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Tutti scrittori. E gli editori che fanno? - Il futuro dei libri (8/10/2023)

Aggiornamento: 17 nov 2023

La letteratura è l'unica disciplina in cui i "selezionatori" si lamentano di avere troppi praticanti.


Pila di libri e un ebook

Quest’estate il caso editoriale del libro “Il mondo a rovescio” del generale Roberto Vannacci, ha - al di là dei contenuti espressi - aperto una finestra di ragionamento sul tema del valore delle opere, delle librerie e delle case editrici.


Autopubblicatosi, Vannacci inizialmente pareva incontrare l’ostracismo del mondo editoriale. Poi - appurato il successo di vendite online, dovuto essenzialmente all'accessibilità delle sue tesi (scrittura basilare, messaggi di pronta beva) - molti librai hanno cominciato a contendersi le sue presentazioni nonostante il libro lo vendesse il loro anticristo Amazon. Non solo. Svariate case editrici hanno subito proposto a Vannacci di scrivere l’autobiografia. (Per la cronaca: l’ha spuntata Mondadori).


Ultimo di una nutrita schiera di scrittori, editori e librai, recentemente Paolo di Paolo ha rilanciato il paradosso dell’esistenza di troppi scrittori (“Troppi libri, si soffoca”, Il Fatto Quotidiano 27 sett. 2023). Il sottinteso – non poco snob – di tale tesi è che il troppo sia sempre riferito ai libri che scrivono, pubblicano e vendono gli altri. Che sarebbe come udire un calciatore di serie A o il Ct della nazionale lamentarsi che ci sono troppi ragazzini che giocano a calcio all’oratorio.

In realtà questo è un tema annoso e la teoria dei “troppi scrittori” è abbastanza in voga tra diversi intellettuali tanto che anni fa su Sette del Corriere della Sera (n. 39/2013), Roberto Cotroneo scrisse un articolo dal titolo “L’illusione degli scrittori”. Nel pezzo parlava del «dramma degli autori su internet», del «rischio di non essere letti da nessuno». Cotroneo corroborava con una frase ad effetto: è «il testo a dare identità all’autore, “Guerra e pace” fa Tolstoj, per intenderci, non viceversa».

Tutti d'accordo, in linea teorica. Il fatto è che oggi tale frase non è vera. E la colpa non è di internet ma di molte case editrici e svariate librerie che hanno abdicato al proprio ruolo culturale per assolvere esclusivamente la missione economica. Proprio ciò che – con potenza straripante – fa Amazon.


Basta poco a dimostrarlo.


Eviterò di parlare di cattivi scrittori che vendono decine di migliaia di copie (a mio avviso ce ne sono, ma può essere una questione di gusti) solamente perché spinti da potenti editori, da pubblicità, distribuzione e da librai compiacenti. E tacerò pure le operazioni editoriali eticamente discutibili che lucrano sulla notorietà che certi “autori” hanno ottenuto per precedenti fatti di cronaca (biografie di ciclisti dopati, o personaggi come Fabrizio Corona o anche Raffaele Sollecito, per dire). Consideriamo invece chi scrittore non è eppure scrive libri e va in vetta alle classifiche di vendita: vogliamo parlare delle barzellette di Totti? Delle freddure di Oreglio? Delle stravaganze della Litizzetto?

Ecco, siffatte operazioni meramente commerciali minano il progetto culturale di chi le compie dato che un libro, inteso come opera d'arte, dovrebbe essere considerato innanzitutto se ha valore letterario: se mette l’autore in relazione con il territorio che descrive, con i suoi (siano dieci o dieci milioni) lettori, se offre spunti di riflessione, se induce a voler cambiare qualche cosa in una vita che forse sta prendendo una rotta che non è quella autenticamente cercata, se stabilisce dei punti di riferimento o se riesce a incrinare delle supposte certezze del proprio tempo… Insomma: se una storia tocca delle corde interiori e stimola un ragionamento, essa è un’opera d’arte.

Prescindendo dal valore letterario, chi mira esclusivamente al lucro dichiara apertis verbis di misurare il successo solo sulla base del numero dei lettori (ciò che fa asetticamente anche Amazon). Lettori che però sono influenzati da mille, più o meno raffinate suggestioni e da una critica in gran parte uniformata, come ha scritto Neal Gabler sul Guardian ("I critici inutili", Internazionale n.887, 4/3/2011), più asservita ai grandi gruppi editoriali che alla propria missione professionale. Seguendo l’imperversante moda culinaria, si potrebbe liquidare la faccenda con una vecchia battuta di Arbasino: stabilire il successo di un’opera letteraria dal numero delle copie vendute sarebbe come giudicare il valore di un pasto da quanti coperti si servono: meglio una mensa aziendale o un ristorante gourmet da sette posti? Si deve valutare caso per caso.


Secondo la tesi dei “troppi scrittori”, sembrerebbe assicurare qualità ad un libro il fatto di essere passato attraverso la selezione delle case editrici, dei loro editor, dei loro lettori, dei loro valutatori. Per dire: appena uscito il libro del generale Vannacci, il professor Umberto Galimberti aveva espresso così il suo giudizio tranchant: «Se le case editrici lo hanno rifiutato non vale la pena di parlarne».

Vero. Ma, ancora, teoricamente. Tanto che oggi del libro autoprodotto di Vannacci ne parlano lo stesso Galimberti e una pletora di altre persone.

Il punto è che i primi a diluire il valore del libro come opera d’arte per renderlo più immediato, cercare un pubblico più vasto e dunque vendere più copie (asservendosi esclusivamente alla logica economica) siano stati proprio i grandi editori. Ai quali poi si sono accodati i piccoli e pure i finti editori. Infine, con i migliori risultati, Amazon.

In origine, la giustificazione era che così, con i proventi di un’opera leggera (eufemismo per significare, spesso, spazzatura che si vende a milioni), gli editori potevano poi valorizzarne altre di qualità. Sarà… Sta di fatto che ormai il dado è tratto e loro stessi hanno lanciato quel dado. Indietro non si torna. Inutile lamentarsi che Amazon si sia impossessato del banco.

Aggiungerei, en passant, che sempre più spesso le aziende editoriali delegano lo scouting di nuovi talenti (la lettura dei manoscritti) a ragazzi appena usciti dall’università, senza alcuna esperienza: se sul “Gattopardo” prese una topica (rifiutandolo per Einaudi) Vittorini, cosa può fare un ragazzo di ventitré anni?

Non solo. Ci sono decine e decine di casi, in Italia e nel mondo, che testimoniano inequivocabilmente la non infallibilità del giudizio delle case editrici: Moravia si è dovuto pubblicare per conto proprio il suo primo libro così come Proust dovette pagarsi “Dalla parte di Swann”; Faulkner ha dovuto partecipare alle spese di edizione di “Santuario”; London ha ripercorso le sue peripezie editoriali nel definitivo “Martin Eden”; Max Perkins racconta che inizialmente Hemingway si vide respingere “Il sole sorge ancora” (“Fiesta”) perché osceno e offensivo; Unseld ha raccontato di Hesse, Brecht, Rilke e Walser in “L’autore e il suo editore”, Pavese rifiutò per Einaudi “Se questo è un uomo” di Levi, Eliot non accettò “La fattoria degli animali” di Orwell; a Golding mandarono indietro “Il signore delle mosche” una ventina di volte, Joyce ebbe 18 no per “Gente di Dublino” e Gian Carlo Ferretti in “Siamo spiacenti” stila un medagliere dei record dei rifiuti in Italia che vede Pennacchi a quota 55 e Tamaro a quota 53…


Oggi la pubblicazione di un libro passa per migliaia di contatti, agenzie, amicizie varie, seguito social, pubbliche relazioni che l’autore deve praticare con metodica ossessiva per giungere ad un risultato – pubblicazione, distribuzione, pubblicità: insomma, l’investimento – che se seguisse le canoniche vie della spedizione del manoscritto mai e poi mai otterrebbe (infatti: con onestà intellettuale, svariate case editrici chiariscono di non considerare manoscritti inviati). Tuttavia, questo fare pubbliche relazioni o delegarle ad agenti specializzati è esattamente ciò che fanno online i «chiacchieroni, twittatori e millantatori e chi si può permettere di pagare qualcuno per delle recensioni false» come tempo fa ha definito chi si autopubblica con Amazon Jonathan Franzen sul Guardian ("Cosa c'è che non va nel mondo moderno", Internazionale n. 1022, 18/10/2013).

In tale bizzarro panorama, lamentarsi della circolazione di troppi libri (altrui) pare dunque un altezzoso esercizio retorico.


Invece: capovolgiamo la prospettiva. Produrre autonomamente un libro, per scadente che sia, richiede uno sforzo di progettazione, l’energia di scriverlo, la pazienza di rileggerlo. Per farlo diventare un ebook anche la minima competenza di un software informatico. Non è poco. In un mondo di semi-analfabeti come è stato descritto dal recente rapporto Ocse-Pisa (il 23,3% degli studenti italiani di terza superiore ha difficoltà a comprendere un testo scritto, figuriamoci gli altri), di gente che digita tweet senza costrutto, che posta su facebook di star seduto/a sulla tazza del water, chi investe il proprio tempo sforzandosi di ideare e portare a termine un libro mi sembra già un passo avanti.


A meno che non si riduca tutto a un problema di mercato dove chi è abituato a navigare in un oligopolio detesta ogni nuova imbarcazione. In tal caso, il problema che individua l'establishment editoriale non è certo il paternalistico timore che esprimeva Cotroneo – il rischio per lo scrittore di non essere letto da nessuno –, quanto piuttosto che ci sia qualcuno che viene letto troppo al di fuori dai canali tradizionali. Canali che le case editrici mirano a controllare.


Invece. In un regime di libertà, le case editrici potranno valorizzare il vantaggio di avere un catalogo che parla per loro, editor capaci di aggiustare un testo quando serve (cioè quasi sempre), grafici di qualità, di conoscere il meccanismo pubblicitario e di possedere la potenza per metterlo in azione. A patto che, nel frattempo, non si siano adeguate al basso, annacquando il catalogo con spazzatura, sostituendo i bravi editor con altri a buon mercato e magari decidendo di non investire in promozioni. In una frase: se non svenderanno la loro qualità.


Maurilio Barozzi (in L'Adige, 8/10/2023)



Il dibattito.





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