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Tutti protagonisti al Palio di Siena (16/08/1998)

Aggiornamento: 17 ago 2023



(Siena 16 agosto 1998)

SIENA – Vieni a vederlo, il Palio, qui a Siena. Vieni. È come entrare in un quadro. Meglio: salire sul palco di una rappresentazione nota in tutto il mondo.

Quella corsa a cavallo, schizzata attorno a piazza del Campo, l’hai già vista migliaia di volte, alla tivù. Ne parlano tutti; si sa come funziona. Sai che ne corrono due all’anno (il due luglio e il sedici agosto); che è una combine; che i fantini in gara si menano coi nerbi di bue; che quasi sempre c’è qualche cavallo che si ferisce davvero sbandando in una di quelle quattro curve disegnate a gomito; che i senesi tengono più alla contrada che ai coniugi... Eppure vuoi andare lì per toccarlo, respirarlo, quel Palio. Per esserci.

Se capiti in macchina da nord, una volta a Firenze si percorre la strada del Chianti: Impruneta, Greve e Castellina. L’ho fatto a mezzogiorno: un brullo saliscendi abitato solo da viti e olivi. Sole. Silenzio. Deserto. È famoso, questo paesaggio. Soprattutto per il vino (ora anche perché ci viene in vacanza la famiglia Blair). In agosto è malinconico; così secco, come la sabbia. Il verde, ucciso dal sole a picco, è compresso in poche macchie smorte qua e là. Scivoli in auto su un tizzone d’asfalto circondato dal beige. Avanti così, fino ad alcuni chilometri prima di Siena. Quando inizi a vedere qualche casa e un po’ di piante sei quasi arrivato. Ecco la città.

Tutto diverso, rispetto alle colline: gente dappertutto. Lì ferragosto non esiste, quel giorno è “la vigilia”. Stanno preparando per il Palio. Caos. Gente che lavora. Colori. Vociare. Nel pomeriggio migliaia di persone in piazza del Campo aspettano le prove generali della corsa con i cavalli. Per terra, lungo il perimetro dove si disputerà la gara, hanno buttato della sabbia, una specie di creta. Scenografia: serve perché i cavalli non scivolino. Certo, se volevi vedere com’è la piazza, la sua forma a conchiglia, il suo scendere ad imbuto verso il centro, ti conveniva scegliere un altro periodo. Ma se sei qui oggi, è per la gara.

Prove generali di Palio

Verso le cinque la folla viene fatta circolare fuori dalla piazza da vigili, carabinieri, polizia. Quelli che vogliono restare dentro, sono schiacciati a forza in un recinto centrale costruito apposta: il perimetro deve restare libero per i cavalli.

Dieci minuti da reclusi, il copione parla chiaro. Arrivano sul percorso i carabinieri a cavallo. In divisa da parata. Saranno una dozzina. Un giro di piazza allineati al piccolo trotto. Poi un altro: questo veloce, al galoppo. Sciabole puntate in avanti. E' la carica. Tutt'intorno la gente grida e applaude.

Pochi istanti e dal palazzo pubblico, sotto torre Mangia, entrano i cavalli del Palio. Con i fantini in giubba da gara. Bum. Un botto e partono subito, senza troppo cincischiare all’ingresso, non si prova l’entrata al canapo.

Uno del pubblico tira fuori il telefonino e chiama casa: «Guarda la Tv, sono al Palio di Siena». Il vicino gli spiega che sono solo le prove. La delusione dura un attimo: fino poco prima non sapeva nemmeno perché lo avevano rinchiuso nella piazza.

I fantini non spingono a fondo. Un minuto: fine della prova generale. Gli inservienti aprono i cancelli: tutti fuori.

Sotto le tribune di tubi innocenti appoggiate a palazzo Sansedoni un gruppo di ragazzi urla e si spintona. Tornato al canovaccio libero devo essermi perso quel «Ciack si gira» del grande regista. Qualcuno tra le comparse periferiche parla di pugni e di pestaggi, ma è roba da poco. Confermerà «Il Corriere di Siena», che esce anche il sedici agosto: niente feriti, zero fermi. Che rissa è?

Fregature di Ferragosto

Sera: dovrebbe essere il clou, con la cena sulle grandi tavolate imbandite per le vie. Banchetti dappertutto, con bandiere e vino. Ma solo se abiti lì o ti porta qualcuno che vive nelle contrade, puoi partecipare. Se vieni da fuori restano solo i ristoranti e trovare un posto è quasi impossibile. Tutto strapieno. Dopo un'ora, un locale: in via Pellegrini, centro pieno. Finalmente! Fiorentina e patatine, un crostino di antipasto, acqua e un po' di vino. Poco vino: una brocca da litro in tre. Conto: duecentodiecimila lire. Alla faccia, complimenti! Forse il cameriere–padrone non ha digerito che avessimo ordinato dell'acqua dicendo: «Acqua padre, che il convento brucia». O forse non gli è piaciuto che ogni tanto lo chiamassimo «generale». Rimane il conto.

La notte di ferragosto la trascorrono tutti in piazza del Campo, non puoi mancare. Però sedersi è durissima anche se pullula di bar. Allora molti si siedono sulle tribune approntate per il Palio; altri per terra. Altri ancora preparano il sacco a pelo giù, in piazza, per dormire lì e prendere un buon posto il giorno dopo, alla gara.

Noi abbiamo un albergo prenotato, invece. Così lo show prosegue in albergo: centomila lire a notte senza colazione. Un bagno che è un cesso di un metro quadro. La doccia senza l'apposito piano consente contemporaneamente di ricevere il getto d'acqua e di fare pipì nel water. Uno spettacolo, non so se mi spiego. La mattina avevamo chiesto la sveglia alle dieci. Alle undici sono ancora a letto senza che nessuno abbia chiamato. «Ci è andata in tilt la centralina», si giustifica (peraltro senza scusarsi) l'uomo alla reception, quando osserviamo che non siamo stati svegliati, come d’accordo. E fa orecchie da mercante mentre gli si fa notare che in una camera era rotta anche la tv di uno dei miei compagni di viaggio. In compenso il computer funziona a meraviglia, quando ci battono il conto: centomila lire a cranio. Doccia o non doccia. Sveglia o non sveglia. Televisione o non televisione. Al diavolo!

Un’attesa snervante

Nessuna novità: per le strade i soliti gialli giapponesi scattano a mitraglia con le Nikon all'ultimo grido. O filmano con le telecamerine digitali. Un padre di famiglia porgendomi la sua macchina mi chiede se posso immortalarlo assieme a moglie e figlio con alle spalle la torre del Mangia. Lo faccio. Mentre scatto guardo la faccia del bambino. Avrà dieci anni. Devono averlo portato lì a forza: i genitori sorridono, lui no. Click. «Grazie». «Prego».

Anche se, bisogna ammetterlo, resta una certa libertà, i ruoli vanno interpretati con rigore: il bello è lì.

I senesi, agguerriti e maledettamente concentrati sul Palio; noi, i turisti, la cornice di pubblico ingenua al punto da non guastare la rappresentazione e da potersi meravigliare in ogni dove (come davanti ai necrologi appesi sui muri: “Mario Bianchi, contradaiolo di valore”); baristi, ristoratori e albergatori, gli uomini al botteghino: loro vincono sempre, al Palio.

C’è una cosa che mi preme vedere, visto che sono qui: le allegorie del Buon e del Cattivo governo dipinte all’inizio del Trecento da Ambrogio Lorenzetti. Non ricordo se stanno alla pinacoteca o al palazzo pubblico. «Al palazzo pubblico, sotto la torre alta che si chiama del Mangia», mi dice la commessa di una libreria, con l'aria della maestrina, facendomi sentire un perfetto ignorante. Sensazione ingigantita dal fatto che il palazzo, in questi giorni di Palio, è chiuso: doppiamente asino.

È ora di tornare in piazza, per farsi rinchiudere.

Ho lo stomaco premuto sulla staccionata dalla gente che mi si accalca sulle spalle e sulla schiena; il sole diritto sulla nuca; mi fanno male le gambe (immagino quelli che sono lì da ieri sera). Le acri zaffate di sudore che arrivano si fanno sempre più frequenti col passare del tempo.

Sulla pista entrano persone mascherate con costumi rinascimentali, su carri e con tamburi e bandiere.

«Il corteo storico» dice forte un ragazzo con due paia di occhiali, un paio da vista e, sopra, un paio da sole. Sta seduto sulla recinzione che ci imprigiona nella piazza.

«Come funziona?», gli chiedo?

«È una gara nella gara: ogni contrada ha un tamburino, due alfieri, il duce e gli sbandieratori, che arriveranno più tardi».

In mezzo al percorso della sfilata c’è un uomo, vestito in borghese, con tanto di notes in mano. Sta scrivendoci su qualcosa, con impegno. Sono tutti distratti, poco interessati, i turisti. Sono lì per i cavalli.

Il giovane invece continua: «Quello è uno dei giudici del corteo: lui valuta l’abilità degli sbandieratori e dei suonatori. A me piacerebbe suonare il tamburo. Forse tra qualche anno potrò essere io, il tamburino della mia contrada, la Civetta. Dio come sarebbe bello».

Fissa questi uomini in costume storico. Ogni tanto ammicca all’amico, appollaiato a fianco a lui, osservando i componenti il corteo.

«Ma come? – gli sussurra l’altro – Luca già porta il vessillo? Ma se avrà sì e no diciassette anni».

Poi notano i loro padri seduti sulla tribuna di fronte, riservata ai contradaioli storici, a poche decine di metri uno dall’altro. Se li indicano a vicenda, compiaciuti. Il ragazzo con gli occhiali racconta all’amico che se il prossimo anno sarà promosso a scuola, i genitori gliel’hanno già promesso: lo porteranno a vedere l’abitazione del fantino Aceto. Il re del Palio. In quella sua casa, si dice che abbia riprodotto una pista uguale a quella di piazza del Campo. Per potersi allenare tutto l’anno sulla corsa.

L’altro gli spiega il suo di premio-promozione: andrà ufficialmente alla cena della contrada, il battesimo senese.

Poi quello con gli occhiali si gira ancora e mi rovescia addosso una valanga di informazioni. Notizie di getto, in disordine, di ogni natura: «Voi che venite da fuori del Palio non capite nulla, neanche noi ci riusciamo. I veri manovratori sono i capitani delle contrade, quelli che fanno gli accordi sottobanco»; «In quest’edizione noi della Civetta non gareggiamo: sette contrade, a turno, restano fuori perché la corsa è tra dieci cavalli e le contrade senesi sono diciassette»; «Tra contrade nemiche non corre buon sangue durante tutto l'anno. Si può anche essere amici ma se qualcuno insulta la tua contrada allora volano cazzotti»; «Se vince il Palio il Leocorno – nemico storico della nostra contrada – io vo' a dormire dalla mi' nonna, a Montalcino»; «Appena il Palio termina e gli inservienti vengono a togliere il cancello ti conviene scappare perché qui poi volano cazzotti (cosa che non è accaduta)». E molti altri frammenti, righi sparsi del copione. Così come lo ricordava.

Attorno tutti sono esausti. Gli sbandieratori sono bravi ma in pochi li guardano, occupati a respirare, a bere, a ripararsi dal caldo e dal sole. I barellieri della croce rossa sono sempre indaffarati a portare fuori dalla piazza gente che non si sente bene, soprattutto molti bambini. I genitori che portano qui i bambini dovrebbero essere giustiziati, penso. Pochi si stanno divertendo, alle prese con la sofferenza fisica. Eppoi dicono che fare l’attore è facile.

Finalmente la gara

Alle sette e venti entrano i cavalli del Palio. Dieci. Ognuno rappresenta una contrada. In silenzio quasi religioso la piazza gremita ascolta lo speaker che annuncia l'ordine di entrata ai canapi. Lì si decide gran parte della gara. Quello che non è già stato venduto sottobanco prima. Quando tutto è pronto si attende soltanto che il cavallo che non è stato chiamato (l'ultimo che rimane) entri in rincorsa dando il via alla gara. Oggi tocca al Nicchio. L'attesa è lunga: ovviamente il fantino attende che gli avversari non siano troppo pronti per entrare e dare il via. Perde tempo. Poi parte. È un'esplosione per tutti. Almeno trentamila persone si accalcano in piazza e sugli spalti; gridano.

Un minuto e mezzo o poco più, un niente: la gara è già finita. Diavolo: più che il centro della grande commedia, la corsa dei cavalli mi sembra il buco di una ciambella. Da dentro la piazza, tra l’altro, non è che capisci molto, vedi solo cavalli che sfrecciano tre volte con fantini che li montano a pelo, senza la sella; o cavalli senza i cavalieri. Se non sei sulla linea del traguardo, ci vuole un po’ anche per sapere chi ha vinto.

Finalmente l’ho capito: ha trionfato il Nicchio, il cavallo di rincorsa. Nella piazza entrano i suoi tifosi riconoscibili per il foulard della contrada che raffigura una conchiglia. Urlano e si commuovono. Giovani, vecchi, donne e uomini. Quelli delle contrade sconfitte – prefiche di consumata esperienza – piangono disperati. Poi tutti i contradaioli del Nicchio, scortando il Palio appena conquistato (un drappo giallo con disegnato un cavallo ed una lunga scritta che comincia con le parole «Con eroica virtù ed un incredibile coraggio...», d’accordo: mi fermo), vanno in piazza adorando il cavallo; poi lo portano (il cavallo!) nel duomo, per il Te Deum, il ringraziamento.

Sipario.

Maurilio Barozzi, Siena, 16 agosto 1998

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