• Maurilio Barozzi

Una giornata storta (racconto)



Franco scalò secco due marce e l’auto gli s’incattivì sotto il sedile. Artigliò il volante mentre la curva si faceva stretta, sempre più stretta. Si sentì le guance scottare. Lo sguardo rimbalzò un istante sul lago crespo. Anche la strada gli parve ondeggiare rifrangendogli violenti scossoni. Per un attimo fu accecato.

Fermo nella piazzola poco dopo il tornante, Franco respirava profondo. L’abitacolo esplodeva di luce e di caldo per il sole che entrava dal lunotto. L’asfalto chiaro luccicava. Gli sbirri, là davanti, lo stavano distanziando.

«Merda» imprecò Franco con voce stridula. «Be’, se vogliono la foto sul giornale quando li raggiungono mi aspetteranno», cercò di autoconvincersi.

D’improvviso si vide di fronte due macchine, a rompicollo. Una avanti l’altra. Parevano scagliate su per la salita da una catapulta. Gli passarono accanto sollevando del pulviscolo. Franco seguì d’istinto la traiettoria nello specchietto retrovisore: all’imbocco della curva, l’auto dietro neanche rallentò e speronò l’altra. Un rumore di lamiere lacerate.

Franco si voltò di scatto. Il guardrail, a meno di un centinaio di metri, era sventrato sopra il lago. Delle due automobili nessuna traccia. Diavolo, erano finite di sotto entrambe. Strapazzò la leva degli abbaglianti. Voleva richiamare l’attenzione dei poliziotti che aveva tallonato fino poco prima. «Fermatevi, fermatevi!» urlò, come se potessero sentirlo.

Ma la loro macchina era già sparita, persa nella retta a valle.«Cristo, e ora che faccio?».La strada era deserta. Si buttò indietro, sullo schienale, con uno sbuffo denso di saliva, molto simile ad un latrato idrofobo. Rialzandosi, sbatté entrambi i pugni sul volante.

Aprì la portiera di scatto. Scese dall’auto. Si avviò a piedi verso il tornante.Una sequela di maleparole gli si annidavano nella testa come api in un alveare.

Cavò di tasca il telefonino. Si sentiva il sudore colare e la camicia fradicia. Allentò il nodo della cravatta, mentre con l’altra mano componeva il numero dell’ambulanza. «Dai, sacramento, che diavolo succede?». Lo conosceva bene, quel numero. Lo aveva fatto migliaia di volte, durante il suo orario di lavoro. Eppure stranamente non riusciva a prendere la linea. Forse l’apparecchio nuovo…

Con l’aria e il sole in faccia avanzava verso quel luogo che prevedeva macabro. Si sentiva le gambe impastoiate e fu molto sollevato quando, da monte, arrivarono trafelate altre persone. Erano una donna e un uomo.«Avete un telefono?» urlò, appena visti.

«Sì».

«Questo maledetto non riesco a farlo funzionare, potete chiamare aiuto?».

«Abbiamo già avvertito l’ambulanza, abbiamo visto tutto dal balcone di casa».

«Bene. Allora intanto vado giù, a controllare se sono ancora vivi» disse Franco, rinvigorito da quelle presenze: testimoni del suo senso civico e del suo coraggio, quello di sapersi calare nello strapiombo forse fino al lago senza farsi impressionare dai corpi certo dilaniati.

Fu una sorpresa enorme, appena sporto, vedere un terrazzamento, proprio un paio di metri sotto la banchina. Aveva percorso ancora quella strada, ma mai avrebbe pensato che ci fosse un terrapieno. E le due auto erano entrambe lì. Sfasciate, eppure lì, subito sotto il tornante divelto. Gli occupanti già fuori, vivi, tutti accovacciati sulla terra nuda o sulla roccia nei pressi delle carcasse fumanti.

Franco notò del liquido scuro e denso che si mescolava alla polvere. Con un balzo fu giù, alla prima auto, quella che era stata speronata.

«Tutti salvi?», chiese concitato.

Un ragazzo dai capelli lunghi, sulla ventina, era appoggiato con la schiena alla ruota anteriore. Aveva un taglio all’addome, vistoso ma non profondo. La maglietta rialzata e i pantaloni sbottonati, per prendere aria. Soffiava sulla ferita. Ai suoi lati c’erano inginocchiate due donne che si prendevano cura di lui. Sembravano illese. Erano vestiti tutti in modo eccentrico, colorato. Potevano essere hippy. O qualcosa del genere

Le donne annuirono. Il ragazzo sorrise.

«Non è preoccupante – confermò Franco, indicando il taglio –, è solo un bel graffio. Ti porto dell’alcool per disinfettarlo. Ne ho una bottiglia in macchina».

«Fa niente – mormorò il ragazzo –. Mia madre è medico omeopata. Mi curerà lei».

Franco guardò le donne come a cercare un conforto. Stavano lì, con un’aria quasi assente, persa. Parevano anestetizzate. Viste in faccia, da vicino, una doveva avere una quarantina d’anni, l’altra forse meno. Accennarono ancora un sì con il capo. Ma Franco non afferrò se si riferissero al fatto che il ragazzo doveva disinfettare la ferita o al fatto che la madre era omeopata.

«Non fa niente» ripeté il giovanotto, pacato. E si contemplava la ferita cambiando di continuo prospettiva. Pareva orgoglioso di quel segno.

Franco toccò con una mano la terra dove era scura e macchiata. Poi se la portò al naso per sentire cosa fosse quel liquido. Era olio, non sangue.

«Ti ho detto di metterci dell’alcool, mica di fare una trasfusione. Vuoi che faccia infezione? Poi tua madre farà…» disse. Ma – si domandò – l'omeopata non cura le malattie con un metodo particolare, o qualcosa del genere? Che io sappia non c’entra nulla per le ferite…

Il ragazzo e le due donne sorrisero quasi avessero indovinato i suoi pensieri e volessero canzonarlo, sottolineando quell’incongruenza.«E allora pisciaci sopra, a quel cazzo di taglio. Tu e tua madre omeopata!!» ruggì Franco. Razza di idiota, se la vedranno gli ambulanzieri. Girò loro le spalle e si diresse verso l’altra macchina, poco in là.


Seduta a terra, c’era una donna. Teneva sotto braccio un ragazzino sui dieci anni, disteso. Lo pettinava con le mani e gli diceva che andava tutto bene. Di stare tranquillo che ogni cosa si sarebbe aggiustata. Che la vita non va sempre come si vorrebbe, ma che bisogna essere convinti di quello che si vuole. Se ciò che si vuole è giusto, allora si realizzerà. Diceva tutto questo come se raccontasse una neña sudamericana, una ninna nanna.

Il bambino, immobile, appoggiato al seno della madre, non parlava. Solo gli occhi si muovevano e guardavano in giro. La donna stava dietro al paraurti posteriore, come a nascondersi dagli occupanti dell’altra auto.

Franco pensò al forte shock. Preoccupato, percepì il suo sudore condensare in grosse gocce sulla fronte. Si avvicinò e si accucciò vicino ai due. Prese la mano al bambino e guardò la madre.

«Come sta?» chiese. Sentiva la mano del ragazzino stranamente asciutta e calda. Non febbricitante, calda. E il polso non gli sembrava frenetico. Come se l’incidente non lo avesse troppo scosso. O che la neña lo stesse calmando davvero.

La donna non guardò Franco negli occhi. Continuava ad accarezzare il bambino. «Stiamo bene – disse, e fissava un punto a terra dove Franco non riusciva a distinguere nulla di particolare, tranne due denti di leone dalla corolla giallissima tra terra e roccia –. Ma ci hanno lasciato così, soli. Soli».

«Eravate solo voi due in auto?» disse Franco. E si passò sui pantaloni le mani madide. Il contatto con il ragazzino aveva rimarcato la sgradevole sensazione sudaticcia dei suoi palmi.

Lei scosse il capo. «Sì, noi due soli. Solo noi due. Io e il mio ometto». E strinse il bambino più forte. Poi ricominciò ad accarezzarlo.

Franco trovò strano che il piccolo non si muovesse. A dieci anni, valutò, se uno non si è fatto niente, salterebbe e correrebbe in giro. «È sicura che il bambino stia bene? Le prendo una coperta?».

«Certo che sta bene – biascicò, quasi piangendo –. Però lasciarci soli… Così soli».

Franco pensò ai sensi di colpa che si possono provare in questi casi: sicuramente si sentirà responsabile, li ha tamponati e fatti finire fuori strada nei pressi di un dirupo.


Quando gli uomini dell’ambulanza furono sul posto, nessuno dei cinque coinvolti nell’incidente volle essere trasportato all’ospedale. Tutti pian piano si alzarono e dissero di star bene. Ma rimanevano in due gruppetti separati: i tre hippy, la donna e il bimbo. Non si erano mai rivolti la parola tra loro. Nemmeno per insultarsi, o per fare le carte dell’assicurazione. Niente.Tornato sulla strada, Franco si pulì le scarpe sull’asfalto. Qualcosa gli si era appiccicato su una suola e non riusciva a staccarlo.Mentre grattava, maledisse di essersi fermato. Si era perso l’inseguimento; aveva soccorso automobilisti che del suo aiuto non se ne facevano proprio nulla, non avevano voluto nemmeno la coperta, né l’alcool; non poteva scrivere un articolo su quell’incidente perché, in fondo, a parte le auto e il guardrail sfasciati, non era accaduto niente. Nessun ferito. Niente traffico interrotto. Nemmeno curiosi da soddisfare spargendo un po’ d’inchiostro sul foglio, eccetto i due che avevano telefonato all’ambulanza. Ma quelli già sapevano tutto.

«Fan culo» disse, passandosi la mano sulla fronte. Si scrollò la camicia pinzettandola con le dita sopra le spalle per staccarsela dalla pelle. Poi allargò le braccia per far sì che l’aria asciugasse un po’ le macchie sotto le ascelle.«Scusi» udì. Si rassettò di scatto. Era la donna dell’auto che lo chiamava con voce sommessa. Stava sul ciglio del tornante col bambino per mano. Un forte vento di oriente si levò improvviso a scompigliarle capelli e vestito. Sotto di lei, il lago s’increspava. La strana prospettiva appiattiva lo sfondo e li mostrava a Franco come se lei e il figlio fossero appena emersi dagli abissi. Gli altri si erano messi in disparte, una decina di metri in là.«Scusi – ripeté la donna senza muoversi –, potrebbe prestarmi il telefono che chiamo qualcuno per farmi venire a prendere?».«Certo, non so bene come funzioni… Provi qui. Sa, ce l’ho da poco».

«Oh, ci penso io».

Franco mise le mani in tasca e si voltò verso la strada. Che iniziava a movimentarsi sotto il sole a picco.I carabinieri, arrivati nel frattempo, misuravano qualche cosa sull’asfalto. Uno interrogò separatamente gli occupanti delle autovetture. Poi raccolse la versione dei fatti fornita dai due signori che avevano chiamato l’ambulanza, annotandola su un taccuino dopo aver chiesto i loro documenti. Stranamente non pose nessuna domanda a Franco. E lui non disse nulla. In fondo, pensò, il mio dovere l’ho già fatto: chi me lo fa fare di rilasciare una testimonianza? Per di più non richiesta.

Teneva lo sguardo basso, tra i piedi, alla pietra con cui stava giocherellando.«Ecco», disse la donna, e gli restituì il telefono.

«Fatto?».

«Tutto a posto, grazie. Dì grazie al signore».

Ma il bambino stette zitto. Aggrappato al vestito della madre, osservava il carro attrezzi che recuperava le auto sfasciate, tirandole su dal terrapieno. Vennero assicurate, una alla volta, con dei grossi cordini d’acciaio che facevano fischiare il vento, e poi alzate: sembravano sospese in cielo. Lassù, col sole contro e lo sfondo celeste, gli automezzi perdevano colore e fattezze.

«Forza, dì grazie a questo signore così gentile».

Franco si voltò, alzando appena la mano come a dire che non era necessario, quando scorse venir su due automobili scure e molto simili. Parevano due vecchi taxi inglesi ma la guida era regolarmente a sinistra.

La prima si arrestò una cinquantina di metri a valle del tornante. Vi salirono il giovanotto ferito all’addome con le due hippy.

La seconda proseguì e giunse fino a loro. La guidava un nero, solo.

Senza dir nulla, col volto teso, la donna aprì lo sportello e stava per montare col bambino. Ma accadde qualcosa di strano. L’altra macchina invertì rapidamente rotta e tornò giù sgommando, verso dove era venuta.

La donna notò quella manovra. Ne parve scossa. Si bloccò e, anziché salire, chiese a Franco se sarebbe stato così gentile da accompagnarli su, al monte.

«Dove dovete andare?».

La donna alzò leggermente le spalle. «Ci aspettano in una grande casa. Ma non sappiamo bene dove sia. Qualcuno ce la dovrebbe indicare».

«Vede, signora, a dire la verità dovrei lavorare...».

Poi Franco guardò la donna scrutare immobile verso valle e il bambino che gli sembrava sempre di più un ritardato. Come fa un bambino di dieci anni, se non è ferito, a star sempre fermo attaccato a sua madre? Però poteva essere una buona storia. Madre e figlio salvi per miracolo raccontano: abbiamo visto la morte in faccia… Il capo sarà contento. «Vabbè, d’accordo» disse.

La donna e il bambino sedettero dietro, sempre accoccolati l’uno all’altro e lei gli fece segno di sistemarsi davanti.

Il nero non lo guardò nemmeno. Mise in moto e partì, in salita.

La donna ricominciò con la sua neña, mentre il bambino sembrava un pupazzo di plastica, con solamente gli occhi azzurri come il ghiaccio che si muovevano.

«Ci hanno lasciati soli, tutti soli» disse la donna, guardando avanti, verso il cielo terso.

«Chi vi ha lasciati soli?» chiese Franco, continuando a girarsi su un fianco per vedere tutti. Il nero che pareva imbalsamato, la donna e il bambino.

«Non ci hanno neanche chiesto come va! Nulla. Neanche una parola».Franco pensò agli occupanti dell’altra auto.

«Be’, signora. Si metta per un attimo nei loro pann…».

«Neanche una parola» ripeté la donna.

«In fin dei conti, signora, è stata la sua guida un po’ spericolata a causare l’incidente…».

«Neanche una parola. Ci hanno lasciati soli».

Il nero guidava piuttosto veloce su quella salita.

«Ma non avete detto che non conoscete la strada – disse Franco, guardando sia il nero che la donna –. Forse è meglio rallentare un po’, eh?».

Mentre lo diceva trovò strano che prima la donna guidasse l’auto in compagnia solamente del figlio e che ora dicesse di non sapere precisamente la destinazione. Boh, magari la botta…

Il nero non fece una piega alle sue parole, continuava a guardare avanti e tenere il volante saldo in mano. Non accennava a diminuire la velocità. Era vestito bene, portava un vestito nero e una camicia bianca. Una specie di smoking. Ma forse era più un abito da autista. Franco non sapeva come vestivano gli chauffeur dei benestanti. Eppure la donna non sembrava essere una riccona. Anche se il suo abbigliamento e l’atteggiamento erano indecifrabili.

«Allora, signora, che ne pensa?, non sarebbe meglio andar su con calma? Non vorrei che…».

«Ci piace così», disse la donna, con uno scatto improvviso. Alzò gli occhi e lo fissò, forse per la prima volta.

«L’ho capito, però questa strada non è fatta per guidare veloce. Guardi i tornanti. Non le è bastato un incidente?».

Il nero rallentò appena.

La donna ritornò a perdere la vista avanti a loro, lontano, oltre il verde gelido del lago e le montagne antracite che gli facevano da catino. «Eccomi, figlio mio» ricominciò, accarezzando il bambino sui capelli e sulle guance, come se lui l’avesse chiamata.

Franco sentì di avere sbagliato tutto, quel giorno. Da lì, da quell’auto, difficilmente sarebbe uscita una intervista eclatante. Nessuna storia strappalacrime. Nessuna morale da esibire. Niente. Forse nemmeno una buona azione perché ne aveva ormai già le tasche piene. E le buone azioni, pensò, possono essere tali solo se si è bendisposti. Altrimenti è dovere. Oppure acquisto di indulgenze. Ma un non credente, che se ne fa delle indulgenze?

Si girò verso il nero. Ci riprovò: «È sua moglie?».

L’autista non rispose. Continuava la sua marcia, leggermente rallentata rispetto a poco prima, ma sempre sostenuta. Non voltò nemmeno il capo. Teneva gli occhi inchiodati sulla strada. Come se avesse da assolvere un compito inevitabile, una missione.

No, non poteva essere il marito. Non l’aveva quasi neanche guardata quando era arrivato in auto. Che avesse sentito lui, non le aveva nemmeno chiesto se si fosse fatta male, come stesse il bimbo. Nulla. No, aveva fatto davvero una domanda idiota. Strano, pensò Franco, col mestiere che faccio… E gli venne finalmente da sorridere.

Vista la monotona compagnia, si rassegnò. Poteva mettersi a contare gli alberi. Ma erano pochissimi. Allora ripiegò sui paracarri. Uno, due, tre… Ma erano moltissimi.

Pensò per un attimo alla donna di un boss. Tornò accigliato. Chi può avere un autista al giorno d’oggi? Per di più nero. Per fare lavorare un nero senza incorrere in giudizi moralisti o razziali bisogna essere dei riconosciuti benefattori, gente per cui tutti avrebbero messo la mano sul fuoco per l’equo trattamento e per il pagamento dei contributi. Oppure dei malavitosi che della morale se ne strafregano, avendo già altro a cui pensare. I paracarri! Dov’era rimasto?

Intanto la donna sbaciottava il bambino. «Vedrai, tutto andrà a posto, ogni cosa tornerà al suo posto», gli diceva.

«Non sta bene?» chiese Franco.

«Sta benone, vero tesoro? Ma tra un po’, quando tutto sarà tornato a posto, starà ancora meglio, non è vero piccolo di mamma?».

La strada era completamente libera. Sulle curve, ai fianchi della strada, scintillava il riflesso dell’acqua e – dall’altra – il verde dell’erba appena tagliata.

Franco guardò l’ora e vide che era passato da poco mezzogiorno. Avrei potuto andare a correre, pensò. O anche a fare un giro in bicicletta, nella pausa di pranzo. Cazzo!

«Ci hanno lasciati soli, ma noi non abbiamo paura, vero? Tu hai me e io ho te. Non è vero piccolino?» ricominciò la donna. Mentre il bambino taceva, spupazzato come un bambolotto, nonostante la sua età.

Franco scosse il capo e abbassò il finestrino. Subito furono inondati dal profumo del fieno e dai pollini che entravano nell’abitacolo, distinguibili come lucciole nella notte. Era una giornata luminosa. Stimò come l’aria del lago sia più dolce di quella del mare. Al mare tutto s’impregna di salsedine. Il lago è più rispettoso, lascia ad ogni cosa il proprio odore. Un altro paracarro. Quanti ne aveva persi?

«Può tirare su il finestrino?» disse la donna.

Franco girò con rabbia la manovella, alzando il vetro. «Senta signora, mi dice DOVE deve andare, eh? Così mi oriento anch’io. Sa, ho un lavoro. Non è che posso fare proprio quel che voglio e…».

«Ora il paparino non sta più con noi. È arrivato un nuovo maestro, giovane. Vero, il mio ometto? Ma c’è lui a proteggere la mamma, vero? E la proteggerà per sempre. Lo promette il mio soldatino che proteggerà per sempre la sua mamma?».

O Cristo santo, pensò Franco lasciandosi cascare indietro la nuca, sul poggiatesta. Il bimbo non promise nulla. Ormai era sicuro: il bambino era ritardato.

«Quanto manca?» chiese la donna.

«PER DOVE??? – quasi gridò Franco, girandosi di scatto – Cazzo, mi deve dire PER DOVE!! Così le dico quanto manca al centesimo. Sia in minuti che in chilometri! Però mi deve dir…».

«Per la cima, no? Non stiamo andando in cima, dove c’è la casa?» disse la donna, alzando appena gli occhi, con una calma sorprendente, quasi stesse ancora ninnando il ragazzino.

«No, signora! Ci sono case anche più sotto, a mezza montagna. E nel caso saremmo arrivati: è là».

«Mi hanno detto che c’è una panoramica sul lago, poco prima di arrivare».

«Allora è ancora un po’ più su – grugnì Franco –. Ci vorranno altri cinque minuti». E tornò a guardare avanti. Intravide la donna toccare la spalla al nero.

«Puoi accelerare un po’? Così ci mettiamo meno. E possiamo riportare giù il signore. È stato così gentile» disse la donna.

«Meglio che non acceleri troppo!» replicò Franco picchiettando la mano sul cruscotto, vicino al guidatore.

Il nero aveva già accelerato, ma lievemente. Tanto che Franco non protestò oltre. In fin dei conti, si disse, è vero: prima arrivo e prima me ne vado fuori dalle palle.

«Col vecchio maestro era tutta un’altra cosa. Si viveva bene. Si pregava assieme. Si lavorava assieme. Ci si aiutava. Non è vero Bill?».

Il nero annuì ma non staccò gli occhi dalla strada, né guardò nello specchietto retrovisore. Solo mosse leggermente il capo.«Pregavate e lavoravate assieme?» si voltò Franco.

«Quel maestro nuovo, invece… – proseguì la donna, ricominciando a fissare il nulla all’orizzonte senza far caso a ciò che diceva Franco – Un ragazzino! Vuole tutto per sé. Qualsiasi cosa gli piaccia, lui la vuole. Anche adesso, due donne, tutte per lui. E quel che non gli va, via… Buttare. E cosa dovevamo dire noi allora, caro il mio ometto… Ha voluto anche papà. E noi glielo abbiamo lasciato. Però lasciarci soli… Non dovevano lasciarci soli. Vero? Ma la proteggerai tu la tua mamma, per sempre. Le darai coraggio, quando si sentirà sola? Quando avrà paura? Perché il mio soldatino non ha paura, vero? Il maestro può dire quel che vuole, il mio ometto non ha paura, è un ottimo soldatino, vero?».

La donna sfiorava i capelli del ragazzino. Glieli pettinava. Li scompigliava. Li rassettava. Poi li arruffava di nuovo e li lisciava. Lo accarezzava con entrambe le mani sulle guance, se lo tirava vicino alla bocca e gli diceva «Non è vero?». E lo baciava.

Il piccolo non faceva una piega. Gli occhi erano vitrei, anche se vedeva.

Franco si era convinto che vedesse da come era salito sull’auto e da come si era mosso in quei pochi metri che aveva fatto senza sua madre appiccicata: percepiva gli ostacoli. Forse era solo sordomuto. Però quello sguardo… Tornò a fissare la strada, libera.

«Ecco, siamo arrivati, lassù, in cima alla retta, c’è la curva panoramica. Poi, subito a sinistra, la stradina per le villette» disse Franco rivolto alla signora.

Finalmente era arrivato alla fine di quel viaggio allucinante.

La donna chiuse gli occhi e stese la mano appoggiandola piano sulla spalla del nero, senza dire nulla.

L’autista iniziò ad accelerare. Sempre di più.

«Cazzo fai? Sei impazzito!!! – guaì Franco, spalancando gli occhi come un animale in trappola – C’è la curva, la curvaaaaaa».


Sfondata la balaustra, l’auto fu fuori, sospesa nel vuoto, per un istante immobile.Franco vide il lago come non lo aveva mai visto, senza monti. Ogni cosa brillava. L’azzurro del cielo e il blu cobalto dell’acqua, accesi dal sole, sembravano fondersi in un tutt’uno infinito. Erano perfetti l’uno nell’altro.

Cielo e lago.

Aria e acqua.

In quell’attimo, Franco capì la sua destinazione.

Smise di agitarsi. Guardò il nero, composto al volante. Aveva la mascella rigida, neanche allora disse una parola.

Si girò: la donna abbracciava suo figlio stretto. Il bambino aveva sempre quell’espressione ebete, inconsapevole: innocente. Lei teneva gli occhi chiusi e sorrideva. Era la prima volta che la vedeva sorridere. Gli sembrò bellissima.

Poi l’auto fu ghermita dalla forza di gravità e dal buio.

Precipitando, Franco si sentì risucchiare lo stomaco. Gli mancò il fiato. Il cuore batteva forte in tutto il corpo. «Noooooo». Ma giù. Giù. Sempre più veloce. Velocissimo. Senza controllo. Giù a precipizio in quella folle corsa verso una nuova meta. Misteriosa e tragica. Non vide più niente, né lago né cielo, e si accorse di avere una dannata paura. Lì, solo. E senza nessuno da abbracciare.