• Maurilio Barozzi

Sul Garda dei letterati


RIVA DEL GARDA - C'è un che di sisifico nel far salite su una bici. Se poi le salite sono di sterrato, lo sforzo sembra ancora più inutile, con la ruota posteriore che talvolta scivola girando a vuoto. Sul lago di Garda, per scacciare questi pensieri basta guardarsi in giro e rammentare dove si è: niente di familiare con la pena inflitta da Zeus al mitico eroe greco. Il lago ripaga dello sforzo meccanico da pedale. Per un attimo, sospende qualsiasi destino avverso.

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Un percorso per rampichini è qualcosa di stretto, inclinato e sconnesso. Su questo – la Ponale – puoi solo pedalare e metterti alla prova. Oppure puoi rallentare – anche fermarti – e apprezzare il creato. Rimetterti in pace con te stesso. Farti assalire da qualsiasi pensiero, che tanto lì diventa luminoso. Tutto è così quieto in mezzo a quei colori – il marrone vitale della terra, della roccia scura, dei tronchi d'albero, il verde delle foglie e dell'erba che circondano la traccia su cui pedali, l'azzurro del cielo e quello più denso del lago. Anche la fatica, sembra qualche cosa di piacevole, finanche bella.

Fatica… Per arrivare a Riva da Rovereto, con la mia bici – una ventina di minuti prima – avevo superato Passo San Giovanni (m. 287 slm, per i veri ciclisti un semplice cavalcavia). Lì nella prima metà del 1400 la truppe dei veneziani avevano compiuto un'impresa che – oggi – tutti ascoltano a bocca aperta. La racconto: dall'Adriatico risirono il fiume Adige con una ventina di barconi e, pare, sei galere. Giunti nel nel punto più prossimo al lago, Mori, a una decina di chilometri dalla sponda nord del Garda, i veneziani tolsero tutta la flotta dall'acqua. La trascinarono a spinta fino Loppio – dove una volta al posto dell’attuale pantano pluviale c’era un laghetto –, poi di nuovo a secco sulla salita del Passo S. Giovanni e avanti, fino a Torbole. Lì le navi furono immesse nel Garda. Con questa tattica sorpresero i viscontei e li sconfissero, conquistando Riva. Insomma, pensavo pedalando sulla S. Giovanni, se hanno portato su per di qua una flotta, sarò capace di portar su una bici…

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La Ponale, si diceva.

Cercando di evitare qualche spericolato lanciato in discese folli (invero pochi), si può sostare alle varie balconate che danno sul lago. Ne vale la pena: «Quanto vorrei che i miei amici fossero qui, per un attimo, accanto a me e potessero godere della vista che mi sta dinanzi», si disse Goethe, appena vide il Lago di Garda. Più prosaicamente – sgobbando su una bici – penso quanto vorrei aver bevuto qualche birra di meno, ieri sera.

Ma tant'è, non si piange su ciò che si è versato. Ah, sempre a proposito di ciò che si è versato. Girandomi verso Torbole, rivango un altro passo del Viaggio in Italia di Goethe: a Torbole «manca una comodità molto importante – scrisse – dimodoché si è molto prossimi allo stato di natura». Per la famelica schiera di quelli che lo scrittore Johnatan Franzen chiama perfezionatori, aggiungerei che Goethe ha precisato: «Quando chiesi al servo come soddisfare una certa necessità, egli accennò al cortile di sotto: "Qui abasso può servirsi!". Gli domandai: "Dove?". "Da per tutto, dove vuol", rispose cortesemente». Ma sto divagando.

Nei progetti di qualcuno, la Ponale poteva diventare una sorta di sentiero dei poeti come c'è quello degli innamorati alle Cinque terre. Meno impervio, è aperto anche alle biciclette, ma sono in molti che lo percorrono a piedi. Così, su quel declivio, la strada ritorna ad essere un luogo di incontro, non di scontro come la funesta congiura tra asfalto e meccanica pare aver da qualche anno sentenziato. Puoi salutare sconosciuti o imbatterti in conoscenti e con tutti scambiare due parole, un'impressione. Se invece la percorri in giornate plumbee, la troverai poco frequentata. Godi del silenzio che stenti a riconoscere. Te lo fanno apprezzare solo i pochi rumori che di tanto in tanto lo interrompono. Il verso di un uccello, il tuo ansimare affaticato, oppure il fischio di qualche vaporetto che ti fermi a guardare giù, nel lago.

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Uno strapiombo mi elettrizza i neuroni. Il fulmine scintilla in una vecchia storia. Vecchia ormai quasi venticinque anni. Proprio per questa via, allora aperta, si saliva in pullman verso la Val di Ledro. Qualcuno – mi pare fosse il prete che ci accompagnava in campeggio, ma non giurerei – raccontò di anni prima, quando un uomo, scendendo in auto, ne perse il controllo, uscì di strada e precipitò, inabissandosi nel lago. Non so se la storia sia vera o servisse solo per tenerci buoni. Ma, direbbe Borges, l'importante è che sia stata raccontata. E ora innesca una considerazione: forse, anche oggi, in alcuni tratti la sicurezza non è esattamente quanto di meglio.

Avanti sui pedali fino al vecchio edificio dismesso, un paio di chilometri sopra Riva. Fine della Ponale. Un incrocio. A destra si sale verso la Val di Ledro. A sinistra a Pregasina. Prendo questa, per arrivare al Passo della Rocchetta (m. 1160 slm). Da lì si vede praticamente tutto il lago. C'è da pedalare ancora un po' e alcuni tratti sono davvero ripidi, ma lo sforzo vale la pena. Fortuna, poi, che la strada è ombreggiata dalla roccia e dagli alberi: aiuta molto non patire caldo, in questi casi. Il percorso, comunque, non è lungo: da Riva del Garda a Pregasina sono circa cinque chilometri.

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Bocca Larici è un po’ più su (907 m slm). Trovo il mio solito puntone di roccia, a picco sul lago. Vado spesso lì. Posso sedermi in pace, solo. Godere del delizioso panorama.

Però, è strano come anche dallo stesso punto le cose si possano vedere diversamente. Tempo addietro sono arrivato qui nel tardo pomeriggio. Il tenue bagliore faceva percepire ogni dettaglio del paesaggio. Il cielo era celeste, l'acqua ferma, le ombre si allungavano dolci dando un senso di profondità alle cose. Poco dopo, nel crepuscolo, il sole rosso fuoco tracciava una striscia dorata, leggermente dondolante sul lago. Ricordo il grande senso di pace, neanche fossi parte di un romantico dipinto.

Ora è diverso. Sempre splendido, ma diverso. Il sole è scintillante, crea  chiaroscuri violenti. Il cielo è blu cobalto. Tutto attorno a me le montagne si conficcano a strapiombo nell'acqua scura e crespa. Sembra anche fredda, da quassù.

Stessa stagione. Entrambe giornate serene. Solo la differente ora del dì mi fa vedere questo paesaggio in due modi discordi… Capisco che George Byron, per esempio, possa essere rimasto deluso, quella volta che è arrivato sul Garda. Lui, Lord, abituato alle placide nuotate di Porto Venere arriva qui e si trova una burrasca. A nulla valgono i versi delle Georgiche di Virgilio: «O dovrò ricordare […] il Garda che si gonfia con flutti e impeto di mare?».  Punti di vista. Per dire, D. H. Lawrence fu sul Garda, poco in là dal mio spazio d'osservazione, a Gargnano. Si dice che al lago abbia addirittura preso spunto per scrivere il suo romanzo L'amante di Lady Chatterley. Mah, certo è che in quel libro non mancano le metafore, per così dire, acquatiche: «… lei si dischiuse, si spalancò, e più possenti quelle onde rotolarono verso spiagge sconosciute…» e via dicendo.

Da qui, sull'altra sponda, vedo il castello di Malcesine. Là Goethe, sempre nel suo Viaggio in Italia, raccontò che fu scambiato per una spia perché lo stava dipingendo. Si formò un minaccioso crocchio di curiosi. Gli fu intimato di metter via carta e matita. Volevano farlo arrestare. Chiamarono il podestà, i cui lineamenti «ottusi del suo viso poco intelligente andavano in perfetto accordo col modo lento e confuso con cui poneva le domande». Goethe fu salvato dal fatto che, quando disse di provenire da Francoforte sul Meno, «una giovane donna graziosa» spiegò al podestà che si sarebbe potuto chiarire la posizione del forestiero parlando col signor Gregorio, «che è stato molto tempo a servizio là, e saprà risolvere la questione meglio di tutti». Così la faccenda si risolse.

Ma sul Garda, precisamente a Torri del Benaco, nell’estate del 1948 soggiornò anche André Gide. Quando un uomo lo riconobbe e, per verificare, gli chiese il nome, l'autore rispose: «Temo di averlo dimenticato. Veramente, non lo ricordo».

Entusiasta del lago fu Ezra Pound che fece di tutto per farsi raggiungere – a Sirmione, sulle orme di Catullo – dall'amico James Joyce. «O Benaco di zaffiro, in te e nelle tue brume la stessa natura si è fatta metafisica chi può guardare in quel blu e non credere? Il luogo vale il viaggio in treno. Avete la garanzia di Catullo e mia», scrisse. E Joyce arrivò.

Degli scrittori italiani al Garda, neanche si può dire, ché sennò non la finiamo più, basti pensare a Dante, Foscolo, Carducci, ovviamente D'annunzio…

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Ora basta. Voglio godermi questo momento senza tante parrucconate. Scendo in paese e cerco una locanda per bermi una bella birra, gelata. Aahh, meglio! Già che ci sono mi fumo anche un sigaro, immerso in questi sliscendi verdi, luminosi, che profumano di erba, di terra, e un po' di lago.

Diavolo!, quasi sera. Meglio scendere.

In una delle rientranze mi fermo e guardo i palazzi di Riva, in ombra da un pezzo. La pietra del castello e della torre dell'orologio si vede appena da qui. In compenso si vedono molto bene i grandi alberghi che si affacciano sul porticciolo con i loro colori pastello. Qualcuno dice che Thomas Mann scrisse Il Tristano proprio a Riva. Lo ammetto: non mi piace Mann, non conosco Il Tristano, e non ho voglia di verificare. Piuttosto, nel mio zaino ho un libro. È un pezzo che avevo in mente di rileggere qui, con vista su Riva, un racconto. È Il cacciatore Gracco di Franz Kafka. Anche lui fu sul Garda. E proprio a Riva ambientò il racconto di cui sopra.

Finito di leggerlo - una decina di pagine - torno a guardare Riva. Ormai scura, silenziosa.

Il crepuscolo, quelle pagine...

Il cacciatore Gracco è un morto, precipitato da una rupe inseguendo un camoscio. Il traghettatore funebre sbaglia rotta e lo costringe così a vagabondare per sempre nelle vie d'acqua. Lui, cacciatore della Selva Nera, che avrebbe voluto raggiungere la montagna eterna. Solo che una volta giunto a Riva, dopo che il sindaco gli propone quell’approdo come salvezza, il cacciatore Gracco lo sorprende rifiutandolo: «Sono qui, non so altro, altro non posso fare. La mia barca è senza timone e viaggia col vento che soffia nelle più basse regioni della morte». Firmato Kafka. Profondo come il lago, ormai buio.

(L’Adige, 29 agosto 2004)