali furono le contromisure messe in atto dalla Svp?

«Uno di loro, mi pare fosse Benedikter, si presentò ad una riunione dei comunisti. Questi trasecolarono a quella visita. E lui disse qualcosa del tipo: "Dobbiamo parlare del libro di Vassalli". E lo stesso Magnago, qualche tempo dopo, andò alla festa nazionale dell'Unità - in Trentino -, per ribadire la contrarietà a quell'operazione. Che, ovviamente, non esisteva».

Beh, niente di particolare, visti i mezzi di cui disponeva (e dispone) la Volkspartei.

«Niente di particolare. Solo: divertente. Poi però "investirono" qualche cosa come un paio di miliardi per far scrivere quattro o cinque libri di tesi contraria. Come sempre in lingua tedesca».

Dopo il suo libro, però, si discusse della "questione altoatesina" anche in Parlamento. Ulteriore fama anche per lei.

«Presentò un documento Zangheri del Pci. Ne presentò uno Zanone, allora segretario del Pli. Ma non citarono mai né me, né il libro. Dal mondo della politica mi venne solo una soddisfazione: una lettera con due righe di complimenti da parte di Giulio Andreotti».

Tema spigoloso, eh?

«Se ne scrive, in pratica, solo in tedesco».

Le vicissitudini che sta raccontando spiegano il perché. Del resto: è italica abitudine ritenere che nessuno sia disposto a pensare fuori da un coro. Ogni tesi è ricondotta a una parte politica. E ciò vale anche per il Sud Tirolo. In questo è proprio Italia, no?

«Ho conosciuto Durnwalder. È una persona che mi piace molto, ma la trovo per molti aspetti molto più vicina ai toscani o ai napoletani, piuttosto che ai nordici. Le butto lì un'idea... Per il mio nuovo libro sto riflettendo sugli Etruschi, un popolo che mi affascina per il fatto di non aver lasciato nulla di scritto. Ecco, ci sono degli storici che sostengono che schegge di quel popolo si spinsero al nord, oltre la linea del fiume Po. Probabilmente arrivarono anche fino lassù.

Insomma: Durnwalder è epigono degli Etruschi?

(Ridacchia)

Senta, in "Sangue e Suolo" lei aveva criticato duramente la proporzionale etnica. Era il 1985. Dodici anni dopo è uscita la ristampa del libro con nuova prefazione: confermate le critiche (parlò di "società immobile"). Nel 1998, sul Corsera definì il meccanismo: «trappole etniche odiose e anacronistiche», «da buttare a mare». Ora?

«Mi spiace: è una cosa bestiale. D'accordo, so quello che si dice: probabilmente ha evitato un'altra Bosnia. Su questo sono d'accordo. Ma resto dell'idea che sia un meccanismo bestiale. Tanto è vero che non viene esportato in nessun altra parte del mondo».

Gli apologeti dicono che perfino da Israele sono venuti a vedere quel modello...

«A vederlo e studiarlo vengono da molte parti del mondo. Ma poi nessuno lo applica».

Cito lei stesso, ricordando che «ha comunque salvato da una Bosnia. O una Palestina». Dunque, tutto sommato, in Sud Tirolo la proporzionale ha funzionato. Solo una faccenda di soldi?

«No. Non è solo per una questione di soldi. C'è tutto un sistema che lo ha alimentato».

In che senso?

«Nel senso che anche gli alternativi, come per esempio Langer, a Bolzano facevano il diavolo a quattro ma a Roma, a Berlino, a Vienna dicevano che le cose vanno bene, che le persone in Sud Tirolo sono in pace e stanno bene, che ci sono molti matrimoni misti. Il fatto è che non è così: gli italiani se ne vanno. Con questo non voglio dire che Langer non sia stato importantissimo per molte battaglie di questa terra».

E del Trentino, della sua autonomia speciale, cosa pensa?

«Non ne so molto. La cosa che so me l'ha detta un altoatesino sotto forma di battuta: i veri privilegiati sono i trentini, che hanno l'autonomia speciale e non hanno i tedeschi».

Una battuta feroce.

«Una battuta. A proposito, è così?».


(L’Adige, 16 ottobre 2004)